Fabrizio Bartoloni

IT, eroi dimenticati

Quelli che hanno fatto la storia, nel bene e nel male, dell'informatica. Ma che nessuno conosce o ricorda. Cinque casi da ricordare

Roma - Unsung heroes: la lingua inglese riassume in queste due parole il concetto che, in molte delle rivoluzioni e dei progressi compiuti dal genere umano,il grosso del lavoro l'hanno svolto gregari di cui nessuno ricorda il nome o riconosce le gesta. La regola s'applica anche all'IT, dove dietro ai volti onnipresenti di Gates, Jobs o Torvalds (ironia della sorte lui stesso nominato tra gli unsung heroes del 1998 da Inter@ctive Week) si nasconde il paziente operato nell'ombra di chi crea ed inventa senza coprirsi di gloria. Ecco cinque casi emblematici.

Team Enigma, missione segreta
Il coraggioso gruppo di scienziati a Bletchley Park, capitanato da Alan Turing, che ha decifrato i codici segreti dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale è stato ripagato dal governo britannico con l'obbligo di mantenere l'assoluto riserbo con chiunque. Un silenzio dovuto alla Guerra Fredda e alla necessità di proseguire lontano da occhi indiscreti le proprie ricerche nella crittografia militare, l'obbligo di tacere fu osservato per quasi trent'anni dalla fine del conflitto quando nel 1974, subito dopo la scomparsa del successivo leader del team Hugh Alexander, si è potuto finalmente sollevare il velo del Segreto di Stato.

Paradossalmente quei matematici, pur non potendo rivendicare questo merito ben maggiore, ottennero comunque una certa fama nel mondo scacchistico classificandosi tra i migliori del Regno Unito. Eppure nonostante i film e i libri usciti nell'ultimo trentennio, alcuni di loro ancora aspettano giustizia: è il caso di Bill Tutte e Tommy Flowers, e l'ultimo sopravvissuto del Testery il novantenne Jerry Roberts cerca di farli riconoscere quali pionieri dei computer moderni. Gli altri veterani di allora oggi organizzano visite guidate alla struttura per mantenere vivo il ricordo di quei giorni tra le giovani generazioni.
Jerry Lawson, black power nei videogames
Decenni prima dell'ascesa politica di Obama, e anni prima del successo di Thriller per Michael Jackson, un altro afroamericano, Jerry Lawson, aveva vinto la barriera della discriminazione razziale in un campo da sempre in mano alla upper-middle class bianca statunitense: quello dell'informatica.

Comincia a tredici anni da radioamatore, si interessa di elettronica e dalla riparazione di televisori, man mano passa a lavorare per aziende di settore come tecnico, entra in contatto coi primi computer casalinghi, si procura persino un PDP-8 che piazza nel garage di casa e con cui fa scuola ai ragazzi del quartiere. Nel 1976 la Fairchild Channel-F, di cui era diventato capo ingegnere dell'hardware, è la prima console programmabile, la prima in cui si possono comprare altre cartucce oltre ai titoli preinstallati di fabbrica.

L'anno successivo il trionfale debutto dell'Atari VCS spazzò via questa pietra miliare dai negozi e dalla memoria dei videogiocatori, solo Al Lowe con la sua fortunata serie "Leisure Suit Larry" e l'anglo-giamaicano Danny Burke, autore di Body Blows, riuscirono a superare di nuovo pregiudizi e ostacoli testimoniando la presenza afroamericana nella storia videoludica.

Ronald Wayne, la terza mela
Volendo trovare un equivalente nell'eterno parallelismo tra Apple e Beatles, la storia di Wayne ricorda un po' quella di Pete Best, il primo batterista dei ragazzi di Liverpool: entrambi lasciarono un gruppo destinato a fare storia poco prima del suo boom.

Accanto a Wozniak e Jobs c'era lui come terzo socio nel 1977, tirato in ballo da quest'ultimo ai tempi in cui ancora era freelancer alla Atari, e proprio lì l'aveva conosciuto. Wayne si occupava della manualistica in questa Apple agli esordi, ed era l'ago della bilancia nelle decisioni quando gli altri due discordavano su qualcosa: ma a differenza dei due ragazzi era già un 41enne all'epoca, aveva delle proprietà a suo nome, e rischiava di vedersele pignorare nel caso la neonata azienda avesse accumulato dei debiti cui far fronte.

Il gioco non gli sembrava valere la candela, e scelse l'opzione più prudente di vendere il suo 10 per cento per 800 dollari appena due settimane dopo, tornando ad occuparsi di videogiochi. Lo stesso anno Mike Markkula subentrò portando capitali e un piano di sviluppo che portò l'azienda ad essere quella che oggi conosciamo.

John Cioffi, Internet a tutta velocità
L'inventore della banda larga è un tipo schivo, non esiste la sua pagina dedicata su Wikipedia, l'URL più incentrato sulla sua persona è il profilo personale di docente alla Stanford University, un asciutto e stringato elenco delle sue attività e pubblicazioni. Eppure se state navigando a gran velocità, scaricando film, musica, gustando il meglio della Rete, è lui che dovete ringraziare per le ricerche sulle connessioni asimmetriche in cui s'è cimentato nel 1991, mentre il resto del mondo arrancava con modem dalla lentezza inenarrabile.

Dopo un breve periodo imprenditoriale è tornato al suo primo amore, l'insegnamento, certo che gli darà ancora grandi soddisfazioni.

Steve Wilhite, il papà della GIF
Quello GIF è un formato duro a morire: politicamente scorretto se confrontato al suo successore morale PNG, è stato al centro di aspre polemiche sul peso dei brevetti nel suo utilizzo, dominatore incontrastato della grafica ad 8 bit sino a fine anni '90, ancora sopravvive nella sua forma animata.

Wilhite, dal canto suo, ha mantenuto un basso profilo intervenendo solo su un dettaglio puntiglioso: ovvero l'esatta pronuncia dell'acronimo.

Fabrizio Bartoloni
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