Roma - A seguito di
un'ondata di cyberattacchi che ha avuto la sua origine in Cina e che ha coinvolto diverse aziende in tutto il mondo, Google potrebbe
chiudere la propria filiale di Pechino. Lo ha scritto David Drummond, legale di BigG, sul
blog ufficiale di Mountain View.
Google avrebbe rilevato diversi tentativi di
violazione di alcuni account Gmail registrati da dissidenti e attivisti cinesi: i database, stando ai risultati dell'investigazione avviata subito dopo l'attacco, non sarebbero stati violati. I cracker cinesi sarebbero riusciti a scoprire solo la data di creazione di due caselle di posta, senza potersi spingersi oltre. Tuttavia, come spiega Drummond, questa imponente operazione ha significato per Google anche "il furto di proprietà intellettuale", oltre che una mancata introduzione clandestina nei suoi server Gmail, per i quali
sono state adottate ulteriori misure di sicurezza.
Per BigG questo episodio potrebbe essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso e sarebbe quindi
pronto a lasciare la Cina chiudendo i suoi uffici di Pechino, licenziando o trasferendo oltre 700 dipendenti e soprattutto rinunciando ad un business da 300 milioni di dollari in uno dei mercati con le più floride prospettive per il futuro.
David Drummond ha scritto che a Mountain View "non sono più disposti a censurare
google.cn". Nelle prossime settimane dovrebbe esserci un incontro con le autorità cinesi, le stesse che
mantengono inaccessibile YouTube e che più volte hanno
minacciato di tagliare fuori dalla rete cinese il motore di ricerca se non avesse ottemperato alle loro
richieste. L'intento di Google sarebbe quello di verificare se e come
ripulire la versione cinese del suo search engine dai filtri rispettando comunque la legge locale. Nell'eventualità che ciò non accada
google.cn cesserebbe di esistere dopo 4 anni di attività.
C'è chi, come
Electronic Frontier Foundation, ha accolto con favore l'aut-aut di Google all'esecutivo cinese auspicando che
altre aziende in futuro possano imitare BigG: "Tralasciando le eventuali reazioni da parte delle autorità, non significa che Google svanirà dalla Rete cinese - si legge sul
comunicato - ci saranno sempre e comunque molteplici stratagemmi per aggirare la censura di stato e speriamo che Google possa mantenere un motore di ricerca in lingua locale, appoggiato su server al di fuori della Cina se necessario".
L'approvazione per questa presa di posizione è stata manifestata anche all'interno della Grande Muraglia: "La sorpresa -
ha dichiarato Liu Ning, blogger di Pechino - non è tanto la censura o l'attacco quanto la decisione di un'azienda così grande di rompere il silenzio su questo problema. Fino ad ora non si erano mai esposti".
L'eventuale ritiro dal mercato cinese ovviamente significherebbe lasciare campo libero a
Baidu, motore di ricerca Made in China e di gran lunga il più utilizzato dai 344 milioni di netizen locali. Inoltre, secondo le stime di JP Morgan, nel 2010 la divisione cinese di Google potrebbe generare circa 600 milioni di dollari di profitto: milioni che andrebbero in fumo se il paventato ritiro di
google.cn dovesse verificarsi.
Difficile capire se si tratti di un bluff o se veramente a Mountain View siano disposti a sacrificare una parte importante del proprio business per i diritti digitali dei cittadini cinesi. Intanto proprio il governo di Pechino
avrebbe dato ordine ai media nazionali di affossare alcuni particolari dell'
affaire Google: i
reportage di
China Daily e delle agenzie
Xinhua e
China News non menzionano in nessun caso i cyberattacchi denunciati da Drummond come ragione principale di quello che potrebbe essere una fondamentale svolta della politica di BigG sullo scacchiere globale.
Giorgio Pontico