Una sentenza piccola piccola...

di G. Scorza - 111 pagine per motivare la condanna dei dirigenti Google nel caso Vividown. Molto frastuono mediatico, nessun riferimento alla Direttiva sul commercio elettronico

Roma - Il Giudice Oscar Magi, nelle "considerazioni finali" che ha ritenuto di aggiungere alla "sua" Sentenza data la "grande (ed inaspettata) ricaduta mediatica" scrive, parafrasando Shakespeare: "too much ado about nothing".

Il magistrato lo dice ritenendo che con la propria decisione non abbia "alterato in modo sensibile i parametri valutativi e giurisdizionali che presiedono alla decisione di casi quali quello trattato". Condivido il richiamo a Shakespeare con il quale il Giudice ha scelto di concludere la propria "fatica" ma in un senso sensibilmente diverso: la Sentenza minaccia di produrre uno "scontro tra culture" e rimette in discussione principi di diritto sui quali riposano gran parte delle dinamiche della comunicazione online sulla base di poco più che considerazioni di - peraltro dubbio - buon senso e, in ogni caso, più da buon padre di famiglia e/o da dispensatore di precetti morali che da interprete del diritto.

Ho letto con avidità scientifica e sincera curiosità giuridica le 111 pagine che separano l'intestazione dalla firma del Dr. Magi in calce alla Sentenza, alla ricerca di illuminati ed illuminanti ragionamenti giuridici che giustificassero il verdetto ormai a tutti noto, un verdetto in nome del quale si è scomodata la diplomazia internazionale, si è diviso il mondo politico e si è parlato - più di quanto non accada di norma - di un "Caso Italia" a proposito della libertà di informazione anche in Rete.
Curiosità, avidità e pazienza sono, tuttavia, rimaste frustrate.
È difficile rintracciare nella decisione l'enucleazione chiara, puntuale e rigorosa di un solo principio idoneo a sorreggere l'impianto accusatorio ed a motivare la "pesante" decisione adottata dal Tribunale di Milano.
Google Italy, infatti - secondo il Giudice - sarebbe, in buona sostanza, responsabile di violazione della disciplina sulla privacy perché - nell'ambito di un'attività svolta con finalità lucrativa - non avrebbe avvertito in maniera sufficientemente chiara la ragazzina che ha caricato online il video della necessità di prestare attenzione al rispetto della privacy del protagonista - specie perché disabile - del proprio video.

Scrive, infatti, il Giudice a pag. 96 della propria Sentenza che "NON (n.d.r. le maiuscole sono del magistrato) costituisce condotta sufficiente ai fini che le legge impone, 'nasconderè le informazioni sugli obblighi derivanti dal rispetto della legge sulla privacy all'interno di 'condizioni generali di servizio' il cui contenuto appare spesso incomprensibile, sia per il tenore delle stesse che per le modalità con le quali vengono sottoposte all'accettazione dell'utente" ed aggiunge che "tale comportamento, improntato ad esigenze di minimalismo contrattuale e di scarsa volontà comunicativa, costituisce una specie di 'precostituzione di alibì da parte del soggetto/web e non esclude, quindi, una valutazione negativa della condotta tenuta nei confronti degli utenti".

Francamente - ed a prescindere da qualsivoglia considerazione giuridica che si fa persino fatica ad intessere in relazione a tale conclusione - trovo tale passaggio, pure determinante, contraddistinto da una buona dose di formalismo giuridico o se preferite "ipocrisia ideologica": si può davvero ipotizzare che se Google nelle proprie condizioni generali di utilizzo del servizio avesse avvertito, in caratteri più grandi e magari in grassetto, una bambina di dodici anni dell'esigenza di assicurarsi il consenso al trattamento dei dati personali del bambino disabile protagonista del video caricato, questa vi avrebbe provveduto?
E sarebbe bastato così poco - secondo la rigorosa morale del Tribunale di Milano - per risparmiare l'onta di una condanna tanto pesante a quattro superdirigenti di un colosso dell'informazione globale come Google?

