Alfonso Maruccia

Kentucky, cercasi papÓ per il gambling online

I giudici sentenziano: forse le organizzazioni di categoria hanno ragione, ma occorre che i veri proprietari dei nomi di dominio si facciano avanti. Le scommesse non fanno rima con anonimato

Roma - Nuovo giro di boa con sorpresa per la nota vicenda legale dei nomi di dominio "d'azzardo" avviata dal Commonwealth del Kentucky: ribaltando la sentenza di dissequestro già emessa dalla Corte di Appello, la Corte Suprema dello stato nordamericano ha stabilito che sì, forse quei domini non vanno censurati, ma i legittimi proprietari devono palesarsi fornendo prove reali della propria identità.

Dopo aver stabilito che i domini incriminati configuravano, nei fatti, dei veri e propri sistemi di gioco d'azzardo, il giudice aveva stabilito (su esplicita richiesta dell'amministrazione statale) che i suddetti domini fossero "sequestrati" e posti sotto il controllo diretto delle autorità locali, in virtù del fatto che nel Kentucky il gambling non è autorizzato dalla legge.

La questione era poi finita davanti al giudice d'appello, con le organizzazioni Interactive Media Entertainment & Gaming Association (iMEGA) e Interactive Gaming Council (IGC) impegnate (a loro dire) a rappresentare i proprietari dei domini affinché la censura venisse prontamente rimossa. La rimozione c'è stata e gli URL sono tornati a essere raggiungibili in Kentucky e altrove, ma ora arriva la decisione della massima autorità giudiziaria locale a ribaltare il verdetto precedente, e a consigliare ai diretti interessati di comparire in aula in carne e ossa piuttosto che in spirito.
La Corte Suprema ha deciso che, sebbene l'opposizione al sequestro appaia "convincente" e non priva di valore, iMEGA e IGC non hanno presentato sufficiente documentazione per dimostrare la legittimità della loro rappresentanza. Se una tale documentazione potrà essere prodotta davanti al giudice, dice la Corte, la parte interessata potrà rivolgersi ancora una volta alla Corte d'Appello "per far riesaminare il caso".

La Corte Suprema ha in sostanza fatto passare il principio secondo cui i nomi di dominio non possono difendere i propri interessi da soli, ma ci voglia qualcuno che tali interessi li renda evidenti e concreti di fronte alla legge: ragion per cui gli anonimi titolari che si sono sin qui fatti rappresentare da iMEGA e IGC dovranno uscire allo scoperto se vogliono far valere le proprie ragioni.

Alfonso Maruccia
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