Roma - "Il lancio commerciale di
Open Platform segna per il
Guardian un passo cruciale all'interno dell'intero panorama dell'editoria online. Oltre che verso una zona di sviluppo del tutto nuova a favore degli inserzionisti pubblicitari". Così Adam Freeman,
consumer media director di
Guardian News and Media, il gruppo editoriale britannico proprietario dell'omonimo quotidiano.
È stata infatti recentemente
annunciata la seconda fase di sviluppo del
già noto progetto che porterà il
Guardian a trasformarsi in una vera e propria piattaforma, in un'ottica di
espansione dei vari contenuti verso partner commerciali. Un'eterogenea gamma di strumenti e risorse online, che garantiranno ai vari inserzionisti la possibilità di sfruttare i diversi contenuti del quotidiano d'Albione.
Un'apposita API permetterà dunque ai vari prodotti editoriali di essere innanzitutto ricercati sul web, e successivamente scaricati per l'utilizzo da parte di risorse e applicazioni esterne.
Tra i nuovi tool, una directory per dati e statistiche realizzate dagli editor del quotidiano britannico, sempre
a disposizione di inserzionisti, marchi e partner commerciali.
Al progetto
Open Platform se ne è aggiunto
un secondo chiamato
Guardian Extra, un servizio di contenuti aggiuntivi a pagamento nello stile già indicato da
Times+. E si tratterà di un servizio a pagamento, al costo di circa
25 sterline l'anno o in alternativa gratuito con l'obbligo di sottoscrivere un abbonamento annuale alla versione cartacea del
Guardian, che attualmente parte da 22 sterline circa al mese.
Ma c'è una recente ricerca, pubblicata da
Enders Analysis, che ha nuovamente gettato più di un'ombra sulle future sorti del modello pay per le notizie online. Solo una ridotta fetta dell'1 o 2 per cento dei lettori, in questo caso statunitensi, sarebbe pronta a pagare per l'informazione su Internet in terra statunitense. La versione a pagamento del
Times otterrebbe in sostanza un'audience in bilico
tra i 10mila e i 25mila utenti al giorno.
Probabilmente un'altra ricerca che non convincerà il magnate australiano Rupert Murdoch.
Secondo alcune fonti, il
tycoon di NewsCorp starebbe cercando sempre più alleati in un'ottica di espansione del modello digitale a pagamento. Tra questi, il gruppo editoriale statunitense
alle spalle del quotidiano USA Today.
Ma un nuovo insospettabile alleato potrebbe aver deciso di offrire il suo contributo alla causa dei
paywall. Gli alti vertici di Google
avrebbero infatti parlato con lo stesso Murdoch, alla luce delle recenti dichiarazioni del
co-founder Larry Page che ha sottolineato come un salutare modello di business
debba basarsi anche sulle sottoscrizioni, oltre che sulla pubblicità e le transazioni commerciali.
Lo stesso CEO Eric Schmidt avrebbe ricordato che Google non è da questo punto di vista un
competitor, bensì una piattaforma. Che rispetterebbe diritti di proprietà intellettuale sui contenuti di quotidiani e magazine. E, mentre Schimdt parla di rispetto verso l'editoria internazionale, James Murdoch - figlio di Rupert - non pare aver preso molto bene
la recente decisione della
Britsh Library di
digitalizzare circa 40 milioni di articoli.
Non spetterebbe ad una biblioteca pubblica,
a dire di Murdoch, il compito di decidere se rendere disponibili opere protette dal copyright. "Non si tratta di una mossa fatta per i posteri - ha chiosato Murdoch - né per garantire un accesso più semplice ai contenuti. Ma anche per scopi commerciali. E i maggiori editori si oppongono. Perché questi articoli diventeranno un modo per ottenere fondi da parte di un ente pubblico".
Mauro Vecchio