Claudio Tamburrino

Violenze e Facebook, indignazioni e proposte

Un manipolo di iscritti si scaglia contro i bambini down e crea sconquasso. I media rilanciano. E riesplode la polemica sull'istigazione a delinquere in Rete

Roma - In questa occasione la polemica mediatica nei confronti di Facebook è esplosa a causa di un gruppo che se la prendeva con i bambini down. Dopo il caso Tartaglia, le beffe sulla tragedia di Haiti, i gruppi inneggianti a capi mafiosi, a terrorismi o ad altri tipi a violenza, è di nuovo il comportamento di alcuni ad alimentare le parole di media e politici riguardo ai reati di istigazione alla violenza in Rete.

L'episodio, per la verità, si potrebbe già sgonfiare: questa volta la Polizia Postale è riuscita a intervenire per far chiudere in breve tempo il gruppo incriminato "Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini Down", che superava già i 1.700 iscritti. Non si tratta propriamente di un oscuramento, come da più parti riportato, per cui occorrerebbe un provvedimento del magistrato e (dato che i server stanno all'estero) di una rogatoria, ma grazie all'intervento dalla sede centrale di Facebook è stato possibile cancellare immediatamente questa brutta pagina dal libro dei volti. Antonio Apruzzese, direttore della Polizia Postale, spiega che la velocità di intervento è stata possibile grazie alla collaborazione dei vertici di Facebook: "Solo il server centrale può decidere di rimuovere i gruppi". E questa volta la decisione è stata tempestiva: tempestivamente, dopo l'avvertimento dall'autorità italiana Palo Alto ha provveduto alla rimozione.

Le autorità sperano ora che la collaborazione internazionale resti proficua e si che possano così ottenere tracce al momento congelate (nello specifico: elementi che possano contribuire a identificare i responsabili) per poter rintracciare il "vendicatore mascherato" e "il signore della notte", nomi sotto cui si nascondono i fondatori del gruppo, per cui si ipotizza il reato di istigazione a delinquere.
Ma certe manifestazioni di violenza vengono naturalmente represse senza l'intervento dall'alto delle autorità: sono oltre 120mila le adesioni raccolte per uno degli appelli partiti sempre da Facebook contro l'iniziativa, e molti degli oltre 1.700 iscritti al gruppo incriminato erano lì esclusivamente per insultare gli autori della provocazione (forse non ritenendo sufficiente utilizzare il tasto "report" proposto dal social network sotto ogni gruppo). "╚ confortante la reazione avuta in rete da migliaia e migliaia di persone che hanno espresso la loro indignazione" ha affermato in una nota la senatrice del PD Anna Serafini.

Sul caso, d'altronde, si è riversato il fiume di dichiarazioni dei politici: il ministro Mara Carfagna ha definito il gruppo "inaccettabile, non degno di persone civili, pericoloso" e ha promesso che "anche coloro che hanno aderito, ovvero tutti quelli che rientrano nella fattispecie del reato di istigazione a delinquere, saranno perseguiti". Così come chiede "pene esemplari" il ministro dell'Agricoltura, Luca Zaia: "la prima potrebbe essere quella di mettersi al servizio delle famiglie con bambini down, la cui dignità è stata offesa".

Il deputato del PDL Roberto Cassinelli dichiara, invece, di essere "allo stesso tempo indignato ed amareggiato: indignato perché si tratta di un gesto cattivo ed immorale, ed amareggiato perché questi comportamenti vanificano gli sforzi di chi da tempo si batte per una rete sempre più libera e responsabile. Chi ha creato il gruppo e chi vi ha aderito - aggiunge sulla linea Carfagna - deve essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alla legge: cessi la convinzione che in Internet tutto è concesso". Un altro senatore del PDL, Giuseppe Esposito, parrebbe solidale ad una legge anti "imbecilli". Anna Maria Bernini (PDL) invece suggerisce un "codice etico della rete", iniziativa in qualche modo già portata avanti dal Ministro Maroni.

A riportare l'attenzione sul fatto in sé sono osservatori più attenti alle dinamiche della Rete: il caso testimonierebbe solo l'ingenuità dei media tradizionali e ancora una sorta di confusione circa la sostanza di Facebook, non una televisione o un medium tradizionale con un palinsesto o una redazione, non un sito con un autore, ma un social network, in cui si riproducono proprio per questa sua natura dinamiche e comportamenti (di qualsiasi tipo) propri della vita reale. Daniela Mignogna, mamma di una bimba affetta da una malattia rara e attiva in Rete per sensibilizzare sulla questione spiega chiaramente: "quello che vediamo online esiste nella società, e si combatte solo con una battaglia culturale". In molti denunciano come si tratti di una battaglia che stanno vincendo i troll. Facebook, d'altronde, appare l'unico sbocco in Rete per molti italiani, il social network più generalista d'Italia: tutto quello che accade lì, anche il rigurgito di un troll, sembra creare un rumore amplificato capace di scuotere la Rete, i media e il mondo politico.

Claudio Tamburrino
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