Alfonso Maruccia

Domini .com, lo scontro si riaccende

Una corte di appello statunitense riporta in auge la battaglia legale contro VeriSign, colpevole secondo le accuse di aver turbato il mercato dei TLD per eccellenza aumentando artificialmente i prezzi

Roma - La vicenda delle polemiche sulla gestione esclusiva dei domini di primo livello .com sembrava essersi conclusa con l'accordo tra ICANN e VeriSign e l'affossamento della causa legale contro quest'ultima per insufficienza di prove. E invece a quanto pare i giochi sono tutto fuorché fatti. Negli USA il giudice della Corte di Appello del Nono Circuito ha dato via libera al prosieguo della contesa in tribunale, e ora VeriSign rischia grosso contro chi la accusa di competere illegalmente e gestire un monopolio che turba il mercato dei top level domain (TLD).

All'origine del contendere c'è il summenzionato accordo esclusivo del 2006 tra VeriSign nella parte di registrar e ICANN come principale organizzazione di governo e gestione dell'infrastruttura dei domini di rete. La concessione fornita a VeriSign permette a quest'ultima non solo di avere tutta per sé la principale fetta dei TLD costituita dai domini .com, ma anche di applicare regimi di prezzo estremamente favorevoli per la società e fuori dalla normale logica di mercato degli altri TLD.

I domini .com di VeriSign costavano 6 dollari "a pezzo" sino al 2006, e da quel momento in poi il registrar ha avuto la possibilità di aumentare tale obolo di un sette per cento ogni anno. Ma l'accordo esclusivo con ICANN, denuncia la Coalition for ICANN Transparency (CFIT) sarebbe stato siglato in spregio a qualsiasi principio antitrust, senza alcuna asta che comprendesse la partecipazione di diversi contendenti (con interessi evidentemente divergenti) e che avrebbe potuto far scendere il prezzo di ogni nome .com "almeno sino a 3 dollari", sostiene CFIT, "con almeno la stessa qualità dei servizi fornita da VeriSign".
La coalizione che chiede trasparenza a ICANN va oltre le denunce di "asta senza concorrenza", sostenendo le accuse di monopolio contro VeriSign elencando tutta una serie di minacce legali, azioni di lobby e di vera e propria propaganda (mascherata da notizie e recensioni nate in seno alla blogosfera) tese a spingere l'organo di governo del sistema DNS a scendere a patti con l'operatore di rete. Tali accuse, che erano state precedentemente rigettate da una corte federale, vengono ora riesumate dalla corte di appello che ha però deciso di escludere dalla contesa i domini .net.

Che VeriSign sia un onesto registrar ligio a rispettare le regole o che si tratti del babau che tormenta i sogni di chi gestisce l'ingranaggio più delicato e importante della complessa infrastruttura di Internet, certo è che la società sta facendo affari d'oro e ha annunciato un incremento dei guadagni del 13% rispetto all'anno scorso.

ICANN, poi, viene a trovarsi in una posizione ancora più delicata dopo l'annuncio del rinvio della rivoluzione copernicana dei TLD, dove a contare non saranno anonimi suffissi .com o altri ma brand noti, denominazioni personalizzate o persino nomi propri. Uno studio sulla consapevolezza delle aziende riguardo le nuove possibilità di registrazione dei domini ha infatti evidenziato che due terzi del business non ne sa nulla, mentre le polemiche sull'utilità pratica della supposta rivoluzione (al di là dei guadagni che finirebbero dritti nelle tasche di ICANN) aumentano invece di placarsi.

Alfonso Maruccia