Tatiana Bazzichelli

NetStArt/ Per un NetStArt artistico e tecnologico

di T. Bazzichelli - Non solo hacker, artisti e attivisti, ma anche community e network intrisi di mercato. Contaminazioni tra business e condivisione creativa, tra orizzontale e verticale. Un punto di partenza

Roma - Nei sistemi GNU/Linux, il comando netstat permette di vedere lo stato delle connessioni instaurate sul computer locale, si legge in Wikipedia. Se a questo comando aggiungiamo una "r" e lo rendiamo netstart, abbiamo una definizione metaforica. Un net-start, vale a dire una fase di cambiamento nei processi di rete, una nuova partenza che coincide con l'analisi delle dinamiche culturali, sociali ed artistiche attuali di networking. Ma il termine netstart ci dice anche qualcos'altro. Se lo scriviamo in questa forma: NetStArt, ci indica un percorso di riflessione critica su cosa sta avvenendo attualmente nel panorama artistico di rete, nel decennio successivo alla nascita della net art (e alcuni direbbero al suo tramonto, se pensiamo alla net art come un fenomeno artistico ben definito, attivo principalmente a cavallo della seconda metà degli anni Novanta e la prima metà degli anni Duemila; si veda qui per approfondire).

JODI: Something Wrong is Nothing Wrong


Parafrasando il comando GNU/Linux netstat, l'obiettivo di questa rubrica su Punto Informatico è quello di visualizzare lo stato dei processi artistici (art socket?) attivi, applicati al fenomeno di arte in rete attuale. Cosa sta succedendo con l'emergere del Web 2.0 e con la trasformazione delle comunità digitali in social network? Qual è la risposta critica - se vi è una risposta critica - di artisti, hacker e attivisti la cui azione presenta proprio le root nei fenomeni artistici come la networked art, media art, hacker art, net art del decennio passato?
Possiamo riscontrare una proposta alternativa al business 2.0 proveniente dai gruppi politicamente attivi nel piano delle tecnologie, o da chi fa parte della comunità hacker, o da chi lavora sulla rete come arte?
Dopo una fase prolifera in cui artisti, hacker e attivisti, in Italia e non, hanno dato vita a progetti, reti e collettivi, partendo dall'esperienza delle BBS e delle comunità virtuali che anche Punto Informatico ha spesso raccontato nel corso degli ultimi dieci anni, siamo chiaramente di fronte a una fase di passaggio. Una fase in cui reti, che a suo tempo si definivano "aperte" e "orizzontali", sono diventate sempre più dominio del mercato, e alle tecnologie P2P si sono affiancati social network, e piattaforme di sharing centralizzate (da Facebook, Twitter, YouTube, ecc.) che seguono criteri di business e profitto molto diversi da quelli delle comunità underground degli anni Novanta, nate sulla scia del Cyberpunk (almeno per quanto riguarda il network italiano).
Possiamo dichiarare senza esitazione che ciò che un tempo erano i valori e la filosofia dell'etica hacker, dalla metà degli anni Duemila sono diventati dominio di intervento di molte realtà di business che rappresentano l'evoluzione del fenomeno Web 2.0 e che hanno contribuito a creare la nozione di media sociali. I concetti di condivisione e sharing, openness, decentralizzazione, e l'idea stessa di "Do It Yourself" (autogestione e auto-organizzazione) propria dell'immaginario hacker, sono diventati dominio delle piattaforme commerciali, e punti cardine del linguaggio in cui presentano i propri servizi.

Siamo di fronte a una trasformazione semantica di pratiche che un tempo appartenevano alle frange underground del networking e alle comunità che si definivano "gestite dal basso", e a una vera e propria appropriazione di un certo immaginario politico, tecnologico e artistico.
Ma senza assumere posizioni vittimistiche o apocalittiche, dobbiamo ripartire prima di tutto pensando che i cicli di contaminazione e ri-appropriazione fra business e controcultura sono sempre esistiti, e una storia come quella della Silicon Valley in California ne è il concreto esempio: se ne parla in From Counterculture to Cyberculture: Stewart Brand, the Whole Earth Network, and the Rise of Digital Utopianism di Fred Turner del 2006 (qui l'introduzione), oppure The Conquest of Cool: Business Culture, Counterculture and the Rise of Hip Consumerism di Thomas Frank del 1997 (qui degli estratti).

