Claudio Tamburrino

Facebook tra dati e condizioni d'uso

EFF si schiera: Facebook non dovrebbe poter denunciare un servizio che agevoli l'accesso automatizzato alla piattaforma. Nemmeno se viola le condizioni d'uso

Roma - Facebook aveva trascinato in tribunale Power Ventures, accusata dal social network di aggregare le informazioni archiviate dallo stesso sito in blu con quelle di altre piattaforme. Ora ha deciso di intervenire anche l'Electronic Frontier Foundation (EFF), preocupata che una decisione a favore di Facebook possa avere gravi conseguenze in materia di responsabilità per violazioni di condizioni di uso.

Nell'adire le vie legali Facebook ha accusato Power Ventures di violare le condizioni di utilizzo del social network, e in particolare quelle che proibiscono agli utenti l'accesso alle informazioni che detiene attraverso "mezzi automatizzati".
Lo strumento, infatti, forniva un servizio per agevolare l'accesso a vari social network tramite un'unica interfaccia, permettendo agli utenti di esportare più facilmente i propri dati da Facebook.

EFF ha preso posizione per limitare le possibilità di prevaricazione da parte delle aziende attraverso i termini di servizio e le EULA imposte al momento dell'adozione di un software.
In particolare i singoli utenti, si preme di sottolineare EFF riportando gli inquietanti casi in cui questo è invece avvenuto, non devono essere affrontare un procedimento penale per presunte violazioni di condizioni contrattuali imposte dalle aziende. Sia perché, si sa, non tutti leggono per intero tutte le condizioni e sanno che un click può valere quanto una firma, sia perché a volte quelle stesse clausole sono troppo penalizzanti per l'utente che non ha (peraltro) alcun potere contrattuale.
Quello della disposizione di Facebook è un classico esempio di condizione vessatoria rispetto all'utente che dovrebbe essere libero di poter decidere come accedere ai propri dati, quindi anche ricorrendo ad uno strumento come quello di Power Ventures che aumenta, in pieno spirito competitivo, le opzioni a sua disposizione. Una volta stabilito che esso non accede ad informazioni riservate o che non danneggi la generale stabilità del social netwrok in blu, il servizio così offerto non dovrebbe essere considerato passibile di denuncia.

La custodia dei dati e l'enforcement delle proprie condizioni di utilizzo, d'altronde, sono punti fondamentali per il business di Facebook: addirittura nel rispondere ai gruppi di interesse che si dedicano alla tutela della privacy (tra cui la stessa EFF, ACLU e Privacy Rights Clearinghouse) che, pur apprezzando il passo avanti fatto con la ultima revisione delle opzioni di accesso alle informazioni dei suoi utenti, chiedevano uno sforzo aggiuntivo a FB, Mark Zuckerberg ha risposto tirando in ballo la necessità di remunerare lo sforzo del social network proprio attraverso il mercato che si crea attorno ai dati. L'unico modo per proteggerli sarebbe quello di far pagare gli utenti interessati. E ha direttamente chiamato in causa la possibilità di un qualche tipo di modello di business pay (abbonamenti premium ecc).

Ma per evitare questa possibilità, Zuckerberg sembra pronto a contrastare i paladini della privacy pur cercando un equilibrio tra la fiducia degli utenti e i rapporti con i partner commerciali: d'altronde, come recita il poster di lancio della sua biografia di prossima uscita "non ti fai 500 milioni di amici senza farti qualche nemico".

Claudio Tamburrino
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