Alfonso Maruccia
giovedì 15 luglio 2010

L'hardware open source ha una sua licenza

I protagonisti del settore preparano la definizione ufficiale con relativa licenza per la distribuzione tra pari. Accento posto sulla libera circolazione delle idee e le non poche differenze con il software libero e open source

Roma - Si torna a parlare di hardware open source e in particolare della definizione e della licenza che dovrebbero governare la redistribuzione e la condivisione di design, idee, progetti e codice a corredo. I protagonisti del settore firmano la terza revisione della definizione di Open Source Hardware e si preparano al primo convegno a tema ("Open Hardware Summit") previsto per il prossimo 23 settembre a New York.

Si consolida dunque il fronte dell'hardware a "codice" aperto, con l'evidente obiettivo di standardizzare iniziative sin qui slegate sino a ottenere il riconoscimento - da parte dell'industria e dei potenziali clienti/utenti - che attualmente caratterizza il movimento del software open. Un compito non facile, a ben vedere, che deve tenere in debita considerazione la sostanziale differenza esistente tra software e hardware, tra bit invisibili e dispositivi reali.

"L'Open Source Hardware (OSHW) - recita la definizione - è un termine che indica artefatti tangibili (macchine, dispositivi, o altri tipi di cose fisiche) il cui design è stato distribuito al pubblico in modo che ognuno possa creare, modificare, distribuire o usare questi oggetti". L'hardware è differente dal software perché per realizzare beni tangibili occorre sempre mettere a frutto risorse fisiche, recita la definizione OSHW, e l'imperativo per chi voglia sfruttare l'OSHW è non chiamare in causa il designer originale né sfruttare un qualunque marchio registrato in possesso di altri.Stabilito questo punto fondamentale, la licenza OSHW si premura di affrontare tutti i criteri a cui la distribuzione di hardware open deve attenersi. L'OSHW deve in particolare essere rilasciato con tutta la documentazione necessaria inclusi file di design - in chiaro e in formati standard - ed eventuale software accessorio FOSS.

Le opere "derivate" devono sempre essere consentite, recita la licenza, così come va garantita la redistribuzione secondo gli stessi termini di licenza. La documentazione deve inoltre essere distribuita in maniera gratuita, l'attribuzione di paternità al design originale preservata e la licenza deve necessariamente essere neutrale rispetto alla tecnologia.

La licenza OSHW impone inoltre di evitare qualsiasi tipo di "discriminazione" contro persone, gruppi o scenari di utilizzo del design dell'hardware open. E se l'hardware è solo una parte di prodotti compositi la licenza OSHW continua a valere una volta estratto il componente dal prodotto finale.

Molti di quelli che con l'hardware open source ci lavorano da tempo hanno già sottoscritto la licenza OSHW, inclusi David A. Mellis e Massimo Banzi (Arduino), Chris Anderson (Wired e DIY Drones), Alicia Gibb (Bugs Lab), Zach Smith (MakerBot Industries).

Alfonso Maruccia
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162 Commenti alla Notizia L'hardware open source ha una sua licenza
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  • Da troppo tempo le corporazioni brevettano qualsiasi cosa, giusta o sbagliata, (non) facciano. In ambito software siamo salvi perche' il concetto di brevetti software, pur ricorrente e martellato come la cosa buona e giusta che NON E', non e' passato (per ora, in Europa e entro ovvi limiti).

    Siamo sicuri che in ambito hardware sia fattibile tentare cio' che nel software free e open source e' riuscito? Il problema, dopotutto, non risiede soltanto nei brevetti esistenti che, da soli, fanno della ricerca della paternita' di uno schema un lavoro da detective. Viviamo, infatti, nell'era dei regolamenti (inter)nazionali e dei marchi CE-IMQ-vattelapesca: quella stessa era che -nella miopia di considerare la produzione industriale l'unica in assoluto- ha letteralmente assassinato molte forme di artigianato. Vorrei divagare parecchio sul buonismo e generalizzare sui suoi effetti, ma non c'e' lo spazio.

