Roma - Tunneling della connessione in salsa pirata. Uno schiaffo all'antipirateria propagandata dalle major e accolta dai governi. La gestazione di IPREDATOR
è conclusa: la darknet
messa in piedi da quelli di The Pirate Bay per
fornire ai divoratori di torrent un valido strumento per
mascherare la propria connessione, è entrata in funzione.
I netizen svedesi e non solo potranno così mettersi al riparo dalle rappresaglie dei detentori dei diritti che negli ultmi tempi, vista la diffusione di provvedimenti istituzionali ispirati alla
Dottrina Sarkozy, hanno stretto la morsa nei confronti dei provider, alla ricerca di indirizzi IP da tradurre in generalità personali con cui compilare una denuncia.
Pagando 5 euro al mese si potrà accedere a IPREDATOR, che provvederà a
far passare inosservata le attività dei suoi utenti ponendosi come step ulteriore nel percorso virtuale che proietta l'utente sulla Rete. Peter Sunde, che nonostante abbia ufficialmente
abbandonato il ruolo di portavoce dei pirati non nega quasi mai un commento, ha spiegato che la
sua darknet non differisce di molto, almeno per quanto riguarda l'infrastruttura, da realtà simili.
Il vantaggio rispetto ad altre connessioni VPN è che IPREDATOR dovrebbe presto poter
fare da scudo anche per quella che,
all'epoca della sua promulgazione, era stata subito
ribattezzata "legge Orwell", per via dell'asfissiante controllo che avrebbe esercitato scrutando in ogni canale di comunicazione elettronica tra i cittadini svedesi.
Sunde
ha spiegato che una soluzione efficace per accecare il sistema in questione, il quale per funzionare sfrutta la potenza di uno dei supercomputer più potenti del mondo, è già in cantiere e dovrebbe essere messa a disposizione degli utenti di IPREDATOR.
I creatori di questa darknet
pirata non sembrano dunque concedersi un attimo di riposo per rendere IPREDATOR uno strumento sempre più raffinato e in grado di garantire l'anonimità di ogni singolo bit sparato al di fuori dei confini svedesi. "L'unica cosa che il governo svedese può fare adesso - conclude Sunde - è quella di rendere illegale la cifratura dei dati".
Quel che resta della Baia si conferma dunque più vivo che mai, come se
processi e
mancati tentativi di legalizzazione non si fossero mai verificati. In un post natalizio comparso sul blog, gli attuali tenutari di TPB non esitano a scrivere che "la storia della Baia è ancora da scrivere, è troppo presto per una sua conclusione". Nel frattempo i vecchi capitani devono
farsi largo tra ingiunzioni di pagamento da parte della major
derubate. Strascichi del processo e di una travagliata estate.
Giorgio Pontico