È curioso - e questo è uno dei tanti profili che mi impongono di definire "piccola piccola" la Sentenza - che, peraltro, sia lo stesso magistrato, qualche pagina più avanti, nel rigettare la tesi accusatoria che avrebbe voluto Google Italy responsabile anche di concorso in diffamazione, a scrivere testualmente "pur ammettendo per ipotesi che esista un potere giuridico derivante dalla normativa sulla privacy che costituisca l'obbligo giuridico fondante la posizione di garanzia, non vi è chi non veda che tale potere, anche se correttamente utilizzato, certamente non avrebbe potuto 'impedire l'evento' diffamatorio. In altre parole anche se l'informativa sulla privacy fosse stata data in modo chiaro e comprensibile all'utente, non può certamente escludersi che l'utente medesimo non avrebbe caricato il file video incriminato, commettendo il reato di diffamazione". Difficile seguire la coerenza logica prima ancora che giuridica che lega i due passaggi appena richiamati della Sentenza: mi sfugge probabilmente qualcosa ma, l'impressione, è che a pag. 96 il Giudice abbia ritenuto che se Google avesse dato correttamente l'informativa la ragazzina non avrebbe caricato il video incriminato mentre a pag. 104 si mostri convinto del contrario, ovvero che lo avrebbe comunque caricato.

La Sentenza - quella che per settimane ha tenuto banco sui giornali e le televisioni nel mondo intero e che, con ogni probabilità farà altrettanto nei giorni che verranno - è sostanzialmente tutta qui. Inutile cercarvi le risposte ai numerosi e complessi quesiti giuridici che, all'indomani del deposito del dispositivo, avevano appassionato e diviso gli interpreti: è applicabile la legge italiana in materia di Privacy ad un trattamento di dati personali che appare interamente svolto all'estero da un soggetto straniero? Google, in relazione al servizio Google Video può essere considerato un intermediario della comunicazione con conseguente applicabilità della disciplina sul commercio elettronico?
Le risposte che il Tribunale di Milano propone a tali quesiti - peraltro in modo implicito ed involuto - appaiono, francamente, deboli, semplicistiche ed approssimative. Nelle proprie motivazioni il Giudice, infatti, non fa alcun riferimento alla disciplina sul commercio elettronico neppure per escluderne l'applicabilità come, almeno, fatto dall'accusa.

Il magistrato si spinge, invece, a scrivere che poco varrebbe "la distinzione che fanno sia i PM che le difese tra host provider e content provider" quasi a dire che almeno dinanzi alla disciplina sulla privacy intermediari della comunicazione (host provider) e non intermediari (content provider) sarebbero soggetti ai medesimi obblighi e responsabilità e ciò a prescindere da qualsivoglia ragionamento giuridico ma semplicemente perché "non esiste in materia una zona franca" e soprattutto "non esiste nemmeno la 'sconfinata prateria di internet' dove tutto è permesso e niente può essere vietato, pena la scomunica mondiale del popolo del web".

Quanto alla circostanza che Google Italy e non già solo Google Inc. avrebbe trattato in Italia e non negli USA i dati personali oggetto del procedimento, il ragionamento svolto nella Sentenza è, a dir poco, disarmante. Secondo il Giudice, infatti, la prova che Google Italy sarebbe stata titolare di un trattamento svolto in Italia andrebbe individuata nella circostanza che "attraverso il sistema AdWords ed il riconoscimento di parole chiave" la società "aveva sicuramente la possibilità di collegare, attraverso la creazione di link pubblicitari, le informazioni riguardanti i clienti paganti alle schermate riguardanti Google Video e quindi in qualche modo, gestire, indicizzare, organizzare anche i dati contenuti in quest'ultimo sito" e quindi di trattare "i dati contenuti nel video caricati sulla piattaforma di Google Video" dei quali era "quindi responsabile, perlomeno ai fini del DL sulla privacy".
Francamente non mi sembra che gestire attraverso un sistema automatizzato come Adwords, in forma anonima, l'associazione di contenuti pubblicitari a taluni contenuti audiovisivi ospitati da un soggetto straniero all'estero possa significare trattare, in Italia, dati personali altrui.
Ma, certamente, anche in questo caso c'è qualcosa nel sottile ragionamento giuridico sotteso alla decisione che mi sfugge.

