Tatiana Bazzichelli

NetStArt/ Arte disruptiva e giochi identitari

di Tatiana Bazzichelli - Muoversi all'interno della rete, col linguaggio della Rete, per far emergere i bug della società. Agire secondo le regole dei social media per denunciarne le dinamiche più insidiose

NetStArt/ Arte disruptiva e giochi identitariRoma - Nel precedente articolo della rubrica riflettevo sul progressivo cambiamento di immaginario e del significato della condivisione in rete con l'emergere dei media sociali e di ciò che è comunemente noto come web 2.0. Di fronte alla progressiva commercializzazione degli ambienti di sharing e networking, qual è la risposta da parte di attivisti e artisti che lavorano in rete?

Come hanno mostrato la net art, l'hacker art e altre pratiche artistiche del decennio precedente, è possibile lavorare criticamente con le tecnologie della rete non solo per investigare usi e modalità di interazione sperimentali e non previsti dal lato utente/gestore, ma anche per evidenziare le possibili "falle dei sistemi". La pratica artistica, collegandosi quindi all'attitudine hacker, diviene una strategia per immaginare diverse possibilità di espressione e di interazione mediatica, che non sempre sono esplorate dagli ambienti commerciali e dal mercato.
Molte di queste pratiche hanno evidenziato che, quando l'arte è il frutto di un lavoro indipendente, può contribuire a creare immaginario critico e nuove visioni sperimentali - e può essere un incentivo per lo sviluppo tecnologico stesso. Non a caso, una strategia del business che cerca di essere al passo con i tempi, è quella di reclutare proprio artisti, hacker e creativi per la loro capacità di creare innovazione disruptiva. È una delle strategie di Google, iniziata anche tempo fa in altri settori di mercato, come la moda: Diesel ne è stato uno dei primi esempi contemporanei (ma se vogliamo, questa attitudine era già nata negli anni Cinquanta nelle agenzie di pubblicità di Madison Avenue a New York).

L'innovazione disruptiva può prendere diverse strade, e spesso mettere di fronte a una biforcazione: da una parte il mercato riesce ad inglobare gli artisti perché ha capito le regole del gioco (e spesso le detta), dall'altra anche gli artisti possono attivarsi per conoscere queste regole, e decidere che il loro compito non è quello di seguirle, bensì di metterle in crisi. Ecco allora che nasce quello che ho chiamato arte disruptiva del business, un concetto di cui mi sto occupando in questi mesi di ricerca universitaria (vedi qui).
Con arte disruptiva del business intendo la possibilità di agire artisticamente e attivamente all'interno del mercato per evidenziarne i limiti e, allo stesso tempo, per ricombinarne le regole dall'interno e creare nuovi scenari di sperimentazione creativa. La critica dell'economia capitalista diviene un atto performativo. Un ambito di espressione che offre scenari interessanti in questo senso è proprio quello generato dagli artisti che lavorano sul networking e il web 2.0, e che cercano di capire come i social media funzionino per esplorare nuovi territori creativi.

Neoist AltarFacciamo degli esempi concreti. Una modalità di espressione creativa che si è mostrata valida sin dai tempi delle Avanguardie artistiche è quella che coinvolge la nostra identità. Negli anni Ottanta-Novanta, esempi di identità collettive come Monty Cantsin nell'ambito del circuito Neoista, e il nome multiplo Luther Blissett, ci dimostrano la validità, e anche il piacere/effetto ludico, di trasformare, sviluppare e diffondere le nostre identità mediante una pratica collettiva. Pratiche identitarie che sono state ben assimilate anche nell'ambito attivista e hacker, come dimostrano le esperienze di San Precario e del suo anagramma Serpica Naro, verso la metà del Duemila.

San Precario
Notizie collegate
18 Commenti alla Notizia NetStArt/ Arte disruptiva e giochi identitari
Ordina
  • Il problema di certi processi è che sono divenuti autoreferenziali. In un contesto attoriale sano ( uso anche io qualche parolone un po' a caso, altrimenti rischio di apparire più stupido dell'autrice del pezzo ) l'artista dovrebbe esprimersi per "il mondo" ed il critico dovrebbe essere il filtro che si interpone, quasi senza chiedere il permesso, in questa comunicazione.

