Alfonso Maruccia

Chrome uccide la privacy. Parola di Microsoft, anzi no

Il management del progetto Internet Explorer attacca: il browser di Google è un pericolo. Molto meglio IE 8. Ma le accuse finiscono su una pagina 404

Roma - Dopo l'avvento del ballot screen imposto dalla comunità europea e il rimescolamento di utenti sul mercato dei browser, e per difendere la popolarità di Internet Explorer, a Redmond partono all'attacco dei produttori che più impensieriscono il gigante del software. A cominciare da Google con il suo Chrome, browser che secondo Microsoft sarebbe una vera e propria pietra tombale delle esigenze di riservatezza naturalmente espresse dai netizen.

Alla base delle lamentele di Microsoft - espresse con un video messo assieme dal project manager di IE Pete LePage - c'è la ben nota funzionalità della barra degli indirizzi di Chrome che accorpa, in un solo elemento dell'interfaccia, la address bar e il box per le ricerche su web. Per ogni carattere digitato sulla tastiera, ribadisce LePage, a Mountain View registrano la pressione del tasto: "Non ho ancora premuto Enter - continua LePage - per caricare il sito web e Google sta già raccogliendo informazioni circa il dominio e i siti che sto visitando".

L'autocompletamento della barra degli indirizzi di Chrome, da più parti criticato per le sue ricadute negative sulla privacy della navigazione in rete al netto delle rassicurazioni di ordinanza somministrate da Google, è per il manager Microsoft un rischio inaccettabile. Su IE, incalza LePage, le cose sono molto diverse e le due funzionalità (la barra degli indirizzi e la ricerca di indirizzi online) vengono tenute ben distinte.
Ma le accuse di Microsoft prestano il fianco ai dubbi degli osservatori: il browser di Mountain View può essere configurato per restituire i risultati delle ricerche in real-time provenienti anche da altri provider, quindi Bing e Yahoo! (e quindi Bing) inclusi.

L'altra questione evidenziata da LePage, infine, vale a dire la presenza della modalità di navigazione anonima "InPrivate" di IE, tralascia del tutto di citare la corrispondente funzionalità di Chrome nota come "Incognito".

Ma è lecito dubitare della convinzione con cui Microsoft ha tentato l'affondo: i contenuti incriminati hanno ceduto il posto a una pagina di errore.

Alfonso Maruccia
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