Sin qui il vero contenuto della Sentenza racchiuso nelle sue ultime trenta pagine. Le sue prime 84 pagine costituiscono invece la testimonianza di un impianto accusatorio che, per fortuna, ha avuto un contributo modesto - se non insussistente - nella decisione assunta dal Tribunale. La tesi che, infatti, l'accusa sembra essersi sforzata di provare è ancor più dirompente di quanto non sia stata la decisione del Tribunale: Google Italy avrebbe dovuto essere condannata per diffamazione e violazione della privacy in quanto costituente una particolare figura di host provider - definito host attivo - fedele alle sole regole del profitto e pronto in nome del perseguimento di tale ignobile (n.d.r. l'aggettivazione è mia ma credo rifletta lo spirito di taluni passaggi delle argomentazioni dell'accusa) obiettivo a non adottare procedure e sistemi informatici di filtraggio pur disponibili al solo scopo di massimizzare la quantità di contenuti - leciti ed illeciti online - e, per questa via, le opportunità di guadagno.

In conclusione, che si fosse innocentisti o colpevolisti, credo che tutti gli addetti ai lavori, da un processo come quello appena conclusosi - almeno in primo grado - si aspettassero qualcosa di più da un punto di vista tecnico giuridico. Era già difficile accettare che quattro top manager di Big G fossero stati condannati - per un servizio diffuso in 160 Paesi - solo in Italia ma è, oggi, ancor più difficile accettare che ciò è avvenuto in un processo - lo scrivo sotto un profilo tecnico e, lo riconosco, dalla mia facile posizione di osservatore terzo - "povero" di contenuti giuridici e ricco di teoremi, ideologie, senso pratico - peraltro discutibile - e principi da buon padre di famiglia.

Non resta, a questo punto, che confidare nell'appello, non perché dia ragione a Google o piuttosto confermi la Sentenza del Tribunale di Milano ma, piuttosto, perché ripristini, per quanto possibile, quella certezza del diritto che, specialmente nelle questioni della Rete, costituisce un irrinunciabile presupposto per la nascita e lo sviluppo di nuovi modelli di business che per la libertà ed i diritti degli utenti.
Come ho già scritto, oltre a Google c'è di più e, oggi, dopo la Sentenza del Tribunale di Milano, probabilmente, centinaia di operatori - piccoli e grandi - si ritrovano a domandarsi quali siano le regola del diritto che, nel nostro Paese, governano la loro attività.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
www.guidoscorza.it
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233 Commenti alla Notizia Una sentenza piccola piccola...
Ordina
  • Chi ha chiesto la rimozione del video doveva semplicemente dire che era il detentore dei diritti audio e video del ragazzo, e percio' era una violazione di copyright: Google l'avrebbe tolto dopo circa 10 secondi dalla ricezione della mail.
    non+autenticato
  • Stiamo qua a parlare di libertà di stampa e privacy in Cina e poi abbiamo una concezione appannata in casa nostra.
    In america quando c'è stato il problema della pirateria informatica con gli mp3 si perseguivano i singoli utenti che ne fruivano, non come qua, dove si lascia fare finché non si va a denunciare il provider o il proprietario del server.
    La vicenda di bakeka.it ha qualcosa da insegnare: se gli utenti pubblicano messaggi di annunci per adulti (non legali in Italia), chi si persegue? Il provider del servizio di bakeka, non i singoli autori dei messaggi.
    Nulla di nuovo anche con questa vicenda.
    non+autenticato
  • Sono del "ramo" e sinceramente anch'io penso che per come è stata impostata questa sentenza, forse il CSM dovrebbe occuparsene. Devo fortemente autocensurarmi trattandosi pur sempre di un magistrato e dovendo rispetto se non altro alla funzione, tuttavia è intollerabile leggere "in nome del Popolo Italiano", anziché del Popolo No Global, considerazioni sociopolitiche sgangherate e degne di Hugo Chavez come quelle riportate nella sentenza, a far presupporre che Google è "cattivo" perché parte del bieco sistema capitalista, e solo per questo non ha provveduto alle opportune cautele.
    Il Giudice dimostra di non conoscere molti capisaldi della consolidata giurisprudenza della Cassazione nelle complesse materie di cui è stato chiamato ad occuparsi, e, cosa gravissima, anziché andare "a naso" (chi sono gli "esperti" di cui parla ... i soliti azzeccagarbugli del Codacons che odiano le imprese in quanto tali?) avrebbe dovuto affidarsi a dei periti veramente esperti di internet e di servizi come quelli offerti da Google e Yahoo .. volendo perfino ad esperti della Polizia Postale.
    Confido che questa allucinante sentenza verrà smantellata in appello o in Cassazione, forse senza neanche bisogno di toccare il merito ... le determinazioni sulla competenza territoriale sono manifestamente campate per aria, ignorano anche qui la fondamentale giurisprudenza della Cassazione, per cui il processo verrà spedito a Roma o a Torino e batti e ribatti si prescriverà.
    Tuttavia, per il futuro, come cittadini, è assolutamente urgente assicurarci che non capiti più che a giudicare di materie così complesse vengano chiamati magistrati che magari di per sé sarebbero ottime persone, ma risentono di un modulo di preparazione di base che per metà è ottocentesco, per un'altra metà lascia troppo spazio a dare ingresso nelle motivazioni dei provvedimenti alle personalissime convinzioni politico-culturali dei singoli, praeter legem e talora anche contra legem.
    Tra l'altro, forse la sentenza viola qualche disposizione del Trattato di amicizia, commercio e navigazione tra Italia e Stati Uniti del 1949, e non mi meraviglio che gli americani siano incavolati neri anche a livello diplomatico.
    non+autenticato
  • > Sono del "ramo" e sinceramente anch'io penso che
    > per come è stata impostata questa sentenza, forse
    > il CSM dovrebbe occuparsene. Devo fortemente
    > autocensurarmi trattandosi pur sempre di un
    > magistrato e dovendo rispetto se non altro alla
    > funzione, tuttavia è intollerabile leggere "in
    > nome del Popolo Italiano", anziché del Popolo No
    > Global, considerazioni sociopolitiche sgangherate
    > e degne di Hugo Chavez come quelle riportate
    > nella sentenza,

