Mauro Vecchio

Cina, cracker in punizione?

Le autoritÓ di Pechino sono intenzionate a sanzionare i responsabili dei cyberattacchi a Google. Ma BigG non ha attualmente prove concrete, nÚ ha inviato alcun esposto formale al paese asiatico

Roma - Ci sarà una punizione esemplare. Le autorità di Pechino hanno recentemente mostrato l'intenzione di mettere all'angolo i responsabili dell'ondata di cyberattacchi che all'inizio di quest'anno aveva messo sotto scacco Google. Ma il governo cinese ha anche posto l'accento su un problema di fondo: non esistono attualmente prove concrete che portino il dito accusatorio verso cracker del paese asiatico.

E nemmeno Google ha attualmente pronto un esposto ufficiale da presentare presso il governo cinese. Almeno il suo ministero per l'Industria e l'IT non ha ancora ricevuto alcuna documentazione formale che provi la responsabilità diretta dei cracker asiatici nell'attacco che aveva colpito alcuni account Gmail e che dopo aveva dato avvio ad una seria crisi diplomatica tra BigG e il governo di Pechino.

"Qualora Google abbia delle prove tangibili - ha spiegato il viceministro cinese Miao Wei - il nostro governo le accoglierà. Per poi eventualmente punire in maniera severa i responsabili". Miao ha quindi precisato come le autorità non vedano affatto di buon occhio cyberattacchi come quello a Google, dal momento che la stessa Cina non è stata in passato risparmiata.
Ma l'esposto di Google manca attualmente all'appello. Come sottolineato da BigG, nelle parole di Nicole Wong: "non siamo ancora sicuri su chi abbia effettivamente portato avanti gli attacchi. Sappiamo solo che questi hanno provenienza cinese". E proprio sulla provenienza di quella che è stata chiamata Operazione Aurora gli esperti in sicurezza informatica sembrano ancora piuttosto divisi.

Da una parte, la società di cybersecurity McAfee continua a pensare che i cracker responsabili abbiano rappresentato un sofisticato esempio di cyberspionaggio avanzato. Dall'altra, la startup statunitense Damballa ha portato avanti la teoria di un cyberattacco amatoriale, condotto da tecnologie vecchio stile, prese a prestito dal furto d'identità e dallo spamming.

Nel frattempo, il viceministro cinese Miao Wei è tornato sulla questione relativa al futuro di Google in terra cinese. "Se Google deciderà di proseguire il suo business in Cina - ha spiegato Wei - è la benvenuta, in conformità con le nostre leggi". E saranno sempre le leggi cinesi a regolamentare l'eventuale decisione di lasciare il mercato interno da parte della Grande G.

Quello che farà la società di Mountain View pare tuttavia non interessare particolarmente Redmond, quartier generale di Microsoft. La visione di BigM rimarrà ancorata al search market del paese asiatico, indipendentemente dalle prossime strategie di BigG. Nelle parole del chairman locale di Microsoft "Quello che noi faremo è promuovere in maniera aggressiva il search e il cloud computing in Cina. Al di là di ciò che farà Google".

Mauro Vecchio
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