Luca Annunziata

La politica e la conversazione dall'alto

di L. Annunziata - Quando un premier sceglie la via del social network per comunicare con i propri concittadini è un momento importante. Lo sarebbe ancora di più se gli strumenti scelti fossero quelli giusti

Roma - Antefatto: è il 1 aprile, giorno universalmente noto per essere il teatro ideale di scherzi e marachelle. Fatto: un quotidiano nazionale, di quelli di carta, annuncia che da lì a poco il presidente del Consiglio dei Ministri interverrà sulle pagine del principale social network mondiale. Ci vuol poco a sorridere e pensare alla burla: peccato che, neppure un paio d'ore più tardi, faccia davvero la sua comparsa dentro Facebook niente di meno che il premier Silvio Berlusconi in persona. Due minuti scarsi, in audio, in cui promette di avviare una serie di riforme e di "utilizzare internet e naturalmente anche Facebook (...) prestando a voi la massima attenzione" per portare a termine questo compito.

Una premessa: non è nostra intenzione qui discutere di fede o appartenenza politica, ci limiteremo ad analizzare il modo in cui questa iniziativa del primo ministro italiano sia stata accolta sui media. Quest'oggi il Giornale, ovvero la testata che ha "ospitato" l'intervento del premier, titola a tutta pagina "Berlusconi risponde a tutti su Facebook": ma si tratta quantomeno di una forzatura, se non di un equivoco, e chiarisce una volta per tutte la scarsa comprensione che media tradizionali, classe politica e una parte di osservatori e addetti ai lavori hanno del fenomeno della Rete e in questo caso dei social network.

Prima di tutto, stonano in tutti gli articoli di oggi i riferimenti e gli accostamenti tra l'iniziativa di ieri di Berlusconi e la campagna elettorale di Barack Obama. Si tratta di un paragone errato, non foss'altro per il contesto e il pubblico destinatario dei messaggi del Presidente del Consiglio e del Presidente degli Stati Uniti: Obama aveva provveduto a incorporare nel suo staff autentici esperti di comunicazione in Rete (tra cui anche Chris Hughes, ovvero uno che Facebook l'ha fondato), aveva improntato la sua campagna e ha impostato la sua presidenza sul concetto di conversazione. Il suo arrivo in Rete è stato senz'altro studiato a tavolino, ma si è rivelato vincente grazie a un approccio "personale" al dialogo e agli strumenti disponibili.
Barack Obama ha dato l'impressione di essere in grado di rispondere alle istanze personali di ciascun navigatore: con le iniziative, proseguite anche dopo l'elezione, che l'hanno visto al centro di questionari compilati dai netizen a cui rispondere via YouTube (sfruttando quindi strumenti già confermati nel loro successo dal pubblico stesso), si è posto sullo stesso livello di ogni altro cittadino presente in Rete. Ha avviato con chiunque lo desiderasse un rapporto che in qualche modo si può definire diretto: ha chiesto agli interlocutori di cosa volessero discutere e ha avviato con loro una proficua (almeno fino a questo momento) collaborazione, culminata con l'offerta delle miriadi di materiali presenti nel sito data.gov.

Obama, o chi per lui, ha capito che la chiave per comprendere Internet non è il suo utilizzo fine a se stesso: Internet è tutt'oggi uno strumento complicato, pensato e sviluppato da tecnici e che si porta dietro quindi una serie di limitazioni sul piano concettuale, che ne complicano la fruizione per coloro che tecnici non sono. Se quindi già utilizzare con padronanza lo strumento è complesso, lo è ancora di più interagire con altri individui che in questo spazio (non virtuale) sono abituati a un rapporto paritario e di uguaglianza, dove la maggioranza assoluta (e non rappresentativa) determina l'effettivo successo o insuccesso di un sito, di un servizio, di un prodotto.

Il fatto che oggi parecchia stampa si dedichi a sterili interrogazioni sul peso dell'iniziativa di Berlusconi e sull'effettivo cambiamento dei tempi dettato dal suo passaggio su Facebook, rende evidente che tutto quanto detto fino ad adesso è stato ignorato o mal compreso. Berlusconi, come tutti gli altri politici italiani prima di lui (fatta forse eccezione per Veltroni, sparito però repentinamente dal giro del Web subito dopo le elezioni), non hanno inteso che non ci si può limitare a gettare informazioni dall'alto sulla folla vociante per ottenere un qualche tipo di consenso o feedback.

L'unico risultato che si riuscirà a ottenere, come si è puntualmente verificato, saranno strilla e urli, insulti e sfotto': e il risultato anche in termini di risonanza dell'iniziativa è stato tutto sommato modesto, visto che alla fine il Giornale ha racimolato poco meno di 10mila fan in più e qualche centinaio di commenti (arrivati a questo punto a poco meno di 2mila, ma erano circa 700 ieri pomeriggio). Un risultato risibile in termini assoluti visti i numeri potenziali di Internet e in particolare di Facebook in Italia: affermare che "Facebook per un attimo si è fermato", come fa Vittorio Macioce parlando oggi dell'exploit del suo quotidiano, è francamente pretenzioso. Perché a naso, ieri, su Facebook sarà successo complessivamente ben altro anche soltanto nel recinto italiano del social network.

Affermare di voler sfruttare Internet per consultare il popolo è una dichiarazione quantomeno velleitaria: tanto più che negli ultimi 15 anni l'opinione della Rete, di quelli che su Punto Informatico da sempre vengono definiti netizen, è stata sistematicamente e dolorosamente ignorata. Dal decreto Pisanu sul WiFi alle leggi a contrasto del pedoporno, dall'equo compenso al digital divide, fino ai più recenti casi di incomprensioni degli strumenti che hanno visto legiferazione scomposta in materia di contenuti, piattaforme, responsabilità degli intermediari: in tutti questi casi è evidente la distanza tra le priorità di chi in Rete ci lavora, ci vive, e chi nella migliore delle ipotesi vede piuttosto la Rete come un elemento estraneo di discontinuità da sanare e regolare, per imbrigliarlo. E si tratta di pulsioni assolutamente bipartisan.

Fino a quando non verrà compreso, a tutti i livelli, che Internet non è un'altra piazza dove andare a fare comizi, non è semplicemente un luogo dove proseguire con lo stesso linguaggio e le stesse modalità lo scontro politico tradizionale, il succo della Rete sfuggirà a tutta la classe dirigente che prova ad approcciare l'immenso audience del Web. Non basta dire di essere il Presidente del Consiglio, o il capo del principale partito d'opposizione, per essere automaticamente rispettati e riconosciuti come interlocutori: la reputazione sul Web ce la si costruisce giorno per giorno, un post dopo l'altro, un commento dopo l'altro. Contribuendo cioè alla crescita complessiva della Rete.

Internet, poi, non è il luogo dove realizzare la sintesi: è piuttosto il luogo dove tutte le opinioni trovano spazio, dove tutti possono dire la propria e sperare di riuscire a essere ascoltati da tutti. In nessun modo la Rete potrà fungere per nessuno da strumento di formazione del consenso, o di determinazione di un programma elettorale: potrà essere il luogo della discussione, questo sì, ma solo se impareremo a rispettarla sia quando vi si trova al suo interno qualcosa che ci aggrada, sia quando invece non ci va troppo a genio. Internet è e resta uno strumento: potentissimo, questo sì, ma sempre uno strumento che per essere impiegato al meglio ha bisogno che il suo utente legga le istruzioni e impari a padroneggiarlo nel modo giusto.

Luca Annunziata
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