    Attenta: finché invochi i no global, ti seguo. Quando metti in mezzo Hugo Chavez, non ti seguo più: Hugo Chavez è stato eletto dal suo popolo, a differenza di altri sudamericani come Pinochet, Somoza Debayle o Videla negli anni passati, che nessuno oggi rimpiange.

    > Il Giudice dimostra di non conoscere molti
    > capisaldi della consolidata giurisprudenza della
    > Cassazione nelle complesse materie di cui è stato
    > chiamato ad occuparsi, e, cosa gravissima,
    > anziché andare "a naso" (chi sono gli "esperti"
    > di cui parla ... i soliti azzeccagarbugli del
    > Codacons che odiano le imprese in quanto tali?)

    Può darsi. Certo, se gli imputati avessero avuto una difesa efficace, cosa di cui dubito, avrebbero convocato veri esperti, e in caso di discrepanza fra i pareri, avrebbero potuto chiedere una superperizia.

    > Confido che questa allucinante sentenza verrà
    > smantellata in appello o in Cassazione, forse
    > senza neanche bisogno di toccare il merito ... le
    > determinazioni sulla competenza territoriale sono
    > manifestamente campate per aria, ignorano anche
    > qui la fondamentale giurisprudenza della
    > Cassazione, per cui il processo verrà spedito a
    > Roma o a Torino e batti e ribatti si
    > prescriverà.

    Anche qui, non capisco il senso del tuo augurio: non è meglio che segua tutti i gradi del giudizio e che, nel caso, venga impugnata davanti alla Corte Europea dei diritti dell'uomo? Tu preferisci che diventi lettera morta causa prescrizione, e che fra qualche anno si ricominci daccapo con un nuovo video di un nuovo disabile vittima di nuovi bulli?

    > Tuttavia, per il futuro, come cittadini, è
    > assolutamente urgente assicurarci che non capiti
    > più che a giudicare di materie così complesse
    > vengano chiamati magistrati

    Esagggggggerata! Adesso sono materie complesse il portale di Google video? Tra l'altro, dopo l'acquisizione di Youtube da parte di Google Inc., Google video nemmeno accetta più nuovo materiale, nemmeno si sa se verrà mantenuto in vita. Insomma, conseguenze per un utente di Google video non ce ne sono, visto che è un servizio sostituito da altri.
    Insomma, non mi sembra che per una condanna di sei mesi con la condizionale per ciascun imputato (e nessuna ammenda) bisogna scomodare la Corte costituzionale.

