Decreto Romani, meglio ma non bene

di Guido Scorza - Il decreto Romani ha stabilmente assunto una nuova forma. Una lista esemplificativa di servizi esclusi dalla definizione di servizio media audiovisivo sembra non bastare

Decreto Romani, meglio ma non beneRoma - Dopo la pioggia di critiche seguite alla presentazione al Parlamento del primo schema di Decreto ed i pareri favorevoli ma fortemente critici arrivati da Camera e Senato, ci si aspettava che il Vice Ministro Romani mettesse pesantemente le mani sul provvedimento che ormai porta il suo nome, allo scopo di scongiurare il rischio di trasformare - più o meno consapevolmente - il web in una grande TV. Le attese sono, tuttavia, rimaste deluse.

Lo schema di decreto legislativo approvato ieri dal Consiglio dei Ministri è, infatti, sostanzialmente identico alla precedente versione con la pressoché isolata - almeno per quanto attiene alle "cose della Rete" - eccezione della definizione di "servizio media audiovisivo" sulla quale il Vice Ministro è tornato cercando di fare ordine e sottrarre alla portata "pantelevisiva" della propria creatura una fetta importante della Rete che rischiava di essere fagocitata nel mondo di quel piccolo schermo che, una volta, si chiamava metonimicamente "tubo catodico".
L'intervento a livello definitorio, tuttavia, è stato importante ma, sfortunatamente, non risolutivo.

Il punto è che il nuovo testo consente, probabilmente, di fugare il dubbio che il Governo abbia inteso deliberatamente trasformare il web in una grande TV ma non anche di allontanare il rischio che le nuove norme producano, comunque, tale infausta conseguenza. Il nuovo testo dell'art. 4, infatti, nel definire il "servizio media audiovisivo" stabilisce che con tale espressione debba intendersi: "1. un servizio, quale definito agli articoli 56 e 57 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, che è sotto la responsabilità editoriale di un fornitore di servizi media e il cui obiettivo principale è la fornitura di programmi al fine di informare, intrattenere o istruire il grande pubblico, attraverso reti di comunicazioni elettroniche. Per siffatto servizio di media audiovisivo si intende o la radiodiffusione televisiva, come definita alla lettera i) del presente articolo e, in particolare, la televisione analogica e digitale, la trasmissione continua in diretta quale il live streaming, la trasmissione televisiva su Internet quale il webcasting e il video quasi su domanda quale il near video on demand, o un servizio di media audiovisivo a richiesta, come definito dalla lettera m) del presente articolo" ed aggiunge che "Non rientrano nella definizione di "servizio di media audiovisivo":
- i servizi prestati nell'esercizio di attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti Internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell'ambito di comunità di interesse;
- ogni forma di corrispondenza privata, compresi i messaggi di posta elettronica;
- i servizi la cui finalità principale non è la fornitura di programmi;
- i servizi nei quali il contenuto audiovisivo è meramente incidentale e non ne costituisce la finalità principale, quali, a titolo esemplificativo:
a) i siti internet che contengono elementi audiovisivi puramente accessori, come elementi grafici animati, brevi spot pubblicitari o informazioni relative a un prodotto o a un servizio non audiovisivo;
b) i giochi in linea;
c) i motori di ricerca;
d) le versioni elettroniche di quotidiani e riviste;
e) i servizi testuali autonomi;
f) i giochi d'azzardo con posta in denaro, ad esclusione delle trasmissioni dedicate a giochi d'azzardo e di fortuna; ovvero
2) una comunicazione commerciale audiovisiva
".
A prescindere da tutta una serie di aspetti lessicali e terminologici che non convincono e sui quali, forse, la penna del Vice Ministro e dei suoi uomini avrebbe dovuto essere più puntuale e rigorosa ci sono, infatti, taluni elementi che sollevano grandi perplessità e non consentono di esprimere un giudizio favorevole sul nuovo testo del decreto.

Andiamo con ordine.
Il primo attiene alla tecnica normativa cui ha fatto ricorso il Governo, dettando una definizione per esclusione esplicita: per "servizio media audiovisivo" deve, oggi, intendersi sostanzialmente ogni servizio che importi la diffusione di contenuti audiovisivi salvo quelli espressamente individuati dalla norma. È una tecnica di normazione assolutamente inadeguata alla materia di cui si tratta: la tecnologia va più in fretta del legislatore e, quindi, già domani mattina, dinanzi ad una nuova piattaforma di condivisione di contenuti audiovisivi - ipotizziamo un "video-twitter" - occorrerà provare a collocarla in una delle categorie escluse e, qualora - come appare probabile - ciò non risulti possibile, qualificarla come "servizio media audiovisivo" con ogni conseguenza per il suo gestore.

