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NoLogo/ La diffusione, ovvero le 4 p del marketing

di Mafe De Baggis - L'utilizzo del social network non è cosa poi così scontata. E chi vuole farne una professione, deve tener conto di molte variabili

Roma - L'evoluzione delle tecnologie sottostanti all'interazione online ci permette di aggregare e personalizzare le nostre esperienze sociali con un livello di granularità impensabile fino a un paio d'anni fa. Le community di un tempo si basavano su una piazza condivisa in cui tutti i partecipanti vedevano le stesse cose: i social network di oggi permettono di decidere chi seguire, il che rende ogni esperienza completamente diversa da tutte le altre.

Il mio twitter/flickr/facebook/etc è diverso dal tuo perché diverse sono le persone che lo popolano e diversi gli usi che ne posso fare: anche se io e te seguiamo le stesse persone la semplice possibilità di raggrupparle in contesti o di "nascondere" qualcuno differenziano pesantemente il flusso a cui siamo esposti. Questa è una delle tante differenze tra i media di massa e i media sociali: tutti guardiamo lo stesso programma televisivo, nessuno vive lo stesso stream di contenuti e di persone.

Da questo punto di vista l'home page di un sito assomiglia molto di più alla prima pagina di un quotidiano che all'home page di una community e anche per questo i social media sono difficilissimi da interpretare per chi li vede (o li vive) come strumento di comunicazione uno a molti. A complicare le cose negli ultimi due anni si è creata un'ulteriore distinzione evidente per gli utilizzatori ma poco chiara per gli spettatori: la differenza tra social network aperti o asimmetrici (come Twitter o Friendfeed, in cui di default gli aggiornamenti sono pubblici e social network chiusi o simmetrici (come Facebook, per cui non decido solo chi seguire, ma anche chi mi può vedere).
Una delle conseguenze più eclatanti è l'indicizzazione sui motori di ricerca, gioia e dolore di chi non ha percepito che quello che viene pubblicato in un social network aperto non solo viene visto anche da chi non risulta come "follower" ma è ricercabile e facilmente trovabile su Google & co. Questa è una gioia per chi ha interesse a diffondere il più possibile i propri contenuti, un dolore per chi ha pensato di essere in un ambiente intimo e controllato solo perché può vedere l'elenco dei "following" (per questi ultimi c'è sempre la possibilità di "lucchettare" gli update).

In genere comunque avere consapevolezza del tipo di diffusione di ciò che viene pubblicato in rete è importante sia per le persone, per l'impatto sulla propria privacy, sia per le aziende, che hanno bisogno di misurare l'impatto delle loro attività sui social media e di comprendere meglio i meccanismi di successo e insuccesso della loro presenza attiva in rete.

Un'azienda online oggi deve misurarsi non solo con il numero di persone raggiunte da un messaggio, ma anche con il numero di persone che trovano questo messaggio così interessante/divertente/utile da far venire voglia di condividerlo con i propri amici o addirittura di seguire regolarmente gli aggiornamenti dell'azienda. Impossibile riuscirci senza rispettare le nuove 4 p del marketing come riproposte da Gianluca Diegoli: prodotto, passione, personalità e pazienza. Soprattutto pazienza.:-)

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8 Commenti alla Notizia NoLogo/ La diffusione, ovvero le 4 p del marketing
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  • Mi rendo conto che voi siete solo degli informatici e non certo degli economisti come me, pero' vi ricordo che le 4 P del marketing sono state superate da tempo.

    Oggi tutte le business school del mondo (comprese quelle del Belpaese) parlano di 10 P, che sono:

    * Product
    * Place
    * Price
    * Promotion and Education
    * Packaging
    * Process
    * Physical Environment
    * People
    * Productivity and Quality
    * Programming & Philosophy

    Se non ne sapete di marketing, evitate di parlarne e limitatevi a parlare di RAM, dischi fissi e processori.
    non+autenticato
  • Carissimo sig. Alberto QC

    Cito l'ultimo paragrafo dell'articolo scritto della Debaggis:

    "Un'azienda online oggi deve misurarsi non solo con il numero di persone raggiunte da un messaggio, ma anche con il numero di persone che trovano questo messaggio così interessante/divertente/utile da far venire voglia di condividerlo con i propri amici o addirittura di seguire regolarmente gli aggiornamenti dell'azienda. Impossibile riuscirci senza rispettare le nuove 4 p del marketing come riproposte da Gianluca Diegoli: prodotto, passione, personalità e pazienza. Soprattutto pazienza.Sorride"

    Come noterà la Debaggis cita "le nuove 4 p" e non "le 4 p" del marketing come lei cita tra le altre 6 che scrive nel suo post di risposta.

    Non conosco personalmente ne la Debaggis ne Diegoli ne tantomeno lei, ma invece mi capita di leggere i loro post nei rispettivi loro blog.
    Dovrebbe fare altrettanto lei e farli leggere hai suoi studenti, se ne ha, se insegna.

    Ultimamente le business school come lei le chiama, (soprattutto quelle del Belpaese) non mi sembra che sfornino mostri sacri che capiscono dove stia andando il marketing, soprattutto quello on line.
    Ancorati al vecchio modo di concepire mercato e clienti. Le business school arrivano al loro "target" quando il mercato è già andato da un altra parte, e i poveri studenti che escono si ritrovano con un pezzo di carta in mano per lo più inutilizzabile, se cercano lavoro in qualche agenzia o azienda che lavora abitualmente online.