Oggi, la fase di commercializzazione capitalistica sta toccando espressamente le aree del networking e della creazione di media sociali, e pur se molte società cercano di apparire aperte e illuminate (si pensi al "Don't be evil" di Google) siamo di fronte a una grossa trasformazione nel significato stesso di comunità, di network, e di privacy.

Qual è la risposta sul piano artistico, o meglio, artivista? Nell'ultima metà del secolo scorso, pratiche artistiche d'avanguardia da Fluxus alla mail art hanno promosso la creazione di arte come network e generato nuovi modelli di condivisione creativa, ridefinendo il ruolo dell'artista e del pubblico (ne parlo nel mio libro Networking - la rete come arte, scaricabile in italiano da qui per approfondire). Oggi, piattaforme come Facebook, YouTube, MySpace, Twitter ecc., presentano nuove modalità di connessione e interazione, sicuramente più allargate rispetto al passato, ma anche più centralizzate, più immediate, più sintetiche e più orientate al business. Le tecniche di networking proprie delle comunità underground oggi sono diventate materia principale delle strategie capitalistiche dei media sociali, utili per l'espansione di un mercato che la parola "folksonomy" ben definisce.

NetStArt parte quindi dall'assunto che l'economia di rete attuale e le pratiche artistiche di rete sono strettamente connesse e il nostro compito diventa analizzare criticamente e propositivamente questa fase di contaminazione, non solo lavorando sul piano semantico, ma anche generando nuove pratiche creative.
"Language is a virus from outer space", scriveva William S. Burroughs. La controcultura è stata contaminata ancora una volta dal marketing. Invece di assumere posizioni vittimistiche e intimistiche, la sfida è quella di rispondere con una nuova contaminazione. Se il mercato si appropria di linguaggi artistici e di pratiche hacker, gli artisti e gli hacker dovranno imparare ad appropriarsi del mercato. Questo significa non assumere posizioni di rifiuto, ma cerare di capire consapevolmente le dinamiche di business, trasformarsi in virus creativi e rendere la strategia disruptive una pratica artistica. E allo stesso tempo, essere abili nel riscrivere codici espressivi e creativi proprio grazie alla capacità di contaminarsi e di essere fluidi, attivando un nuovo start, un NetStArt.

Tatiana Bazzichelli
www.tatianabazzichelli.com

fonte immagine: "JODI: Something Wrong is Nothing Wrong", Pubblicità della piattaforma di networking Motherboard TV (sponsorizzata da DELL), realizzata utilizzando l'opera degli artisti olandesi JODI, simbolo della prima net.art internazionale
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22 Commenti alla Notizia NetStArt/ Per un NetStArt artistico e tecnologico
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  • Sii paziente.

    Punto Informatico e' pieno di ragazzi non abituati al livello e al contenuto dei tuoi articoli. Ma anche loro sono necessari, anzi, indirettamente contribuiscono molto piu' loro alla sussistenza di PI che non i 'saggi' 'anziani'..

    Venendo a quello che hai scritto:

    I concetti di condivisione e sharing, openness, decentralizzazione, e l'idea stessa di "Do It Yourself" (autogestione e auto-organizzazione) propria dell'immaginario hacker, sono diventati dominio delle piattaforme commerciali, e punti cardine del linguaggio in cui presentano i propri servizi.

    L'asettico mondo commerciale ha sempre cercato nuove idee per meravigliare, pena la morte. La continua creazione di nuovi stimoli per indurre continuamente all'acquisto e' diventata una legge di sopravvivenza da moltissimi anni. Tutto ovviamente si e' esasperato nel corso dei decenni.

    E l'underground e' sempre storicamente stato l'ambito delle sperimentazioni, quindi delle novita'.

    Ricordo un'immagine emblematica. La pubblicita', forse degli anni '70, di un gel per capelli. Per la primissima volta i pubblicitari hanno usato una foto di un ragazzo con un evidente taglio punk. Ecco quindi un esempio di come una 'situazione' chiaramente underground e' stata copiata e trasportata in ambiti patinati.

