La tecnologia non è il male, né lo strumento nel quale si risolvono i conflitti che essa stessa crea: questa l'opinione di Stefano Rodotà. Si tratta di conflitti che si riverberano sui diritti della persona, sulle necessità di garantire sicurezza, sulle esigenze dei mercato e in un equilibrio tra queste istanze dovrebbero trovare soluzione. In questo contesto i partecipanti all'IGF tentano di tracciare una linea di demarcazione tra le
sfrangiature tra lo spazio pubblico e dello spazio privato dell'individuo nella sua vita di rete, e di proporre degli strumenti che agevolino la composizione di un bilanciamento. C'è Frieda Brioschi, di Wikimedia Italia, che spiega come Wikipedia, per assicurare la tutela di coloro la cui identità è catturata fra le pagine dell'enciclopedia libera, conti su una combinazione della solidità della community e delle
regole trasparenti che la fondano e la connettono con le istituzioni. C'è chi come Pier Luigi Dal Pino, rappresentante di Microsoft Italia, sottolinea la necessità dell'
impegno delle aziende affinché diritto alla sicurezza e diritto alla privacy si possano conciliare e siano integrate
by design nei servizi offerti. Una soluzione che Rodotà ravvisa in un regime di
identità multiple e funzionali: ognuno potrebbe affidare agli operatori della rete solo i dati necessari a garantire lo svolgimento dei compiti di cui questi operatori sono stati investiti.
C'è anche chi come Domenico Vulpiani, per anni a capo della PolPost, che cerca questa composizione nella legge: un quadro normativo che avrebbe bisogno di "piccoli aggiustamenti che consentano alla polizia di investigare", e che delimiti con chiarezza le situazioni nelle quali mobilitare le forze dell'ordine. Concorda Stefano Trumpy, rappresentante del governo italiano in ICANN: la questione dell'identificazione non sembra porre particolari problemi per qualora si operi su
target precisi, solo su quelli
realmente pericolosi. Come discernere? Dovrebbe essere compito della legge, spiega il magistrato Giuseppe Corasaniti, già lo fa ad esempio la
Convenzione di Budapest sul cybercrime.
La Rete ha altresì assestato uno scossone al quadro del diritto d'autore: il confronto tra le esigenze delle platee e dei diversi attori del mercato, mediato dalle leggi dello stato, non appare agevolmente componibile. Sul palco si affiancano le voci di rappresentanti dell'industria e delle istituzioni. Ettore Bianciardi e Marcello Baraghini di Stampa Alternativa che interpretano quella frangia di editori che denuncia il fatto che il diritto d'autore si circostanzi oggi al "contratto tra autore ed editore", il quale, dopo l'accordo, finisce per "tenere in ostaggio" colui che detiene la paternità dell'opera. I due editori, in netta controtendenza rispetto al resto del mercato, sarebbero per l'abolizione del diritto d'autore e l'
evoluzione del mercato editoriale verso logiche fruttuose ma più sostenibili per autori e lettori. C'è chi come l'avvocato Ferdinando Tozzi, parte della
Commissione Gambino, ricorda come si fosse tentato di agire per salvare dall'obsolescenza la legge che regola il diritto d'autore e per "disciplinare" la rivoluzione di Internet perseguendo un'"armonia tra la tutela e la circolazione del sapere". Ci sono inoltre proposte, come quella illustrata da Ermanno Pandoli dello studio legale DDA, per avviare un regime sostenuto da una licenza collettiva estesa.
Ma la rete, ribadisce in più occasioni Rodotà, non basta: non si sostituisce alla quotidianità analogica, ma innerva il mondo fisico e le abitudini dei cittadini. Impossibile agire come se non esistesse, fondamentale trovare una metafora che ne semplifichi la comprensione a favore di coloro che vivono disconnessi. Juan Carlos De Martin, del centro NEXA del Politecnico di Torino, paragona la rete a una macchina antigravitazionale: capace di amplificare le potenzialità dell'uomo, per fini lodevoli così come per fini deprecabili. Dovrebbe essere la società civile connessa ad imprimere la direzione, e sarà quello che si tenterà di fare a Sharm El Sheikh su scala globale, nel mese di novembre. Tenendo presente, ricorda Rodotà, che la
Dichiarazione d'indipendenza del Cyberspazio è stata smentita dai fatti, ma che resta un'ideologia capace di alimentare la partecipazione in Rete.
Gaia Bottà