    Io credo che se non c'è voglia di approfondire e capire dove ci sta portando il web e tutto quello che ne consegue, non ci può e non ci potrà essere crescita.

    Io credo che bisognerebbe commentare "solo" con tanta umiltà.

    Se avesse letto bene l'articolo della Debaggis non avrebbe fatto il commento che ha fatto, caro il "nostro" economista!

    Socrate diceva: Io so di non sapere.
    Era, ed è ancora il primo passo per crescere.

    Attendo la sua risposta per crescere e se saprà convincermi con le sue argomentazioni, cambierò idea, perché solo gli stupidi e gli stolti restano con le stesse convinzioni.

    cordialmente,
    maxfabrizi
    non+autenticato
  • " Le community di un tempo si basavano su una piazza condivisa in cui tutti i partecipanti vedevano le stesse cose: i social network di oggi permettono di decidere chi seguire, il che rende ogni esperienza completamente diversa da tutte le altre."

    imho questa personalizzazione é sempre esistita: ho diversi amici che vivono in grandi città, fisicamente vicini ma con interessi e/o amicizie differenti e ho notato che le mappe della città che ognuno di loro percorre descrivono dei territori del tutto differenti, l'affermazione mi sembra avere senso solo riferita ai piccoli centri

    " Questa è una delle tante differenze tra i media di massa e i media sociali: tutti guardiamo lo stesso programma televisivo, nessuno vive lo stesso stream di contenuti e di persone."

    anche quì obietterei: tutti guardiamo lo stesso programma televisivo ma fruendone di contenuti diversi in base al contesto culturale (culturale nel senso più vasto di contesto sociale, non nel senso più ristretto di istruzione), e quel programma stesso entra a far parte di contesti differenti in modi diversi

    "Un'azienda online oggi deve misurarsi non solo con il numero di persone raggiunte da un messaggio, ma anche con il numero di persone che trovano questo messaggio così interessante/divertente/utile da far venire voglia di condividerlo con i propri amici o addirittura di seguire regolarmente gli aggiornamenti dell'azienda. Impossibile riuscirci senza rispettare le nuove 4 p del marketing come riproposte da Gianluca Diegoli: prodotto, passione, personalità e pazienza. Soprattutto pazienza.Sorride"

    ah, quindi non esistono prodotti online deboli che vendono solo grazie a campagne pubblicitarie   e promozioni più o meno occulte operate da personaggi mediatici (online e non ) eh ?
    non+autenticato
  • Non ho capito dove l'articolo vuole andare a parare. Prima si parla dei social network come strumento privato e poi come strumento del marketing, ammesso che funzioni veramente.

    Non credo che un'azienda possia insinuarsi in un social network con successo senza avere delle esperienze da condividere con i propri "fan". Solo i brand molto forti che creano attorno a loro una sorta di "tribù" possono avere successo, il resto rimane solo "spam esperienziale".
    non+autenticato
  • Devi sapere che la psicologia femminile è molto particolare. Noi uomini diciamo: "che 2 p.. il marketing!", mentre le donne, per dare più enfasi, dicono "che 4 p...". E' un tipico complesso di inferiorità: mancando totalmente di palle, si finge di averne di più, il doppio. Un "che due ovaie" risolverebbe completamente la faccenda.

    Quasi tutto l'articolo, per l'inconscia pallosità percepita nell'argomento, evita come la peste il marketing, affrontandolo solo negli ultimi due paragrafi, in cui però si passa subito la palla, linkando il sito che parlerebbe in dettaglio di queste 4 p... Piuttosto si divaga sul fatto che ognuno vede il suo "twitter/flickr/facebook/etc" diverso dagli altri, probabilmente più lungo. Poi dei social network che li fanno vedere a tutti e quelli che li fai vedere solo a chi vuoi tu. Quindi sui pericoli della privacy nei social network, per chi pensa di fare cose intime, mentre Google & co fanno i guardoni.

    In conclusione, ho capito che serve il prodotto (ovviamente) e tanta passione, personalità e pazienza per spammare nel social network: ovvero ci vuole tanta fame di soldi, faccia da c... e insistenza, per fare queste cose mentre la gente cerca l'angolazione migliore per sputarti in un occhio.
    Qualche esemplificazione forse non guastava.
    non+autenticato
  • - Scritto da: paolinovaiv aivai
    > Non ho capito dove l'articolo vuole andare a
    > parare. Prima si parla dei social network come
    > strumento privato e poi come strumento del
    > marketing, ammesso che funzioni veramente.

    Una volta c'era il traduttore ufficiale dal mafese, ma è un po' che latita: o si è suicidato o è in terapia.
    non+autenticato
  • > Una volta c'era il traduttore ufficiale dal
    > mafese, ma è un po' che latita: o si è suicidato
    > o è in
    > terapia.

    ROTFL Rotola dal ridere
  • - Scritto da: paolinovaiv aivai
    > Non ho capito dove l'articolo vuole andare a
    > parare. Prima si parla dei social network come
    > strumento privato e poi come strumento del
    > marketing, ammesso che funzioni veramente.
    >
    >
    > Non credo che un'azienda possia insinuarsi in un
    > social network con successo senza avere delle
    > esperienze da condividere con i propri "fan".
    > Solo i brand molto forti che creano attorno a
    > loro una sorta di "tribù" possono avere successo,
    > il resto rimane solo "spam
    > esperienziale".


    ma perche' si sono mai capiti gli articoli dove andassero a parare? Difatti sono talmente interessanti che si fanno 5 commenti e tutti sul: "ma che voleva dire?"
    non+autenticato