    Ma l'underground rimane tale, almeno per ora, e non trova cerco voce nel main-stream. I vari progetti brillanti e paradossali di AHA non sono mai apparsi sulla BBC.

    Non so quindi quanto sia corretto dire che queste situazioni siano diventate "dominio delle piattaforme commerciali". In realta' le cosiddette piattaforme commerciali le copiano, le usano per il tempo che gli serve, e le dimenticano. Non se ne appropriano. Non se ne curano affatto.

    Cio' che nasce dall'undergound presto o tardi tornera' all'underground.

    Oggi, la fase di commercializzazione capitalistica sta toccando espressamente le aree del networking e della creazione di media sociali, e pur se molte società cercano di apparire aperte e illuminate (si pensi al "Don't be evil" di Google) siamo di fronte a una grossa trasformazione nel significato stesso di comunità, di network, e di privacy

    Assolutamente vero. Esempio molto pratico: l'iPad. L'iPad rappresenta la piu' grande trasformazione e intromissione in un ambito storicamente 'aperto'. L'iPad e' un giardino d'orato, ma ben recintato. L'acquirente non se ne rende conto, quello che sta pagando e' fondamentalmente solo un 'comodato d'uso'. Con l'hardware che ha comprato non puo' farci null'altro se non quello preposto dall'azienda. E il software e' totalmente blindato, vincolato, controllato, sorvegliato. E il problema e' che le persone si stanno abituando velocemente all'idea. E lo accettano, e lo comprano.

    Quello che sta avvenendo e' molto grave e a vari livelli riguarda ambiti molto piu' vasti.

    Abbiamo bisogno di tornare 'attivisti'. Senza voler insegnare o 'cercare di far capire'. Per carita', nessun errore o presunzione del passato. Ogni fase ha il suo tempo, e la consapevolezza non si puo' esportare. Ma si puo' direzionare, devono essere poi le persone a fare da soli i propri passi.

    Un abbraccio.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Francesco
    > Sii paziente.
    >
    > Punto Informatico e' pieno di ragazzi non
    > abituati al livello e al contenuto dei tuoi
    > articoli.[...]

    Meno male che ci sei tu come Giusto Giudice a poter valutare il valore degli altri.

    > I concetti di condivisione e sharing,
    > openness, decentralizzazione, e l'idea stessa di
    > "Do It Yourself" (autogestione e
    > auto-organizzazione) propria dell'immaginario
    > hacker, sono diventati dominio delle piattaforme
    > commerciali, e punti cardine del linguaggio in
    > cui presentano i propri
    > servizi.


    una delle cose che stanno facendo con il "DIY" è farti lavorare al posto loro e farti pagare comunque i CMS per anni.
    alla fine meglio farsi la roba, se quando chiedi un lavoro te lo fai tu.

    > L'asettico mondo commerciale ha sempre cercato
    > nuove idee per meravigliare, pena la morte. La
    > continua creazione di nuovi stimoli per indurre
    > continuamente all'acquisto e' diventata una legge
    > di sopravvivenza da moltissimi anni. Tutto
    > ovviamente si e' esasperato nel corso dei
    > decenni.
    >
    > E l'underground e' sempre storicamente stato
    > l'ambito delle sperimentazioni, quindi delle
    > novita'.
    >
    > Ricordo un'immagine emblematica. La pubblicita',
    > forse degli anni '70, di un gel per capelli.

    '80.
    E la cosa fuori posto era che la tipa (era una) suonava il sax.

    [...]

    > Non so quindi quanto sia corretto dire che queste
    > situazioni siano diventate "dominio delle
    > piattaforme commerciali". In realta' le
    > cosiddette piattaforme commerciali le copiano, le
    > usano per il tempo che gli serve, e le
    > dimenticano. Non se ne appropriano. Non se ne
    > curano
    > affatto.

    qui concordo.

    [...]
    > Assolutamente vero. Esempio molto pratico:
    > l'iPad. L'iPad rappresenta la piu' grande
    > trasformazione e intromissione in un ambito
    > storicamente 'aperto'. L'iPad e' un giardino
    > d'orato, ma ben recintato.