La seconda riguarda la definizione cui è affidata l'esclusione dei videoblog dall'ambito di applicazione delle nuove norme: "Non rientrano nella definizione di "servizio di media audiovisivo": i servizi prestati nell'esercizio di attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva...". Un videoblog di modesto successo che raccolga, comunque, pubblicità e/o che possa considerarsi - per quantità e qualità dei contenuti - in "concorrenza" con la radiodiffusione televisiva, dunque, sembra dover essere definito un "servizio media audiovisivo" e rientrare dunque nell'ambito di applicabilità della nuova disciplina.
Che significa "attività precipuamente non economica" e che vuol dire essere "in concorrenza con la radiodiffusione televisiva"? Se significa che un utente potrebbe scegliere di navigare su un videoblog piuttosto che guardare la TV è un requisito che, probabilmente, integrano molti dei videoblog del panorama italiano.

A ben vedere il wording è esattamente quello della direttiva europea ma il legislatore nazionale è chiamato ad "attuare" i principi comunitari e non, semplicemente, a "tradurli" come hanno scelto di fare gli uomini del Vice Ministro Romani all'evidente scopo di mettersi al riparo dalle contestazioni secondo le quali il Decreto - nella sua prima versione - andava ben oltre l'impianto della disciplina europea.
Un esempio di "attuazione" della direttiva AVMS e non già di semplice traduzione si rinviene, invece, nella Legge francese di attuazione nella quale si è previsto che "Sont exclus les services qui ne relèvent pas d'une activité économique au sens de l'article 256 A du code général des imp˘ts, ceux dont le contenu audiovisuel est secondaire, ceux consistant à fournir ou à diffuser du contenu audiovisuel créé par des utilisateurs privés à des fins de partage et d'échanges au sein de communautés d'intérŕt, ceux consistant à assurer, pour mise à disposition du public par des services de communication au public en ligne, le seul stockage de signaux audiovisuels fournis par des destinataires de ces services et ceux dont le contenu audiovisuel est sélectionné et organisé sous le contr˘le d'un tiers". Il legislatore francese ha, puntualmente, spiegato il significato dell'espressione "attività economica" attraverso riferimento ad altra norma di legge e si è ben guardato dall'affidare la delimitazione tra il web e la TV ad un concetto aleatorio ed ambiguo quale la sussistenza di un rapporto di concorrenza tra un video blog e la programmazione di un'emittente televisiva.

Difficile dinanzi a scelte tanto lacunose ed inopportune promuovere il Vice Ministro. Ciò che c'era di buono nella direttiva ovvero la previsione secondo la quale la responsabilità editoriale non si accompagna necessariamente a quella giuridica ed i frequenti richiami alla disciplina in materia di commercio elettronico e non responsabilità degli intermediari della comunicazione, non è stato importato nel testo del Decreto Romani. Il decreto, pertanto, continua a minacciare i gestori di piattaforme UGC - Google ad esempio - di esser risucchiati dalla TV, conferma all'AGCOM il ruolo di sceriffo della Rete tanto in relazione ai diritti d'autore che con riferimento alla tutela dei minori e, solo per citarne un'altra tra le tante, insiste nell'ipotizzare che le famiglie italiane abbiano bisogno di un cybersitting di Stato per evitare che lo sviluppo dei minori sia irrimediabilmente turbato da scene di violenza o pornografia "incontrate" in Rete.

