Alfonso Maruccia

Il futuro della Baia? Pirati capitalisti

Mentre gli utenti provano a riprendersi dallo shock della vendita del tracker svedese, i nuovi proprietari gettano benzina sul fuoco delle polemiche. Evocando inediti scenari di business

Roma - La Baia dei Pirati è morta, lunga vita a The Pirate Bay? Forse, ma le esternazioni dei dirigenti di Global Gaming Factory, l'azienda svedese specializzata in Internet cafè che ha comprato a prezzo di saldo quello che apparentemente era il bastione inattaccabile dei duri e puri del file sharing senza compromessi, non lasciano presagire un futuro roseo per una ipotetica TPB 2.0. Un portale che vorrebbe fare di tutto e di più, dal pagare sia gli utenti che condividono sia i detentori dei diritti d'autore allo sparare nei browser campagne di advertising senza precedenti, accordandosi nel contempo per "vendere" la banda distribuita agli ISP.

Hans Pandeya, presidente esecutivo di GGF, parla di grandi schemi e affari fuori scala, di accordi, compromessi, copyright, condivisione libera. Nelle opinioni espresse da Pandeya nel persistente "day after" della vendita di TPB, il gigantesco network di utenti che il trio svedese Brokep-TiAMO-Anakata ha saputo costruire nel corso del tempo attraverso lo sberleffo dell'industria, la promozione dello sharing e il vanto dell'indipendenza sarebbe la chiave di volta di un business a cui mai nessuno ha avuto accesso negli anni passati.

Gli utenti, tanto per cominciare, continueranno (forse) a condividere tutto quello che vogliono, senza l'obbligo di dover chiedere il permesso alla Universal o alla Warner di turno. I contenuti della nuova Baia saranno però legali al 100 per cento, e oltre alla libertà di sharing per ognuno ci sarà la possibilità di guadagnare denaro mettendo a disposizione la propria banda, come quota da rivendere agli ISP con problemi di congestione del traffico.
"Qui stiamo parlando del file sharing di prossima generazione in grado di creare ricavi dall'ottimizzazione dello storage e del traffico Internet", dice Pandeya alla BBC, rivelando di essere al lavoro su "un sistema dove i condivisori di file fanno soldi" e che contemporaneamente rispetta le esigenze dei fornitori di contenuti di "essere pagati e di veder rispettati i propri desideri e le proprie esigenze".

La quadratura del cerchio per Pandeya passa non solo attraverso accordi onnicomprensivi con l'industria dei contenuti, dalle etichette discografiche ai più riottosi studi hollywoodiani e televisivi regolarmente "piratati" sulla Baia e altrove, ma anche e soprattutto per contratti di "sub-affitto" della banda ai provider di ogni paese, ordine e grado. Più di metà di tutto il traffico di rete è attribuibile al P2P, e con l'acquisto di The Pirate Bay GGF ha messo le mani su una delle più grandi responsabili di tale traffico.

Ora, o per meglio dire una volta finalizzato il pagamento agli ex-gestori entro questo agosto, la nuova proprietà del campione dello sharing può utilizzare questo "massiccio network di condivisori per aiutare gli ISP a ridurre il carico di banda". Il sistema funziona più o meno così: "Diciamo che viene rilasciata una canzone popolare - spiega Pandeya - Piuttosto che un milione di download da un sito web, la qual cosa causerebbe uno sforzo considerevole a un particolare ISP, noi possiamo prendere quella canzone e immetterla sul nostro circuito di P2P". In una siffatta situazione ipotetica vincono tutti, "i detentori del copyright vengono pagati, gli utenti si beccano il file, l'ISP non ha un milione di persone tutte affaccendate a scaricare un singolo file e - per gli utenti che condividono quella canzone dopo averla scaricata - c'è un pagamento per aver messo quel file sul network di P2P". "Abbiamo collaborato con gli ISP per oltre un anno e siamo in grado di ridurre i loro costi - quando il sistema va in sovraccarico - del 90 per cento" stima Pandeya.

