Gabriele Niola

WebTheatre/ GoogleTV paradiso o inferno del webvideo

di G. Niola - Un potenziale cavallo di Troia per la fruizione dei contenuti della rete presso il pubblico tradizionale. Che potrà godere di prodotti necessariamente addomesticati. L'innovazione? Di nicchia

Roma - L'annuncio della Google TV arriva come momentaneo apice di una tendenza da tempo prevista, anticipata e quindi concausata dai produttori di contenuti. Il fatto che parte dell'industria televisiva e cinematografica e parte dell'industria che si impegna a produrre per la rete vadano nella stessa direzione, mescolando fondi, produzioni e professionalità, disegna un percorso di ibridazione che, con l'arrivo dei televisori connessi e "attivi" sulla rete come quelli che promette il progetto Google/Sony/Logitech, si compie pienamente.
La Google TV non è il primo esempio di progetto su questa scia (tanto hanno fatto altre società senza raggiungere davvero il consenso del pubblico) ma probabilmente si tratta del più importante per eco, risonanza ed apertura alle idee degli sviluppatori (che sono sempre le più devastanti in termini di impatto). Gli altri che avevano tentato di portare internet nel televisore hanno parzialmente fallito proprio là dove Google (o in caso di suo fallimento il prossimo grande player che si misurerà in questo campo) può avere il suo punto di forza: nei contenuti.

Che la televisione, quella che oggi conosciamo che sempre di più, è trasmessa in digitale (sia esso cavo, parabola o DVB), sia destinata ad essere veicolata attraverso i protocolli della rete è dato acquisito e da tempo, ma solo ora sta avvenendo la transizione. Che il televisore debba rimanere lo strumento migliore (sebbene non l'unico) per vederla, anche. Le principali reti televisive italiane, per non dire i network stranieri, si stanno attrezzando da tempo mettendo online le loro library (nei casi migliori già in HD) e prevedendo la trasmissione di contenuti in diretta e in parallelo alla messa in onda televisiva. Già ad oggi dunque si può vedere molto del palinsesto televisivo attraverso la rete. Figuriamoci domani.
La questione che sembra più centrale però è il destino che in uno scenario simile debbano avere le produzioni specifiche per la rete. Se infatti sempre di più diventerà centrale il ruolo degli aggregatori e dei siti di produzione (Crackle, Strike.tv e via dicendo) per fare da grandi canali e da filtro nel caos delle milioni di produzioni, più difficile è prevedere come muteranno contenuti e forme di narrazione.
Si è sempre detto che i contenuti per la rete sono brevi perché la fruizione è rapida e veloce, e che sono livellati su un pubblico che vuole vedere altro, che non segue necessariamente la televisione e che si aspetta da internet qualcosa di più forte. Con un cambio di mezzo questi assunti comincerebbero lentamente a mutare, per avvicinarsi ad uno spettatore più adulto e più tradizionale.

Si tratta di un momento tipico di ogni forma di produzione culturale: quando da oggetto di culto di una nicchia diventa medium di massa, una forma di maturazione del sistema produttivo e "normalizzazione" dei contenuti, i quali mantenendo le loro specificità si acquietano e cercano di diventare buoni per un generico pubblico di massa. Questo non significa un livellamento verso il basso: il cinema uscendo dalla sua prima fase pionieristica ha conosciuto livelli di crescita artistica fenomenali. Significa però che il sistema che ad oggi bene o male è caotico sarà ordinato dal mercato.
Infine occorre anche considerare che la fruizione televisiva dei contenuti della rete non diventerà esclusiva: il computer, i laptop, gli smartphone e gli e-reader continueranno ad essere piattaforme sulle quali vedere video anche se probabilmente a lungo andare diventeranno una destinazione di minoranza.
Sembra facile ipotizzare quindi che sul vecchio medium televisivo finiranno quelle tipologie di video che più si rifanno ad esso come le webserie, probabilmente destinate ad essere sempre più simili ai prodotti seriali che già vediamo in televisione. Mentre nel resto degli strumenti dai quali si può fruire di video in rete dovrebbe rimanere ciò che la rete ha veramente portato di nuovo e incollocabile in qualsiasi altro "vecchio" device: lo User Generated Content, quell'oggetto vasto e inclassificabile che si è dimostrato negli anni incapace di generare profitto da sé, impossibile da usare per fini commerciali e impossibile da controllare sebbene sempre amatissimo dagli utenti.
La Google TV, o chi per primo riuscirà a trovare il modo migliore per portare il video distribuito in rete davanti al divano, sarà una grandissima rivoluzione ma relativa a quel modo di fare prodotti audiovisuali che la televisione ha creato in decenni di evoluzione. Le cose più estreme, interessanti e nuove invece sono probabilmente destinate a rimanerne fuori, stazionando sui pc in attesa di finire uno strumento più "vergine" di quanto non lo sia il televisore.

INTRODUCING GOOGLE TV


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1 Commenti alla Notizia WebTheatre/ GoogleTV paradiso o inferno del webvideo
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  • Questa frase mi sembra un po' strana:
    "Si tratta di un momento tipico di ogni forma di produzione culturale: quando da oggetto di culto di una nicchia diventa medium di massa, una forma di maturazione del sistema produttivo e "normalizzazione" dei contenuti, i quali mantenendo le loro specificità si acquietano e cercano di diventare buoni per un generico pubblico di massa."

    Secondo me si mischia troppo il mezzo attraverso cui vengono fruite le opere coi processi di generazione dei contenuti. Se ho un mezzo di fruizione dei contenuti, ci fruisco i contenuti che mi pare, indipendentemente dal target per il quale i contenuti sono stati pensati.
    Il cinema è abbastanza di massa, ma c'è una grandissima varietà di opere e generi. Anche la radio è di massa, ma tra i vari canali ci sono differenze enormi.
    In Italia c'è la volontà politica di appiattire i contenuti televisivi e finora ci stanno riuscendo abbastanza bene. In Cina, Iran e Russia preferiscono appiattire tutti i contenuti comunicativi, indipendentemente dal mezzo di fruizione.

    Secondo l'autore, il modello della TV Italiana è la normalità a cui convergerà anche la TV via web. Secondo me è una eccezione dovuta ad una concomitanza di fattori che il web non presenta.
    non+autenticato