    Siamo invece giunti in un sistema nel quale gli "artisti" mettono in piedi azioni e performance ad uso e consumo esclusivo dei critici-studiosi e questi ultimi parlano di nuove tendenze, di rivoluzione, di cambiamento universale di paradigma non rendendosi conto dell'assoluta marginalità dei fenomeni che studiano.

    Magari arrivando a scrivere interi saggi su cose di una banalità disarmante. Un esempio è "Quake/Friends". Una storica "performance artistica" dove 7 performer entrarono nel 2002 in un server di Quake ed al posto di partecipare al gioco iniziarono a scrivere le battute della prima puntata del telefilm. Venendo fanculizzati ( opps, questo termine non è abbastanza aulico, ma descrive in modo consono il concetto ) dai chi era li per giocare. Su questa stupidaggine sono stati sprecati fiumi di inchiostro. Si è parlato di transcodifica dei media, ed altre amenità.
    A me sembra assolutamente normale che se sto giocando con gli amici in un campo di calcetto/basket/pallavolo/scopone scientifico e si aggrega qualcuno che al posto di partecipare all'attività ludica si mette passivamente a recitare ed ad intralciare il mio gioco mi girano i cosini.
    E questo non ha nulla a che vedere con i nuovi media, lo scontro fra tv e internet, l'aggressività intrinseca delle interazioni multiplayer. Semplicemente se in un terminato momento e contesto sto facendo qualcosa ed arriva un elemento di disturbo, la cosa mi irrita ( tali "performer" avrebbero potuto provare l'esperienza in altri contesti, tipo recarsi in una sala cinematografica ed alzarsi a metà della proiezione per recitare il famoso telefilm. Ma forse più che un kick da un server avrebbero rischiato un kick nel sedere ).

    L'esempio è solo per sottolineare come certi contesti si auto-alimentino. Artefatti prodotti solo per gli studiosi, studiosi che pretendono di spiegare il mondo attraverso questi fenomeni che sono stati concepiti a loro esclusivo uso e consumo. Fino ad arrivare al paradosso massimo, nel quale chi scrive di un "fenomeno" è lo stesso che lo alimenta artificialmente ( vedi per esempio "luther blisset" ).
    non+autenticato
  • - Scritto da: anonimo mb
    > Il problema di certi processi è che sono divenuti
    > autoreferenziali. In un contesto attoriale sano (
    > uso anche io qualche parolone un po' a caso,
    > altrimenti rischio di apparire più stupido
    > dell'autrice del pezzo ) l'artista dovrebbe
    > esprimersi per "il mondo" ed il critico dovrebbe
    > essere il filtro che si interpone, quasi senza
    > chiedere il permesso, in questa
    > comunicazione.

    Ed infatti il critico è anche un meccanismo di legittimazione dell'arte. Però i critici avevano anche il controllo dei mezzi di comunicazione e questo permetteva loro di fare un po' da arbitri. Ma con Internet la comunicazione è orizzontale, da pari a pari, l'opinione del critico si perde in una pletora di opinioni di artisti che si auto-legittimano e tutto il "sistema" dell'arte va a rotoli.
    non+autenticato
  • I critici erano a libro paga dei media, intendi dire?
    Con internet le regole sono cambiate ma come in altri contesti, quando un mezzo ti dà tante possibilità tu non fai quello che ti viene in mente ma ti guardi in giro per vedere cosa fanno gli altri. esempio, i cartoni animati in 2d: tecnicamente non ci sono limiti a quello che si puo' animare in 2d e invece si va per generi. Altro esempio i modi di vestire dei giovani, sempre coll'"uniforme del momento" almeno dal '68 a questa parte. Hanno internet gli iphone FB e twitter ma nelle dinamiche dell'abbigliamento sono indistinguibili dai paninari.
    non+autenticato
  • non mi risulta che esista questo termine nel vocabolario italiano, nemmeno nelle piu recenti edizioni.
    Per completare l'articolo avreste potuto sostituire tutte le "ch" con le "k".

    ...
    non+autenticato
  • - Scritto da: controlli
    > non mi risulta che esista questo termine nel
    > vocabolario italiano, nemmeno nelle piu recenti
    > edizioni.

