Gaia Bottà

Svezia, il provider non consegna l'IP

Non violerà la privacy dei cittadini della rete traducendo in nomi gli indirizzi IP consegnati dall'industria dei contenuti. Nemmeno a fronte del rischio di una multa

Roma - Un indirizzo IP non può costituire la prova di un illecito, non basta uno screenshot trafugato per chiedere ad un tribunale di emettere un'ordinanza che costringa un provider a identificare l'abbonato a cui è stato assegnato l'indirizzo IP che i detentori dei diritti ritengono colpevole di una violazione. La legge svedese IPRED sarà messa alla prova a pochi mesi dalla sua entrata in vigore: un ISP si è rifiutato di consegnare i propri utenti all'industria dei contenuti.

La legge svedese IPRED, volta a tutelare la sicurezza nazionale invitando i fornitori di connettività alla data retention e obbligandoli a consegnare su ordine dell'autorità giudiziaria i nomi degli abbonati sospettati di qualche tipo di illecito, è stata innescata per la prima volta da una coalizione di editori. L'esistenza di un server FTP privato con caricati 2mila audiolibri li aveva indispettiti: il nuovo quadro normativo svedese avrebbe consentito loro di identificare il presunto colpevole.

Con queste intenzioni, nonostante il server fosse privato e non fosse il fulcro di una disseminazione massiva di opere protette dal diritto d'autore, gli editori all'indomani dell'entrata in vigore della legge si sono rivolti all'autorità giudiziaria. Una volta ottenuto il nome del gestore del server avrebbero deciso sul da farsi, avrebbero stabilito come comportarsi nei confronti del condivisore.
La corte distrettuale di Solna, nel mese di giugno, aveva stabilito che ci fossero i presupposti per sospettare di una violazione delle leggi sul diritto d'autore e per chiedere quindi al provider di dare un nome agli indirizzi IP. Aveva così invitato l'ISP Ephone a fornire i nominativi degli abbonati.

Ma l'ISP ha disobbedito alle autorità: le prove presentante dagli editori consisterebbero in semplici screenshot e log raccolti nel tentativo di accedere al server. Il fatto che le opere fossero depositate in un archivio protetto da password sarebbe inoltre stato un elemento abbastanza forte per rifiutarsi di consegnare i propri utenti. Ephone non ha dunque rivelato alcunché, nonostante sul suo capo penda una multa di 750mila corone svedesi, pari a quasi 70mila euro.

A incoraggiare e a supportare la decisione del provider sono stati i suoi stessi utenti: in un sondaggio indetto sul proprio sito, Ephone ha chiesto un parere ai cittadini della rete. In 20mila si sono pronunciati, il 99 per cento di loro si è espresso a favore della tutela della privacy degli abbonati sospettati di violazione. "Questo alla fine ci ha indirizzati nella nostra scelta", ha spiegato il CEO Bo Wigstrand: il provider ricorrerà in appello, chiederà che una corte di grado superiore dirima la controversia. Fra i provider svedesi c'è chi tutela la riservatezza dei propri utenti a monte: la legge IPRED non vincola i provider alla conservazione dei log, e alcuni ISP procedono regolarmente alla cancellazione di tutte le informazioni che possano agevolare i privati nella caccia alla violazione.

Gaia Bottà
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