Alfonso Maruccia

Su Facebook è vietato aggregare

Un ricercatore sfrutta le tecnologie fondamentali del Web per raccogliere informazioni, ma viene minacciato e cancella tutti i dati in suo possesso. E come la mettiamo coi motori di ricerca?

Roma - Facebook. Mentre il principale detentore di informazioni personali su Web si prepara a dare il via a nuove iniziative di integrazione, advertising profilato e raccolta dei dati degli utenti, gli avvocati tuonano e minacciano i ricercatori indipendenti che sfruttano i profili pubblici senza però aver avuto "l'autorizzazione" a farlo.

Il ricercatore è Pete Warden, e il motivo del contendere è costituito da un archivio di più di 210 milioni di profili pubblici usato per mettere insieme una "mappa" ragionata delle connessioni esistenti fra gli utenti. Warden aveva raccolto le informazioni seguendo i dettami dal file robots.txt, presente su ogni server web con il preciso compito di istruire i crawler sulle pagine web accessibili per l'analisi e l'archiviazione.

In molti - almeno 50 scienziati, ha sostenuto Warden - avevano espresso interesse per l'accesso (gratuito) ai dati con finalità di studio, ma la possibilità rimarrà solo sulla carta giacché il ricercatore è stato infine costretto da Facebook a cancellare tutto per evitare di incorrere in contraccolpi legali dall'esito e dal costo incerti (oltreché insostenibili per l'autore).
"Come potete immaginare - ha commentato Warden - non sono molto felice della cosa, soprattutto dal momento che nessuno ha mai ipotizzato che la mia raccolta di informazioni fosse fuori dalle regole con cui il Web ha funzionato sin da quando esistono i crawler".

Il file robots.txt è la fonte primaria di informazioni pubblicamente accessibili di "centinaia di motori di ricerca commerciali" e gli stessi dati raccolti da me, dice il ricercatore, sono ospitati e accessibili nella cache di Google senza nemmeno passare dai server di Facebook.

Ma quello che vale per un colosso da miliardi di dollari come Google, a quanto pare, non è altrettanto valido per un piccolo ricercatore indipendente che non vuole monetizzare i dati raccolti sugli utenti. Stando a quanto ha comunicato Andrew Noyes, manager delle comunicazioni sulla policy pubblica di Facebook, Pete Warden "ha aggregato una gran quantità di dati da oltre 200 milioni di utenti senza il nostro permesso, in violazione delle nostre condizioni. Ha inoltre dichiarato pubblicamente la propria volontà di rendere i dati grezzi gratuitamente disponibili agli altri". E Google? E i motori di ricerca? Altra storia.

Alfonso Maruccia
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7 Commenti alla Notizia Su Facebook è vietato aggregare
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  • Ho la sensazione che, presto o tardi, si verificherà un terremoto su Internet per come vengono gestiti i dati degli utenti.

    Continua a sfuggire il fatto che i dati che vengono inseriti nei vari servizi on-line sono di proprietà di chi li inserisce, e non del gestore dei sistemi che li ospitano.

    In teoria noi dovremmo avere il totale controllo sull'utilizzo che viene fatto dei dati, e quindi avere anche la titolarità per decidere se Google, o un qualsiasi libero ricercatore, li possano utilizzare, e per quale scopo.

    La situazione invece vede contratti di licenza, prolissi, scritti in piccolo ed in legalese, in cui chi offre il servizio si riserva ogni tipo di diritto sui dati inseriti, includendo anche la possibilità di farne sfruttamento commerciale senza corrispondere nulla al titolare dei dati.

    Credo che manchino sia i meccanismi per gestire i diritti di utilizzo dei propri dati in Rete, sia una sufficiente consapevolezza tale da aggregare un numero di Netizen tale da costituire una massa critica che non è possibile ignorare.
  • semplicemente un altro speculatore al soldo dei pubblicitari, adesso si chiamano ricercatori indipendenti e fanno gli gnorri quando vengono presi con le mani nella marmellata. Per una volta gli avvocati, sebbene al soldo di un social network dalle regole discutibili (lo dico da internettiano di vecchia data, non perche' ho visto l'ultimo tg5 demonizzatore), hanno fatto la cosa giusta, anche se c'e' da presumere solo per interesse: se devono spiare, possono farlo solo ricercatori pagati dal social network di turno, in maniera nascosta, ammantati dal segreto industriale.
    Francamente non se ne puo' piu' di tutti questi occhi indiscreti, anche se la colpa e' di tutti quei fessi che hanno un profilo in cui mettono in mostra la loro bella faccia sorridente e magari qualche dato. Non dimentichiamo poi la caccia alla fotografia con "quello importante". La riservatezza e' un diritto, sacrosanto, spero che un giorno ci si convinca che e' anche un dovere!
    non+autenticato
  • Ma andate a lavorare in miniera Facebook Google e compagnia
  • - Scritto da: pikkolo
    > Ma andate a lavorare in miniera Facebook Google e
    > compagnia

    Ottimo intervento, complimenti! Rotola dal ridere

    Immagino che razza di contributi stia dando tu all'umanita', altro che quei furfanti e lazzaroni di Google e Facebook. Fantasma
    non+autenticato
  • I miei contributi possono costituire una speranza per te o non ce n'è ?
  • Perchè rischiare una figuraccia per dei dati che chiunque si può raccogliere da solo ?
    Non penso sia solo questione di soldi. E' talmente facile mettere su un crawler e raccogliersi i dati per conto proprio che non so chi li pagherebbe.
    Il fatto è che chi raccoglie questi dati per scopi commerciali lo fa con discrezione.
    Mi sa tanto che avevano paure che con ricerche pubbliche gli utenti iniziassero a rendersi conto di cosa si può fare con le informazioni che mettono online.
    guast
    1319
  • Sicuramente fa paura qualcuno che mette a disposizione a titolo gratutito quello che altri fanno pagare a peso d'oro.
    E come sempre i piccoli soccombono davanti ai grandi.
    Peccato.
    non+autenticato