Roma - Era tutto pronto per
Green Dam. Ogni passo era stato calcolato con cura certosina ma il giorno stesso del suo arrivo sui computer cinesi
il governo di Pechino ha deciso di posticipare il tutto senza indicare una data precisa. L'agenzia di stampa nazionale
Xinhuanet ha
riferito che l'installazione sarebbe stata
rimandata a causa delle
difficoltà incontrate da alcuni produttori nell'equipaggiare i propri computer con il software.
La notizia ha fatto tirare un sospiro di sollievo a centinaia di milioni di utenti cinesi, e
non solo, creando invece panico e ansia in chi, dalla ex-Città Proibita,
teme sempre di più la potenza Rete,
pericoloso veicolo di informazioni sconvenienti per gli oligarchi d'oriente. Alla luce dei
fatti iraniani, dove
Internet agisce da protagonista nel veicolare il lamento del popolo al di fuori dei confini nazionali, è lecito aspettarsi che uno stato notoriamente incline alla censura voglia cautelarsi contro il pericolo Web.
Internet in Cina rischia ormai di diventare uno specchio tipico delle stanze da interrogatorio viste in innumerevoli film polizeschi: chi è dentro non vede ciò che è fuori, mentre dall'esterno si vede e si sente ogni cosa. Il tutto per
tenere sotto controllo i cittadini della rete cinese,
mettendo sotto torchio ed
imprigionando chi tradisce la rivoluzione, come
ad esempio i
blogger dissidenti.
Se ne era avuto un
assaggio durante le Olimpiadi dello scorso anno, quando decine di giornalisti sportivi, recatisi in Cina per documentare l'evento, avevano
protestato a causa delle difficoltà di navigazione causate dall'enorme filtraggio del Web applicato da Pechino. Molti siti non graditi risultavano irraggiungibili e l'eco di questa notizia aveva generato scalpore sufficiente a convincere il governo cinese ad arretrare, almeno temporaneamente.
La
tregua olimpica si era esaurita subito dopo la conclusione dell'evento sportivo, riattivando da subito le
consuetudini censorie interrotte, fino ad arrivare all'introduzione di
Green Dam per tutelare la navigazione dei giovani virgulti cinesi. Secondo alcuni però il nuovo filtro non si sarebbe limitato a nascondere contenuti a luci rosse, celando ai netizen cinesi le fonti di informazioni estere.
Non è chiaro se il ritardo del lancio di
Green Dam sia dovuto alle pressioni internazionali o se si tratti invece di una
velina diffusa dall'esecutivo per distogliere l'attenzione dei media occidentali dalle questioni interne del paese. Non spiegherebbe come mai la Sony abbia già
annunciato di aver equipaggiato con il filtro anti-porno tutti i suoi
Vaio destinati al mercato cinese.
Giorgio Pontico