    Ora, noi qui saremo tutti ignoranti e non al livello di Vostra Signoria, ma un "d'orato" alle elementari che ho fatto io era un errore da penna blu (che, si sa, era peggiore di quello da penna rossa).

    >L'acquirente non se ne
    > rende conto, quello che sta pagando e'
    > fondamentalmente solo un 'comodato d'uso'. Con
    > l'hardware che ha comprato non puo' farci
    > null'altro se non quello preposto dall'azienda.

    Ora da bravo prendi il dizionario in mano e ti chiedi "conosco davvero il significato della parola preposto dopo che ho fatto il raffinato sprezzante con la supposta marmaglia?"

    >E
    > il software e' totalmente blindato, vincolato,
    > controllato, sorvegliato. E il problema e' che le
    > persone si stanno abituando velocemente all'idea.
    > E lo accettano, e lo
    > comprano.

    Questa è la solita brodaglia linàra. La gente userebbe anche il resto, se fosse a livello e se venisse proposto con altrettanta semplicità: infatti ubuntu sta andando meglio del resto.

    Alla fine la gente se non fa quello che vuole non ricompra. Quindi evidentemente fa quello che vuole. Perché esistono i televisori LCD altrimenti? Si vede PEGGIO dei catodici, eppure tutti comprano. Si vede che ottengono ciò che vogliono, perché io non sento nessuno lamentarsi.

    Se stavi alludendo a windows, l'utente ottiene ciò ceh vuole, gli amministratori aziendali stanno avendo sempre più un software serio e gestibile.

    > Quello che sta avvenendo e' molto grave e a vari
    > livelli riguarda ambiti molto piu' vasti.
    >

    sei troppo generico.

    > Abbiamo bisogno di tornare 'attivisti'. Senza
    > voler insegnare o 'cercare di far capire'.

    E allora che attivismo sarebbe?
    Mi sembra di leggere il buon Calamai: ha un buon ideale, ma lo porta avanti come un pazzo, un pazzo di quelli a cui spari a distanza perché non ha spiegato PERCHE' si sta comportando così, nemmeno alle persone che ama.

    Se non ci SPIEGATE, non saremo mai con voi.
    Se la vostra risposta è "RTFM" allora la risposta a questo non potrà che essere "FY"

    > Per
    > carita', nessun errore o presunzione del passato.
    > Ogni fase ha il suo tempo, e la consapevolezza
    > non si puo' esportare. Ma si puo' direzionare,
    > devono essere poi le persone a fare da soli i
    > propri
    > passi.

    La differenza è che gli altri i passi te li fanno fare. Sono veri attivisti.
    non+autenticato
  • Ciao,

    mi fa piacere leggere la positivita' del tuo commento, penso proprio che sia quello di cui abbiamo bisogno. Ormai sono sempre di meno quelli che dicono "abbiamo bisogno di tornare attivisti" ed e' comprensibile, se si considera lo scenario che si paventa di fronte a chi crede - o meglio ha creduto - in certi valori di condivisione, scambio e liberta' d'informazione, e si e' battuto per questo, anche nel piano informatico.

    Ho portato con me in vacanza il libro "Precarious Rhapsody. Semiocapitalism and the pathologies of the post-alpha generation" di Franco Berardi Bifo (http://www.autonomedia.org/node/90) e l'ho letto con molto interesse. Devo dire che condivido gran parte della sua analisi: l'espropriazione del nostro tempo vitale fagocitati dall'infosfera e da cio' che lui definisce "semiocapitalismo", le riflessioni sulla crescente diffusione di massa dei lavoratori precari e dell'automatismo tecnologico, l'incertezza del futuro e la normalita' dello splatter-capitalismo, l'impoverimento di ideali politici e il vuoto emotivo di molti...ma allo stesso tempo, la lettura del libro mi ha lasciato un certo senso di impotenza. Penso che proprio oggi c'e' bisogno di riacquistare una certa positivita' (critica), non solo sul piano politico, ma anche artistico, per generare un cambiamento effettivo.

