Giorgio Pontico

Google, la Cina si dichiara innocente

Pechino non c'entra, almeno ufficialmente. Mentre gli Stati Uniti si dicono vicini a uno dei responsabili, fra le autorità cinesi c'è chi vuole più controllo sulla Rete e meno tecnologia straniera

Roma - Gli istituti scolastici cinesi additati dagli esperti di sicurezza come la fonte dei cyberattacchi che hanno colpito Google e altre aziende hanno negato con forza ogni tipo di responsabilità: "Siamo scioccati e indignati - ha riferito un portavoce della Shanghai Jiaotong University, uno degli atenei da cui avrebbero agito i cracker - queste accuse prive di fondamento rischiano di compromettere la reputazione del nostro istituto".

Dello stesso avviso il responsabile politico della Lanxiang Vocational School, l'altro istituto dal quale sarebbe partito l'attacco, che ha sottolineato di aver ordinato un'indagine interna rivelatasi però infruttuosa.

Gli esperti di sicurezza statunitensi che si stanno occupando del caso tuttavia insistono che i responsabili dell'intrusione siano da ricercare in Cina e, secondo il Financial Times, Washington starebbe già con il fiato sul collo del responsabile dell'attacco. Le informazioni attuali indicano che si tratterebbe di un consulente di sicurezza informatica sulla trentina che avrebbe scritto parte del codice malevolo che ha sfruttato una falla di Internet Explorer per intrufolarsi nelle macchine di BigG.
In ogni caso le autorità cinesi negano di aver appoggiato gli attacchi, riconoscendo di essere ancora parzialmente vulnerabili online mentre un alto ufficiale dell'esercito, Huang Yongyin, ha richiesto la creazione di un organo statale preposto al monitoraggio del network nazionale oltre che a una progressiva riduzione della presenza di tecnologie straniere negli apparati di stato. Su un giornale legato al Partito Comunista locale, inoltre, si legge che "elementi fuorilegge e forze ostili dentro e fuori i confini cinesi hanno utilizzato sempre più frequentemente Internet per commettere crimini, propaganda antigovernativa e sabotaggi".

Giorgio Pontico
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