    > Tra l'altro, forse la sentenza viola qualche
    > disposizione del Trattato di amicizia, commercio
    > e navigazione tra Italia e Stati Uniti del 1949,
    > e non mi meraviglio che gli americani siano
    > incavolati neri anche a livello
    > diplomatico.

    Non dare troppo peso alle dichiarazioni dell'ambasciatore che, come molte persone, ha parlato a caldo, sulla base di quello che hanno scritto i giornali, senza leggere la sentenza e senza conoscere in concreto la legge che è stata violata. Una legge sulla privacy esiste anche negli Usa, anche se chiaramente è diversa da quella italiana. Non è che al di là dell'Atlantico si possa fare di tutto e di più.
    non+autenticato
  • Leguleio, cerco di rispondere perché anche se i tuoi approcci sembravano provocatori, apporti motivazioni serie.
    Certo, non dobbiamo farci prendere da mozioni emotive, tipo l'affezione che possiamo avere per Google, nel valutare questa materia.
    A mio modesto avviso, il giudice sarebbe potuto pervenire alla condanna sul punto essenziale, ossia la mancata rimozione del video shock, senza far precedere tutte quelle considerazioni che io considero di ordine politico ... bastava l'applicazione dei normali principi generalissimi di diritto penale che conosciamo e studiamo da sempre, in particolare sul concorso per omissione ... se vogliamo questo dirime anche il problema della legge sulla privacy perché dal momento che sono stati avvisati, quelli di Google non potevano non avere coscienza e volontà di effettuare anch'essi un trattamento di dati sensibili, nella misura in cui era attivabile il loro potere di rimozione e non l'hanno esercitato.
    Quello che mi preoccupa è che passi la concezione dell'obbligo del controllo preventivo ... questo, a differenza del controllo successivo (che richiede comunque per essere attivato seriamente sensibili adeguamenti delle organizzazioni aziendali) creerebbe problemi quanto allo stesso modo di essere di aziende simili, in definitiva arrecherebbe un danno alla collettività (perché nessuno metterebbe più a disposizione un servizio gratuito andando in perdita o con crescita di diseconomie) e soprattutto ci farebbe fare un altro passo indietro rispetto all'esigenza di una responsabilizzazione individuale di tutti, ragazzini compresi, rispetto alle potenziali pericolosità di internet.
    Questo anche in quanto il rispetto della privacy e delle condizioni di disagio altrui, che non vanno certo messe alla berlina, è di civiltà prima ancora che sancita da ponderosi testi legislativi ... allo stesso modo che tutti dovrebbero sapere che non si ruba non perché c'è l'art. 624 del codice penale, o non solo per quello.
    Vedremo gli sviluppi futuri, dato che su Facebook gira roba infinitamente peggiore di quella, e Facebook a differenza di Youtube o Google può considerarsi quasi alla stregua di un editore, per le clausolette proprietarie che impone sui diritti inseriti dagli utenti ... ad ogni modo, spero vivamente che con l'acqua sporca degli idioti che hanno caricato quel video non si butti via anche il bambino della possibilità per gli utenti di fruire di servizi gratuiti ed agevolmente utilizzabili ... certo, con la contropartita degli adwords e quant'altro, ma se i magistrati milanesi considerano questa espressione del bieco capitalismo americano personalmente me ne infischio, è una loro opinione personale che non può assurgere a rango giuridico.
    non+autenticato
  • > Leguleio, cerco di rispondere perché anche se i
    > tuoi approcci sembravano provocatori, apporti
    > motivazioni
    > serie.

    Ma perché provocatori?

    > Certo, non dobbiamo farci prendere da mozioni
    > emotive, tipo l'affezione che possiamo avere per
    > Google, nel valutare questa
    > materia.
    > A mio modesto avviso, il giudice sarebbe potuto
    > pervenire alla condanna sul punto essenziale,
    > ossia la mancata rimozione del video shock, senza
    > far precedere tutte quelle considerazioni che io
    > considero di ordine politico ... bastava
    > l'applicazione dei normali principi generalissimi
    > di diritto penale che conosciamo e studiamo da
    > sempre, in particolare sul concorso per omissione

    Qui devo tornare un po' al punto centrale del mio intervento: perché Scorza non ha scritto questo, che è un argomento giuridico, ma tutte quelle considerazioni non documentate e prive di senso?
    Nel caso specifico, non so quanto le tue argomentazioni sul concorso per omissione siano applicabili, visto che i quattro sono stati assolti dal reato di diffamazione per il semplice fatto che... la querela è stata ritirata. Sorride
    In ogni caso, preferisco un'argomentazione del genere, che un'analisi alla Scorza.