    Il software libero funziona bene ANCHE perche' puo' garantire business a chi lo installa, lo supporta e ne fa strumento per tutti gli altri. Con le premesse attuali, l'hardware libero rischia (soprattutto da noi) di rimanere confinato nei laboratori degli istituti tecnici, degli studenti di buona volonta' e, magari, di qualche pubblicazione specialistica.
    non+autenticato
  • imho e' piu' facile che sia l'hard a crearsi uno spazio rispetto al soft

    in fondo a dividersi i progetti hard open sono poche imprese che dispongono dell'attrezzatura per fabbricare hardware, quindi possibilita' di guadagno ne restano sempre

    il soft è piu' a portata di tutti, quindi il guadagno si riduce, inoltre c'è lo stradominio di M$
    non+autenticato
  • Secondo me questa notizia ha un'importanza impressionante per il futuro dell'umanità e dell'industrializzazione.

    Importante quanto lo sarà l'introduzione della finanza islamica o le banche solidali che prestano senza interessi in tutto l'occidente.

    È quello che attendevo da anni e che si sta profilando in questo evento.

    La possibilità di progettare oggetti in modo condiviso e poi tutti riprenderli per produrli localmente.

    È quello che professava un utente dei forum di Punto-Informatico di nome Mechano. Che diceva come si potrebbero creare piccole fabbriche locali che non hanno bisogno di reparti di R&D e spese di brevettazione ecc.
    Perché posso prendere da Internet e personalizzare progetti già pronti, rilasciando comunque nella Rete le modifiche apportate. Gli oggetti possono evolvere e migliorare esattamente come il software libero...

    E gli utenti stessi possono commissionare oggetti personalizzati alla fabbrica più vicina indicandogli il progetto desiderato o scegliendo tra quelli che la fabbrica può produrgli e personalizzargli perché si è specializzata in quelli ed ha pronti i master e le macchine CNC.

    Potrebbe anche essere il principio della rilocalizzazione, perché non sarà più necessario sfruttare manodopera in paesi come la Cina, dato che gli oggetti potrebbero costare poco comunque, perché non avrebbero spese di R&D che sarebbero spalmate sulla community, e non avrebbero neppure i costi di trasporto dalla Cina o dall'India, perché piccole fabbriche general purpose potrebbero essere aperte un po' ovunque.

    Sarebbe una manna per l'occupazione e l'autodeterminazione di intere aree geografiche oggi depresse e in forte crisi.
    iRoby
    1603
  • molto bene direi, Sono arrivati diversi investitori, tra cui russi.
    Si vocifera che vi sarà un unione con la distro ALT russa, ma ovviamente non si saprà nulla di certo. Nel frattempo il titolo azionario sta avendo un buon incremento in borsa.
    La nuova mandriva è un buon salto avanti rispetto la precedente.
    Da alcuni test effettuati con kde a 64bit vi sono stati significativi aumenti di performance, indice che gli strumenti di sviluppo per 64bit stanno raggiungendo la maturità e quindi il sw 64bi sta diventando quello che dovrebbe essere.
    ciao ciao
  • bello vedere che appena esce ubuntu già dal giorno prima si fanno mille articoli, mentre se esce mandriva manco dopo 10 gg.. e si che di novità interessanti per chi le conosce ce ne sono...
  • a proposito, come vanno le cose in casa mandriva? si vociferava di problemi finanziari, che poi parevano essere rientrati grazie ad un investitore... PI facci un bell'articolo in proposito, vogliamo sapere!
    non+autenticato
  • hanno trovato i finanziatori

    del resto se c'è gente che ha soldi da rici...ehm...buttare finanziando facebook non vedo perchè non dovrebbero finanziare mandriva che almeno produce qualcosa di utile
    non+autenticato
  • - Scritto da: gionnico
    > Beh mezzo mandriva è dei russi ora.
    >
    > http://www.ossblog.it/post/6491/la-russia-ha-acqui
    ed è una bella notizia visto che la ci sono ottimi sviluppatori e tanti fondi...
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