Giorgio Pontico

40 anni fa, la Luna

Quattro decenni dopo aver portato l'uomo sul nostro satellite, la NASA annaspa fra incertezze e mancanza di entusiasmo. Servirebbe una spinta positiva, ma la guerra fredda č terminata

Roma - 40 anni fa Neil Armostrong, al comando della missione Apollo 11, fu il primo uomo a calcare il suolo lunare: fu il coronamento di un sogno, frutto di una coesione di intenti che solo un teatro come la guerra fredda poteva favorire. Era necessario dimostrare ai sovietici che gli Stati Uniti non erano rimasti indietro, che lo Sputnik e Gagarin erano state solo battaglie perse, che la corsa allo Spazio non era ancora finita.

Fu in seguito ai successi sovietici che il presidente Kennedy, con un discorso tenuto nel 1962 alla Rice University di Houston, comunicò agli americani la volontà di andare sulla Luna entro la fine del decennio. "We choose to go the moon", una frase che ha ispirato gli ideatori del sito we chose the moon, che sta riproponendo in computer-grafica l'avventura dell'Apollo 11 con una simulazione che avrà gli stessi tempi dell'originale, ma diversi protagonisti.

Fu un evento di portata mondiale che tenne milioni di famiglie incollate al televisore: il 20 Luglio 1969 Armstrong, appena sceso dal modulo lunare, pronunciò la storica frase "One small step for a man, a giant leap for mankind". Il sorpasso era compiuto, d'ora in avanti sarebbe stata l'Unione Sovietica ad arrancare e indirizzare il proprio programma spaziale verso altri lidi.
Quattro decenni dopo la NASA sta ancora pensando alla Luna: non vi mette piede dal 1972, anno della soppressione del Programma Apollo. La presenza umana nello Spazio ha avuto il suo picco in quei 4 anni di missioni lunari, per i decenni successivi l'uomo è rimasto quasi sempre entro i confini dell'atmosfera terrestre: satelliti, stazioni orbitanti e Space Shuttle, ma niente Luna.

Come era gradualmente scemato l'interesse del pubblico per le missioni Apollo è oggi calato l'entusiasmo per i voli andata e ritorno dello Shuttle, sempre più navetta e sempre meno Space, che in qualche modo deve parte della sua esistenza proprio alle ceneri di Apollo. Incidenti come quelli del Challenger e del Columbia ne hanno poi profondamente minato la credibilità e la fama.

Non si sono verificati episodi che facessero da contraltare a queste tragedie, come invece era successo per fatti simili durante le missioni lunari: l'incidente dell'Apollo 1 scosse l'opinione pubblica, che però tornò a guardare con fiducia allo Spazio dopo lo scampato disastro dell'Apollo 13.

Buzz Aldrin, pilota del modulo lunare di Apollo 11, recentemente ha detto che le frontiere spaziali non devono essere limitate alla Luna: avviare un nuovo programma spaziale solo per tornare sul nostro satellite costituirebbe per la NASA uno spreco di risorse per un obiettivo raggiunto già 40 anni fa. L'ex astronauta aveva tracciato quella che secondo lui era la strada per ridare impulso all'esplorazione spaziale indicando in Marte il nuovo confine dell'umanità.

Tuttavia è la questione dei fondi uno dei maggiori problemi che la NASA si trova a fronteggiare: sono pochi e ancora non si è ben capito se serviranno per completare lo sviluppo dei nuovi vettori oppure per allungare la vita operativa degli Shuttle, navi che hanno fatto la storia ma che come qualsiasi manufatto umano accusano il peso degli anni. La dismissione della flotta, se si verificasse entro i termini prefissati, costringerebbe gli astronauti statunitensi a pagare il biglietto proprio ai Russi, le cui navicelle Soyuz continuano imperterrite a trasportare cosmonauti e turisti spaziali.

Lontana dalle avventure e dai successi mediatici degli anni '60 la NASA si trova costretta adesso a destreggiarsi fra problemi tecnici e di bilancio: come denuncia Aldrin, manca forse lo spirito pionieristico proprio degli uomini e delle donne che contribuirono alle missioni lunari, l'entusiasmo per la scoperta e l'innovazione tecnologica necessari a dare nuova linfa all'esplorazione dello Spazio.

Giorgio Pontico

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