    > Quello che mi preoccupa è che passi la concezione
    > dell'obbligo del controllo preventivo ...

    No, il giudice Magi lo esclude, almeno in questi termini e per piattaforme come Google video e Youtube.

    >questo,
    > a differenza del controllo successivo (che
    > richiede comunque per essere attivato seriamente
    > sensibili adeguamenti delle organizzazioni
    > aziendali)

    Fra le righe, pare di capire che Oscar Magi suggerisca questa via. Naturalmente la sentenza spiega le ragioni di una condanna, non dà consigli al legislatore o ai gestori di piattaforme di condivisione video.

    > creerebbe problemi quanto allo stesso
    > modo di essere di aziende simili, in definitiva
    > arrecherebbe un danno alla collettività (perché
    > nessuno metterebbe più a disposizione un servizio
    > gratuito andando in perdita o con crescita di
    > diseconomie) e soprattutto ci farebbe fare un
    > altro passo indietro rispetto all'esigenza di una
    > responsabilizzazione individuale di tutti,
    > ragazzini compresi, rispetto alle potenziali
    > pericolosità di
    > internet.

    Io alla responsabilizzazione di tutti credo davvero poco. Per guidare un'automobile sono necessari 18 anni, la patente, e certi requisiti di salute. Bene: una volta ottenuta per esame, ti sembra che non ci sia più gente che passa col rosso? O che supera i limiti di velocità? O che non dà la precedenza sulle strisce?
    Non sarebbe una cattiva idea una patente per chi naviga in internet, avremmo meno phishing e meno virus in giro, ma i comportamenti poco rispettosi non cesserebbero per questo, almeno in Italia.

    > Vedremo gli sviluppi futuri, dato che su Facebook
    > gira roba infinitamente peggiore di quella, e
    > Facebook a differenza di Youtube o Google può
    > considerarsi quasi alla stregua di un editore,
    > per le clausolette proprietarie che impone sui
    > diritti inseriti dagli utenti ...

    Eh, ma Google ha fatto la leggerezza di costituire una società in Italia sottomessa alla legge italiana, Google Italy. Diversamente, la causa si sarebbe arenata alla prima rogatoria. Quelli di feisbuc, sotto questo aspetto, un filino più furbi lo sono.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Leguleio

    > Io alla responsabilizzazione di tutti credo
    > davvero poco. Per guidare un'automobile sono
    > necessari 18 anni, la patente, e certi requisiti
    > di salute. Bene: una volta ottenuta per esame, ti
    > sembra che non ci sia più gente che passa col
    > rosso? O che supera i limiti di velocità? O che
    > non dà la precedenza sulle
    > strisce?
    > Non sarebbe una cattiva idea una patente per chi
    > naviga in internet, avremmo meno phishing e meno
    > virus in giro, ma i comportamenti poco rispettosi
    > non cesserebbero per questo, almeno in
    > Italia.
    >
    Infatti, una patente per usare il pc. Sarebbe una buona cosa, davvero. Molti sottovalutano quanti danni si possono fare con un pc e l'anonimato in rete, anche se poi per i comuni utenti è solo una barzelletta perchè l'IP è sempre rintracciabile, incoraggia comportamente come quelli del caso vividown o peggio.
    non+autenticato
  • Quanto al concorso per omissione mi riferisco al reato per cui i dirigenti di Google sono stati condannati, ossia in tema di trattamento dei dati personali ... ammesso che responsabili del trattamento siano considerati i singoli utenti e non Google, questo non mi sembra più sostenibile dal momento che Google è posta in grado di attivarsi in sede di un controllo successivo che essa si riserva, diventando a tutti gli effetti anch'essa un soggetto attivo del trattamento, quanto meno con l'obbligo giuridico di impedire.
    Per quanto mi riguarda, ribadisco, sono irritata e dubbiosa molto più sulle motivazioni di ordine socio-politico riportate che su questo punto della decisione, a cui sarebbe potuto pervenire qualsiasi uditore giudiziario senza scomodare simili analisi; tra l'altro, che il trattamento di dati personali venga fatto a scopo di lucro o a scopo non di lucro non fa nessuna differenza, se io possiedo il numero del tuo cellulare e inopinatamente lo pubblico qui, anche se lo faccio solo per gioco, il giudice giustamente mi sistemerà per le feste.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Annamaria Rossi
    > Per quanto mi riguarda, ribadisco, sono irritata
    > e dubbiosa molto più sulle motivazioni di ordine
    > socio-politico riportate che su questo punto
    > della decisione, a cui sarebbe potuto pervenire
    > qualsiasi uditore giudiziario senza scomodare
    > simili analisi; tra l'altro, che il trattamento
    > di dati personali venga fatto a scopo di lucro o
    > a scopo non di lucro non fa nessuna differenza,
    > se io possiedo il numero del tuo cellulare e
    > inopinatamente lo pubblico qui, anche se lo
    > faccio solo per gioco, il giudice giustamente mi
    > sistemerà per le
    > feste.