    In effetti si vuol ricalcare il termine inglese disruptive che ha un corrispondente italiano: http://oxfordparavia.it/lemmaEng10775
    aggettivo
    disturbatore; "a ~ influence" -> un influsso disgregatore.

    Mi sarei anche sfiancato di inglesismi non necessari...

    --
    Saluti, Kap
  • Ciao,

    il termine "disruptivo" deriva dal latino (disruptus) e puoi trovarne una definizione qui sulla Treccani:

    http://www.treccani.it/Portale/elements/categories...

    E' sicuramente poco usato in italiano (un'altra variante e' quella di "disruttivo"), ma a mio parere e' il piu' rispondente in questo contesto perche' implica una componente di innovazione creativa e tecnica, insita nella definizione stessa, che non e' facile trovare in termini simili.

    Infatti, se leggi la definizione su wikipedia di "disruptive technology":

    http://en.wikipedia.org/wiki/Disruptive_technology

    si riporta chiaramente che il termine "disruptive" e' largamente
    utilizzato per descrivere le innovazioni tecniche nel settore del business, che e' poi l'ambito su cui sto riflettendo, combinandolo a una visione critica dell'arte e dei social media.

    E' un termine specialistico e fuori del comune, soprattutto nella traduzione italiana, ma a mio avviso il piu' adatto per comunicare la prospettiva da cui sto partendo per la mia ricerca, e proprio perche' ancora non molto utilizzato, potrebbe essere di buona ispirazione per
    generare nuove pratiche artistiche e attiviste nel settore - in un certo senso, mi riferisco al fatto che per pratiche nuove, ci vuole un linguaggio nuovo!

    Nel frattempo vi vorrei consigliare di leggere anche un mio pezzo che e' appena stato pubblicato dalla rivista Concept Store, della galleria Arnolfini di Bristol, in cui analizzo proprio la tematica dell'appropriazione degli ideali hacker e attivisti da parte del mercato: si intitola "If You Can't Hack 'em, Absorb 'em" or the Endless Dance of the Corporate Revolution.
    Lo trovate pubblicato anche nel mio blog (PDF e testo):

    http://networkingart.eu/2010/08/if-you-cant-hack-e.../

    E' in inglese (sorry per gli anti-anglofoni), ma puo' interessare chi vuole approfondire.

    Saluti,

    Tatiana
  • - Scritto da: Tatiana Bazzichelli
    > Ciao,
    > il termine "disruptivo" deriva dal latino
    > (disruptus) e puoi trovarne una definizione qui
    > sulla Treccani:
    > http://www.treccani.it/Portale/elements/categories

    Chiedo venia, in effetti non ho pensato che potesse esistere in italiano in quanto l'ho sempre e solo sentito in inglese. E molte volte (dilettandomi in traduzione di sottotitoli) non è di così semplice resa con un termine italiano adeguato.

    > se leggi la definizione su wikipedia di
    > "disruptive technology":
    > si riporta chiaramente che il termine "disruptive"
    > e' largamente utilizzato per descrivere le
    > innovazioni tecniche nel settore del business, che
    > e' poi l'ambito su cui sto riflettendo,
    > combinandolo a una visione critica dell'arte e dei
    > social media.

    Sì, ho notato.

    > E' un termine specialistico e fuori del comune,
    > soprattutto nella traduzione italiana, ma a mio
    > avviso il piu' adatto per comunicare la
    > prospettiva da cui sto partendo per la mia
    > ricerca, e proprio perche' ancora non molto
    > utilizzato, potrebbe essere di buona ispirazione
    > per generare nuove pratiche artistiche e
    > attiviste nel settore - in un certo senso, mi
    > riferisco al fatto che per pratiche nuove, ci
    > vuole un linguaggio nuovo!

    Io da questo punto di vista sono abbastanza conservatore (quasi 'difensore'), ma capisco anche che l'avanguardia artistica (e da questo punto di vista, il mondo della rete è decisamente 'avanguardia') abbia bisogno a volte di esprimere i nuovi concetti con linguaggi nuovi. Purtroppo troppe volte ho visto ridefinire o rinominare vecchi concetti, magari semplicemente agitati e non mescolati.Occhiolino

    > Nel frattempo vi vorrei consigliare di leggere
    > anche un mio pezzo che e' appena stato pubblicato
    > dalla rivista Concept Store, della galleria
    > Arnolfini di Bristol, in cui analizzo proprio la
    > tematica dell'appropriazione degli ideali hacker
    > e attivisti da parte del mercato: si intitola "If
    > You Can't Hack 'em, Absorb 'em" or the Endless
    > Dance of the Corporate Revolution.

