Roma - Potrebbe
costare cara a Google quello che sembra essere un'ingenuità burocratica: il governo turco ha presentato alla filiale locale dell'azienda di Mountain View un resoconto di
tasse non riscosse riguardanti l'advertising veicolato sulla Rete turca.
Si tratta di
32 milioni di euro che BigG dovrebbe versare all'erario di Ankara per pareggiare i conti. Questa almeno la tesi sostenuta dagli esattori locali: nonostante Google gestisca le sue attività europee dalle sede di Dublino, le tasse pagate in Irlanda non sarebbero sufficienti.
Un avvocato locale
intervistato da
TechCrunch ha tuttavia dato ragione al governo del proprio paese, lasciando intendere che BigG possa aver commesso un
errore nel registrare il suo branch turco. La sussidiaria messa in piedi in Turchia una società a tutti gli effetti e quindi sottoposta alla legislazione locale.
A detta del legale, se Google avesse semplicemente aperto un ufficio commerciale non avrebbe dovuto pagare praticamente nessuna imposta. Dal Googleplex, dove evidentemente tengono al primato commerciale attualmente detenuto in Turchia, dichiarano di essere in
trattativa con il governo per arrivare ad una soluzione che metta d'accordo entrambe le parti.
Non è la prima volta che Google incappa in questo genere di problemi. Nel 2007 e nel 2008 questioni sulla presunta insolvenza della grande G erano state
sollevate in Norvegia e in Italia. Per quanto riguarda la Turchia c'erano già stati degli attriti in passato che avevano
portato al temporaneo
blocco di YouTube imposto dal governo, blocco
rimosso solo dopo la protesta dei netizen turchi.
Giorgio Pontico