Tutto considerato la nuova versione del Decreto sembra migliore della precedente ma ancora lontana dalla sufficienza. Peccato, perché il timoniere del processo legislativo avrebbe potuto e, forse, dovuto far tesoro dell'intelligenza collettiva di Rete che, all'indomani della presentazione del vecchio testo del decreto, aveva evidenziato i numerosi ed importanti limiti dello schema di provvedimento. È andata così e, a questo punto, non resta che far affidamento sul buon senso dell'AGCOM - e su quello dei giudici che, tuttavia, proprio di recente, hanno dimostrato che, buon senso a parte, ciò che talvolta difetta, è la conoscenza delle dinamiche dell'informazione online.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
www.guidoscorza.it
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116 Commenti alla Notizia Decreto Romani, meglio ma non bene
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  • Ciao, grazie per l'articolo che è molto chiaro ed interessante.
    Domanda: secondo te ci rientra l'elearning a pagamento?
    Grazie
    Mirco
    non+autenticato
  • UTENTI DI INTERNET SAPPIATE CHE TRA QUALCHE SETTIMANA
    CI SARANNO LE ELEZIONI QUINDI PREPARIAMOCI A MANDARLI A CASA
    QUINDI NIENTE VOTI AL PDL LEGA E SURROGATI VARI
    MA DIAMO IL VOTO A CHI SI E SEMPRE BATTUTO PER LA DIFESA DELLA RETE
    MEDITATE GENTE MEDITATE!!!!
    non+autenticato
  • Ma cosa potevamo attenderci, da quella gente: Chiarezza? Democrazia? Competenza? No! Arroganza, ottusita', incompetenza, antidemocraticita'!
    Naturalmente, loro, i fatti propri, li fanno ... alla faccia nostra!
    Pero' c'è un detto che recita:- Chi la fa, se l'aspetti. Vale anche per i cosiddetti nostri " rappresentanti"...
  • Una osservazione: se consideriamo il fatto che per sviluppare le sue capacità un autore (qualsiasi autore) ha "utilizzato" i beni della società (asili, scuole, università, ospedali per curarsi, biblioteche per leggere, eccecc), costruiti (e più o meno manutenzionati) coi soldi di tutti, non è che potrebbe accontentarsi del'equo compenso - un tantum - ed evitare di pretendere i diritti di esecuzione ogni qual volta un bar, discoteca, balera, radio, tv, sito web riproduce un suo brano/film? A questo punto chiunque è un autore di qualcosa.. Allora ogni persona che legge un mio lavoro/report/tema/blog, mi deve pagare? E'possibile? Ciò che scrivo io non ha certo l'importanza del testo della canzone del Principe, me ne rendo conto, ma potenzialmente dovremmo avere gli stessi "diritti - d'autore". Ritengo possibile assicurare all'autore un certo lasso di tempo per recuperare i diritti d'autore - l'equo compenso - ma poi l'opera va riconsegnata alla società, che di fatto, è la vera proprietara dell'opera, in quanto ha contribuito - inconsapevolmente - alla crescita dell'autore stesso. O no?
    non+autenticato
  • Loro approvano questa legge, fra un annetto modificheranno una parola della legge e saremo tutti nella cacca.

    NESSUNA LEGGE DEVE REGOLAMENTARE INTERNET
    non+autenticato
  • certo certo, lo dicevano anche 30 anni fa con le radio pirata.

    e sapete l'unica citta' dove ancora esistono radio e tv pirata ?
    NAPOLI !
  • - Scritto da: Padovan
    > certo certo, lo dicevano anche 30 anni fa con le
    > radio
    > pirata.
    >
    > e sapete l'unica citta' dove ancora esistono
    > radio e tv pirata
    > ?
    > NAPOLI !

    Le radio e le tv pirata esistevano quando c'era il monopolio rai: ora non esistono piu' perchè non esiste piu' il monopolio (e quindi, quelle che erano radio pirata ora sono legali)

    La pirateria sarà legalizzata, e per definizione smetterà di essere pirateria (quindi, non esisterà piu')
    non+autenticato
  • Salve a quanto pare l'incubo peggiore della rete in Italia e diventato realtà,adesso devi aver paura di navigare dove ti pare,poi se entri in un sito streaming e qui non ho ben capito cosa succede,insomma hanno fatto una legge sulla confusione non sulla chiarezza,da oggi bisognerà tener gli occhi spalancati come i fari di un automobile.E sempre col dubbio di aver fatto qualcosa che fino ad ieri era solo normale navigazione,adesso potrebbe diventare contro la legge,perdonatemi se non ho capito il senso dell'articolo.Ma ci hanno dato secondo loro un contentino il resto lo hanno imbavagliato impacchettato messo in cella e buttato via la chiave,poi hanno fatto una legge non equa ma una"pizza" qui non è garantito nessuno,solo il pubblico dissenso.Augurarsiulteriori modifiche sarebbe da fantascienza ormai che ha preso corpo una mostruosità simile ormai farà parte del nostro stile di vita da oggi in po per sempre