    Sei sicura di essere una del ramo???
    Dall'articolo 167 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196:
    Codice in materia di protezione dei dati personali:

    167. Trattamento illecito di dati

    1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sé o per altri PROFITTO o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 18, 19, 23, 123, 126 e 130, ovvero in applicazione dell'articolo 129, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da sei a diciotto mesi o, se il fatto consiste nella comunicazione o diffusione, con la reclusione da sei a ventiquattro mesi. (Evidenziazione mia)

    2. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sé o per altri PROFITTO o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 17, 20, 21, 22, commi 8 e 11, 25, 26, 27 e 45, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da uno a tre anni. (Evidenziazione mia)

    Il capo di imputazione B) cita esplicitamente questa circostanza: «...al fine di trarne profitto per il tramite del servizio Google video (in relazione al quale Google Italy s.r.l. beneficia degli indotti pubblicitari degli inserzionisti) procedevano al trattamento dei dati personali in violazione...». Si trova a pagina II della sentenza.

    Proprio, non capisco la tua obiezione.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Annamaria Rossi
    > Sono del "ramo"
    Io no.


    > per come è stata impostata questa sentenza, forse
    > il CSM dovrebbe occuparsene. Devo fortemente
    > autocensurarmi trattandosi pur sempre di un
    > magistrato e dovendo rispetto se non altro alla
    > funzione, tuttavia è intollerabile leggere "in
    > nome del Popolo Italiano", anziché del Popolo No
    > Global, considerazioni sociopolitiche sgangherate
    > e degne di Hugo Chavez come quelle riportate
    > nella sentenza, a far presupporre che Google è
    > "cattivo" perché parte del bieco sistema
    > capitalista, e solo per questo non ha provveduto
    > alle opportune
    > cautele.
    > Il Giudice dimostra di non conoscere molti
    > capisaldi della consolidata giurisprudenza della
    > Cassazione nelle complesse materie di cui è stato
    > chiamato ad occuparsi, e, cosa gravissima,
    > anziché andare "a naso" (chi sono gli "esperti"
    > di cui parla ... i soliti azzeccagarbugli del
    > Codacons che odiano le imprese in quanto tali?)
    > avrebbe dovuto affidarsi a dei periti veramente
    > esperti di internet e di servizi come quelli
    > offerti da Google e Yahoo .. volendo perfino ad
    > esperti della Polizia
    > Postale.
    Ma da qui:
    http://danielelepido.blog.ilsole24ore.com/i-bastio...