    Per questo mi sento di dire che, nonostante sia in atto un'appropriazione di ideali e metodi (propri delle comunita' digitali del decennio passato e di molta della comunita' hacker) bisogna cercare di rispondere con strategie mirate, lavorando dall'interno come dei "virus cognitivi".
    A mio parere alla strategia del rallentamento, come Bifo ci suggerisce anche nel suo Manifesto del Post-Futurismo (si puo' leggere qui: http://manifestodopofuturismo.notlong.com), va affiancata la consapevolezza che le compenetrazioni fra business, capitalismo e i suoi oppositori sono sempre avvenute.
    E allo stesso tempo, come tu scrivi "Cio' che nasce dall'undergound presto o tardi tornera' all'underground". Magari si chiamera' in un altro modo e non piu' underground, ma e' importante prima di tutto credere di poter attivare flussi attivi e in movimento (anche se magari sono solo illusioni?) per permettere alle idee di rigenerarsi criticamente...

    Tatiana
  • oltre a tante buzzword... cosa vuole dire l'articolo?
    Scusate ma non capisco
    non+autenticato
  • "Possiamo dichiarare senza esitazione che ciò che un tempo erano i valori e la filosofia dell'etica hacker, dalla metà degli anni Duemila sono diventati dominio di intervento di molte realtà di business che rappresentano l'evoluzione del fenomeno Web 2.0 e che hanno contribuito a creare la nozione di media sociali. I concetti di condivisione e sharing, openness, decentralizzazione, e l'idea stessa di "Do It Yourself" (autogestione e auto-organizzazione) propria dell'immaginario hacker, sono diventati dominio delle piattaforme commerciali, e punti cardine del linguaggio in cui presentano i propri servizi."

    ...eppure a me sembra chiaro e limpido! Non riesco a credere che i lettori di PI siano tutti come chi si diverte solo a criticare "la mafe", o come chi fa mostra di superiorita' di fronte a qualsiasi analisi del reale esuli dai propri modelli o codici...

    Io sono un lettore di PI a cui fa piacere leggere Tatiana su PI, e spero che come me ce ne siano tanti.. benvenuta netStArt!
  • io invece non so ancora cosa sia il web 2.0 e non ho trovato nessuno in grado di dirmi in modo convincente di cosa parla quando usa questa buzzword!
    non+autenticato
  • forse perche' non hai vissuto la fase in cui il web non era ancora nemmeno tale, e si chiamava ancora solo "internet", ma prima del duemila cio' che si poteva fare, con "il web", era limitato alla navigazione ipertestuale per gli "utenti capra" e alla costruzione di pagine piu' o meno statiche per i "web designer"...

    oggi mi sembra che la situazione sia ben diversa, e prenderne atto puo' significare anche non limitarsi a liquidare come "buzz" qualsiasi espressione, anche se abusata, ambigua o poco chiara, possa aiutare a capire cio' che viviamo...
  • > oggi mi sembra che la situazione sia ben diversa,
    > e prenderne atto puo' significare anche non
    > limitarsi a liquidare come "buzz" qualsiasi
    > espressione, anche se abusata, ambigua o poco
    > chiara, possa aiutare a capire cio' che
    > viviamo...

    Condivido, ed e' proprio l'analisi di un certo linguaggio che dovremmo cercare di approcciare per effettuare una critica del presente. In ogni modo, capisco gli interrogativi di alcuni lettori che magari ricercano piu' praticita' e informazioni concrete, ma del resto nel pezzo introduttivo e' bene essere generali per dare un'idea di insieme delle tematiche trattate.
    Comunque rimango dell'opinione che per capire la pratica serve anche la teoria, e' l'eterno dibattito...

    Tatiana
  • - Scritto da: ullala
    > io invece non so ancora cosa sia il web 2.0 e non
    > ho trovato nessuno in grado di dirmi in modo
    > convincente di cosa parla quando usa questa
    > buzzword!