La tecnologia per trasformare il più grande tracker BitTorrent del mondo in un sistema di grid computing che invece della potenza computazionale vende banda in subappalto agli ISP è ancora giovane, concede il presidente di GGF: "per ora ci stiamo limitando a esprimere le nostre intenzioni e a chiedere agli utenti di avere fiducia".

Un altro sistema che nelle intenzioni di GGF dovrebbe rivelarsi essere una vera e propria miniera di soldi è quello di iniettare massicce dosi di advertising sul sito della Baia, che in virtù dei suoi milioni di visitatori porterebbe nelle casse della società svedese qualcosa come 40 milioni di euro di ricavi. Al mese. Una cifra definita "folle" dagli analisti, giustificata solo dalla persistenza (per nulla scontata) di popolarità della Baia, una popolarità che si misura in 16,1 milioni di visitatori unici solo a maggio ma che come tutto il resto è appesa al filo di un futuro fatto più di ombre e incertezze che di luci e monete d'oro scintillanti.

Se Pandeya chiede ai condivisori di "avere fede", il buon senso, la storia e un po' di sano realismo lasciano presagire a molti un flop senza precedenti per un piano ambizioso oltre il realizzabile. Peter Sunde aka Brokep ha detto che sarebbe stata responsabilità di GGF far evolvere The Pirate Bay o bruciarla in un tonfo colossale. Tanto per cominciare l'impresa impossibile di GGF parte dal presupposto che gli utenti rimangano al livello corrente anche con il marchio delle major a bollare la legittimità del portale "pirata" per eccellenza. Si pensa a invogliare gli utenti a rimanere con attrattive monetarie, nel rispetto del principio di "meglio di gratis c'è l'essere pagati" e contemporaneamente si promette la sparizione di tutti i contenuti "illegittimi". Quando si mettono paletti alla condivisione, e la storia lo ha dimostrato più e più volte, gli utenti tendono a migrare in massa e anche la promessa di non si sa quanto denaro (ancora tutta sulla carta) potrebbe non essere sufficiente a bloccare l'emorragia delle energie che tengono in vita i network da pari a pari.

Il tentativo appare ancora meno realistico se si pensa al fatto che colossi come Wal-Mart, Coca-Cola e Microsoft potrebbero non essere disposti ad associare il proprio marchio con qualcosa che si autodefinisce "Pirata" sin dal nome: il brand del portale potrebbe dover essere radicalmente cambiato. The Pirate Bay che si trasforma in The Legal Bay? Bislacco anche solo il pensiero dal punto di vista dell'utenza del P2P, ma è probabilmente l'unica alternativa possibile per coinvolgere l'industria del copyright nell'impresa. Ma a quel punto gli utenti sarebbero già belli che evaporati, e della Baia non resterebbe che una parvenza di fantasma senza più corpo né anima.

The Pirate Bay potrebbe non avere più un futuro, e qualcuno dovrebbe dirlo a Brokep e compagnia vista la sconcertante disparità di opinioni tra gli ex-proprietari e GGF su quello che effettivamente succederà in seguito all'acquisizione del portale. A parere del trio svedese nel breve periodo non dovrebbe cambiare molto, limitandosi GGF a trasferire i torrent che attualmente girano sul tracker di TPB su un nuovo host e a ospitarli su un tracker di terze parti.

Ma tale tracker e relativa tecnologia di condivisione distribuita risultano ancora in via di sviluppo, e alla richiesta di ulteriori spiegazioni sui nuovi piani societari GGF risponde sostenendo che finora ci si è limitati a consegnare alla stampa un gran mucchio di chiacchiere senza molta sostanza, o per dirla con i termini usati dalla società svedese niente più che "corporate bla bla". Insomma parrebbe proprio che l'unica cosa concreta in tutta questa storia di "pirati" convertiti al capitalismo, formule alchemiche per la trasformazione del P2P in oro e business senza precedenti sia il sospetto di inside trading che aleggia attorno all'acquisizione di TPB da parte di GGF, con un raddoppio del valore delle azioni societarie (da 9 a 18 centesimi) e un enorme volume di scambi azionari avvenuti il giorno precedente all'annuncio pubblico dell'operazione di acquisto.

Alfonso Maruccia
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