    "Se comunque ci fosse stata una richiesta di dibattimento con acquisizione delle prove forse avremmo avuto più tempo e possibilità anche, attraverso il contraddittorio, di trovare delle alternative."
    Com'è che il processo è stato fatto col rito abbreviato?
    Conveniva a google?
    non+autenticato
  • L'intervista poteva decisamente risparmiarsela, i veri giudici parlano con le sentenze e non hanno bisogno di aggiungere altro ... già il fatto che questo magistrato senta il bisogno di dare "excusationes non petitae" anziché rispettare il riserbo che sarebbe connaturato alle sue funzioni la dice lunga sul fatto che lui stesso ha coscienza di aver esagerato.
    Ad ogni buon conto la scelta del rito abbreviato non risponde solo alla strategia del colpevole che cerca di farsi ridurre la pena, anche perché all'atto pratico sarebbe cambiato poco (il reato di diffamazione, che avrebbe potuto appesantire la situazione, era manifestamente insussistente, ed infatti questo stesso giudice ha pronunciato assoluzione per essa), ma anche a un'eventuale valutazione secondo cui l'accusa non abbia abbastanza in mano per ottenere la condanna ... poi che si sia trattato di una valutazione sbagliata dei legali di Google o meno non saprei dire.
    non+autenticato
  • > L'intervista poteva decisamente risparmiarsela, i
    > veri giudici parlano con le sentenze e non hanno
    > bisogno di aggiungere altro ... già il fatto che
    > questo magistrato senta il bisogno di dare
    > "excusationes non petitae" anziché rispettare il
    > riserbo che sarebbe connaturato alle sue funzioni
    > la dice lunga sul fatto che lui stesso ha
    > coscienza di aver
    > esagerato.

    Quante storie: l'ultimo giudice che non ha mai rilasciato interviste è morto nel 1950. Dai andiamo, guardati attorno, qual è il magistrato che rifiuta un'intervista a un giornale come "Il sole 24 Ore"?


    > Ad ogni buon conto la scelta del rito abbreviato
    > non risponde solo alla strategia del colpevole
    > che cerca di farsi ridurre la pena, anche perché
    > all'atto pratico sarebbe cambiato poco (il reato
    > di diffamazione, che avrebbe potuto appesantire
    > la situazione, era manifestamente insussistente,
    > ed infatti questo stesso giudice ha pronunciato
    > assoluzione per essa), ma anche a un'eventuale
    > valutazione secondo cui l'accusa non abbia
    > abbastanza in mano per ottenere la condanna ...
    > poi che si sia trattato di una valutazione
    > sbagliata dei legali di Google o meno non saprei
    > dire.

    Ringrazio Rememntre per la segnalazione del rito abbreviato, francamente non me ne ero accorto leggendo la sentenza. Be', a questo punto mi pare che i dirigenti di Google Italy se la siano andata a cercare, la condanna: avevano paura di spendere troppo in avvocati, con il rito ordinario?
    non+autenticato
  • - Scritto da: Leguleio

    > Ringrazio Rememntre per la segnalazione del rito
    > abbreviato, francamente non me ne ero accorto
    > leggendo la sentenza. Be', a questo punto mi pare

    Poi fai le pulci agli altri dicendo che non hanno letto la sentenza con attenzione. La richiesta - accolta - di abbreviato condizionato è a pag. 9, espertone.

    > che i dirigenti di Google Italy se la siano
    > andata a cercare, la condanna: avevano paura di
    > spendere troppo in avvocati, con il rito
    > ordinario?

    Ecco, questa considerazione dà la misura di quanto te ne intendi.
    non+autenticato
  • Ok, mi sono letto tutte e 111 le pagine della sentenza, e, ...sono allibito... Un minestrone di considerazioni buttate la a vanvera, dove a farla da padrona è la oscura ignoranza nella materia, a discapito della quale si chiamano in caso dei non meglio definiti "massimi esperti della materia", che tuttavia ammettono di non capire (pur essendo persone molto intelligenti) come faccia google a fare soldi... tirando poi in ballo prodotti di estetica, creme, vestiti e via dicendo. Ma la parte più significativa secondo me è quella in cui il padre del ragazzo umiliato si commuova del fatto che il proprio figlio, per anni si sia tenuto dentro le umiliazioni subite senza proferire parola con alcuno... poi però si contraddice attaccando il servizio di google per averne permesso la diffusione... allora non si capisce cosa chieda esattamente il padre, vuole che suo figlio continuasse ad essere maltrattato e rimanere all'oscuro di tutto, oppure, vuole vedere come suo figlio sia stato trattato per poterlo difendere e condannare i responsibili di tali ignobili misfatti? Capisco che possa dargli fastidio il fatto che il video sia finito nella categoria "filmati divertenti" ma questo non significa che ci si debba scagliare contro i responsabili del servizio, piuttosto, ci si deve scagliare contro la povertà di valori di cui i giovani siano afflitti, occorre aprire dei dibattiti, occorre sensibilizzare i giovani, occorre fare un esame di coscienza.... non prendersela con un caprio espiatorio.
    non+autenticato
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