    ?? come non sai cos'è il web 2.0? il passaggio dai siti vetrina all'interattività. Il fatto stesso che stai scrivendo un commento su questo sito e io ti sto rispondendo era molto raro se non impossibile dieci anni fa. Esistevano solo quelche chat e forum. L'ambito della net art e in generale la scena underground con le prime bbs ha introdotto queste pratiche che son diventate oggi dominio delle aziende. E' un discorso che non rigurada strettamente l'informatica ma più la sociologia e la controcultura, forse per questo fatichi a comprenderlo.
  • - Scritto da: stefanomoxa
    > - Scritto da: ullala
    > > io invece non so ancora cosa sia il web 2.0 e
    > > non ho trovato nessuno in grado di dirmi in
    > > modo convincente di cosa parla quando usa
    > > questa buzzword!

    > ?? come non sai cos'è il web 2.0? il passaggio
    > dai siti vetrina all'interattività. Il fatto
    > stesso che stai scrivendo un commento su questo
    > sito e io ti sto rispondendo era molto raro se
    > non impossibile dieci anni fa. Esistevano solo
    > quelche chat e forum. L'ambito della net art e in
    > generale la scena underground con le prime bbs ha
    > introdotto queste pratiche che son diventate oggi
    > dominio delle aziende. E' un discorso che non
    > rigurada strettamente l'informatica ma più la
    > sociologia e la controcultura, forse per questo
    > fatichi a comprenderlo.

    Come hai detto tu stesso i forum c'erano gia' quindi dove stava il problema 10 anni fa ? A pi sono cresciute le finestre trasparenti ?
    krane
    22448
  • la modalità di fruizione del web. I blog personali coi commenti, i social network, video e immagini in tempo reale...prima dell'adsl sostanzialmente.. le chat eran rare, lentissime, i forum eran costruiti diversamente. interagire coi siti non era immediato. Internet in generale veniva usato in maniera diversa, più che a creare community, come lo stesso PI fa, veniva usato come vetrina, enciclopedia e questioni di lavoro. Meglio di così non so spiegartelo, immagina di navigare in vecchi siti statici,aspettando il tempo di caricamento per ogni azione e file della pagina, e fatti un'idea. Ma non è un'impressione di alcuni è un dato di fatto nella storia del web!
  • - Scritto da: stefanomoxa
    > la modalità di fruizione del web. I blog
    > personali coi commenti, i social network, video e
    > immagini in tempo reale...prima dell'adsl
    > sostanzialmente.. le chat eran rare, lentissime,
    > i forum eran costruiti diversamente. interagire
    > coi siti non era immediato. Internet in generale
    > veniva usato in maniera diversa, più che a creare
    > community, come lo stesso PI fa, veniva usato
    > come vetrina, enciclopedia e questioni di lavoro.
    > Meglio di così non so spiegartelo, immagina di
    > navigare in vecchi siti statici,aspettando il
    > tempo di caricamento per ogni azione e file della
    > pagina, e fatti un'idea. Ma non è un'impressione
    > di alcuni è un dato di fatto nella storia del
    > web!


    Quindi e' un errore chiamarlo web 2.0, in realta' si tratta di banda 2.0.
    krane
    22448
  • eh no, perchè non si tratta solo dell'adsl ma un cambiamento radicale su pù fronti, resi possibili dalla banda larga ma caratterizzati soprattutto dall'implementazione della dimensione "sociale" del web. le community sostanzialmente, registrarisi a un sito con un poprio prorfilo e interagire col sito e i suoi utenti, invece che limitarsi a guardare le pagine.
  • Veramente il web 1.0 era pieno di chat... e anche di social network, giusto per fare un nome, SPRAY... poi c'erano (e per fortuna ci sono ancora) un sacco di forum, insomma era pieno di interattività senza bisogno di banda larga. Si, PI non aveva i commenti (ma si potevano mandare email agli autori), ma comunque l'interattività esisteva eccome. E' nata addirittura prima del web, ad esempio con le BBS, anche se allora chiaramente usate solo dagli iniziati. Mi sembra molto riduttivo distinguere il 2.0 come l'era post-adsl.
    non+autenticato
  • lo ripetiamo da 5 anniSorride al limite c'è wikimedia italia, che non ha niente a che fare coi contenuti dell'enciclopedia

    vabbè che esiste l'omonimo blog di quel tizio stipendiato dalla Banca Centrale d'Italia, ma basta!
    non+autenticato
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