Luca Annunziata

Libox, ovvero il P2P privato industriale

RiuscirÓ la startup israeliana a riscattare il protocollo e superare i confini della legge sul diritto d'autore? Il ramoscello d'ulivo ai detentori dei diritti Ŕ giÓ lanciato

Roma - Come concetto assomiglia ad altri servizi già presenti in linea, basti citare Dropbox o Box.net: un archivio di file condiviso tra più PC, in questo caso tra i PC di un utente e al massimo quelli di un ristretto gruppo d'amici. Ma, invece di sfruttare un sistema di archiviazione remota (la cloud!), approfitta dello sperimentato Peer to Peer per tenere sincronizzate le diverse cartelle sui diversi computer. E se si accede con il cellulare, si va di streaming.

Libox è una startup di Tel Aviv (quindi la si potrebbe quasi definire europea), che ha lanciato nelle scorse ore la sua beta pubblica: c'è disponibile un client per Mac e uno per Windows, che consente come detto di tenere su più computer contemporaneamente copie dello stesso file. Lo scambio e la distribuzione del materiale avviene tramite un protocollo P2P, e inoltre il materiale è consultabile anche attraverso gli smartphone dotati di browser compatibile con HTML 5. App specifiche per Android e iOS arriveranno tra qualche mese, giurano gli sviluppatori.

L'idea di base equivale a una sorta di "cloud privata": oltre a replicare sui vari device connessi allo stesso account le informazioni che si desidera tenere a disposizione ovunque, l'algoritmo alla base del programma si occupa anche di "fare cache" per quei contenuti che più stesso vengono visualizzati in streaming sui device mobile. Allo stesso modo, se si decide di condividere una cartella con un amico, nel caso quest'ultimo abbia l'abitudine di pescare sempre le foto da quell'archivio il programma cercherà di prevenire le sue richieste con una sincronizzazione preventiva. In nessun caso Libox tiene copia remota del materiale.
L'accento, i creatori di Libox lo pongono sulla qualità: il loro servizio, affermano orgogliosi, è in grado di gestire molti formati (mp3, mp4, divx ecc) con un particolare riguardo per la qualità. Ovvero, a seconda del contesto (duplicazione su due PC o streaming sul cellulare), è capace di offrire la miglior esperienza possibile in fatto di dimensioni e risoluzione di un video (tanto per fare un esempio) basandosi sulle capacità del device e la banda disponibile. Un po' come farebbe Skype per la voce, e infatti proprio il software VoIP viene nominato per chiarire la cifra stilistica del progetto.

Ed è qua che casca l'asino. P2P, streaming, file sharing: gli ingredienti per un gran mal di testa provocato a suon di avvocati dei detentori dei diritti ci sono tutti. Chi potrebbe impedire a qualunque utente di mettere in comune coi suoi amici tutto il proprio archivio di musica e film, tutta la propria libreria, in barba a ogni limitazione espressa nella licenza d'uso? Nessuno, o meglio, quasi nessuno a parte Libox stesso. Ma è indubbio che un servizio come questo possa senz'altro risultare interessante, non foss'altro per semplificare le procedure di sincronizzazione dei propri contenuti (regolarmente acquisiti) sul crescente numero di device che ci si porta dietro: iPhone, Android, Zune, iPod, iPad, tablet, netbook, notebook, il PC di casa e quello dell'ufficio, e così via.

A dirla tutta, evidentemente lo staff di Libox ha un'idea che non è proprio originalissima ma che potrebbe servire allo scopo di evitare attriti con major della musica e della celluloide: utilizzare il servizio stesso come strumento di delivery dei contenuti, pagare per ottenere musica e film che verrebbero distribuiti tramite lo stesso meccanismo P2P utilizzato dagli utenti per la propria roba. A naso, da qualche parte dovrà entrarci un meccanismo di identificazione e filtraggio dei contenuti tipo il ContentID di YouTube, in modo da evitare che circoli materiale "indesiderato": oppure per individuarlo e studiare forme di compensazione alternativa per lo stesso.

Luca Annunziata
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