    Ciao.
  • Credo che prima di fare dell'allarmismo inutile e dire cose errate, bisognerebbe leggerlo, il decreto, e cercare, per quanto possibile di interpretarlo.
    I siti di streaming, non contenendo video ed audiovisivi ma solo link, sono esenti dal decreto.In questo il decreto è molto chiaro.Il decreto al momento è rivolto a contenuti e piattaforme, non ad utenti.Certamente agcom, potrebbe cominciare(come cmq fa la postale), appena sara' un pò piu' chiaro il tutto, a far chiudere certi siti di streaming perchè sono comunque illegali.Ma anche ad oggi le cose sono cosi', se vogliono, quel tipo di siti li chiudono, è gia' successo.
    Se hai letto bene il decreto,l'agcom vigilera' sui contenuti in rete, non sull'utenza.l'agcom sta facendo anche un'indagine conoscitiva sul fenomeno della pirateria, chiedendo dati sul traffico, ovviamente in forma anonima, per farne uno studio meramente statistico e vedere, a campione, la reale portata del fenomeno.
    Se vai su un sito di video streaming illegale, sappi che fai una cosa sbagliata, ma al momento, al massimo lo chiudono e basta.Oppure ti oscurano la fonte, ovvero m...v..eo e similari.Non ti troverai l'agcom a casa, se è quella la tua pauraSorride
    Peraltro, il decreto parla di live streaming, che è un'altra cosa, non di streaming.Se per streaming intendi guardare un film appena uscito, era illegale un anno fa, lo è ora, lo sarà in futuro.Il decreto non cambia niente in questo frangente.
    Insomma, lo scopo del decreto è chiaro.Stanno cercando di rendere le piattaforme di video hosting piu' controllate e quindi per molti meno appetibili, a favore della tv.Ma da quello che ho letto al momento non c'è nulla di orwelliano, di spionistico, di "grande fratelliano" o di sconvolgente per la rete rispetto a prima.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Ast
    > Credo che prima di fare dell'allarmismo inutile e
    > dire cose errate, bisognerebbe leggerlo, il
    > decreto, e cercare, per quanto possibile di
    > interpretarlo.
    > I siti di streaming, non contenendo video ed
    > audiovisivi ma solo link, sono esenti dal
    > decreto.In questo il decreto è molto chiaro.Il
    > decreto al momento è rivolto a contenuti e
    > piattaforme, non ad utenti.Certamente agcom,
    > potrebbe cominciare(come cmq fa la postale),
    > appena sara' un pò piu' chiaro il tutto, a far
    > chiudere certi siti di streaming perchè sono
    > comunque illegali.Ma anche ad oggi le cose sono
    > cosi', se vogliono, quel tipo di siti li
    > chiudono, è gia'
    > successo.
    > Se hai letto bene il decreto,l'agcom vigilera'
    > sui contenuti in rete, non sull'utenza.l'agcom
    > sta facendo anche un'indagine conoscitiva sul
    > fenomeno della pirateria, chiedendo dati sul
    > traffico, ovviamente in forma anonima, per farne
    > uno studio meramente statistico e vedere, a
    > campione, la reale portata del
    > fenomeno.
    > Se vai su un sito di video streaming illegale,
    > sappi che fai una cosa sbagliata, ma al momento,
    > al massimo lo chiudono e basta.Oppure ti oscurano
    > la fonte, ovvero m...v..eo e similari.Non ti
    > troverai l'agcom a casa, se è quella la tua paura
    >Sorride
    > Peraltro, il decreto parla di live streaming, che
    > è un'altra cosa, non di streaming.Se per
    > streaming intendi guardare un film appena uscito,
    > era illegale un anno fa, lo è ora, lo sarà in
    > futuro.Il decreto non cambia niente in questo
    > frangente.
    > Insomma, lo scopo del decreto è chiaro.Stanno
    > cercando di rendere le piattaforme di video
    > hosting piu' controllate e quindi per molti meno
    > appetibili, a favore della tv.Ma da quello che ho
    > letto al momento non c'è nulla di orwelliano, di
    > spionistico, di "grande fratelliano" o di
    > sconvolgente per la rete rispetto a
    > prima.

    Certo certo il mondo è pieno di giudici e avvocati che distinguono tra streaming e live streaming (oltretutto a ben guardare il live streaming a rigore non esiste proprio... per definizione di streaming).
    non+autenticato
  • Sul decreto è citato solo il "live streaming" inteso come emittente che trasmette in streaming, non lo streaming ordinario.Ovviamente non posso essere nella testa di avvocati e giudici,parlo per quello che ho letto.
    Io sono contrario, se non si fosse capito, ad ogni tipo di restrizione su Internt, però prima di fasciarci la testa non potremmo aspettare un pò di chiarezza sul decreto?
    Sembra che sia passata una super hadopi al cubo, e invece a me pare molto meno peggio di quel che si pensava.
    Poi magari mi sbaglio.
    non+autenticato
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