    Gli darò sicuramente uno sguardo. Anche se sono (come dicevo) abbastanza conservatore nel linguaggio e scettico sulle nuove tendenze, ritengo sia comunque necessario leggere e conoscere ciò che ci circonda.

    --
    Saluti, Kap
  • - Scritto da: Tatiana Bazzichelli
    > Ciao,
    >
    > il termine "disruptivo" deriva dal latino
    > (disruptus) e puoi trovarne una definizione qui
    > sulla Treccani:
    >
    >
    > http://www.treccani.it/Portale/elements/categories
    >
    > E' sicuramente poco usato in italiano (un'altra
    > variante e' quella di "disruttivo"), ma a mio
    > parere e' il piu' rispondente in questo contesto
    > perche' implica una componente di innovazione
    > creativa e tecnica, insita nella definizione
    > stessa, che non e' facile trovare in termini
    > simili.

    tutto vero tutto bello ma.... aaargh!!! è bruttissimo! osceno!
    ("disruttivo" si presta poi ad altre considerazioni!)

    poi mi sembra quasi una parola che dal latino è stata utilizzata in inglese per poi essere ripresa in italiano, in un passaggio da pigroni della traduzione (la Treccani è però la Treccani, ma... chissenefrega! A bocca aperta )

    dirompente non andava bene?
  • aggiungo: facciamo arte disruptiva, evitiamo l'hype (ooops, ci sono cascato!), evitiamo di apparire e usiamo termini "comuni"... ma sto già copiando (vedi Muji)

    la vera domanda è: esistono davvero ambiti di cui il "sistema" (?) non si può appropriare?
    forse no, ma in realtà il sistema si può appropriare di quello che vuole, il non-sistema non ne resta sminuito, l'importante è non cedere alla sua logica e restarne fuori (si può? non si può? in realtà è una domanda non importante, l'importante è provarci)
    -----------------------------------------------------------
    Modificato dall' autore il 02 settembre 2010 09.50
    -----------------------------------------------------------
  • dei primi 2-3 paragrafi non ho capito un tubo. Sembra uno di quegli articoli scritti da Mafe.
    Purtroppo sul google translator non c'è ancora l' opzione markettaro-italiano.
    non+autenticato
  • - Scritto da: nessuno
    > dei primi 2-3 paragrafi non ho capito un tubo.

    Non tutto è ma si capisce poi il resto è più chiaro. Almeno così mi sono chiarito cosa significa pratiche identitarie.
  • - Scritto da: Sandro kensan
    > - Scritto da: nessuno
    > > dei primi 2-3 paragrafi non ho capito un tubo.

    non voglio essere offensivo, ma mi pare ci fosse poi pochino da capire..

    > Non tutto è ma si capisce poi il resto è più
    > chiaro. Almeno così mi sono chiarito cosa
    > significa pratiche
    > identitarie.

    qusto è un post ironico vero?... sul serio: sei ironico! dai dimmelo, che non so proprio se piangere o ridere...
    non+autenticato
  • Mi sembrano un po' esercizi che fanno gli studenti delle accademie d'arte, esclusa la protesta, che è serissima. Sono interessanti per chi è nell'ambito, ma non toccano i temi che interessano di più il pubblico.

    Parlo del movimento Emo, delle barre di scorrimento che compaiono anche in TV (MTv) (cambiamento copernicano: non è internet che riflette la realtà, ma la realtà che riflette internet), del Gaga-style: aggiungere oggetti sparsi al proprio abbigliamento. E temi meno superficiali come il miscuglio delle identità culturali e religiose e degli stili di vita, i cambiamenti dovuti alla crisi economica.

    Forse di Facebook si è parlato più di quanto ci fosse da dire, mentre i perdiamo i grandi cambiamenti che ci passano sotto il naso.
    non+autenticato
  • si può riassumere tutto in poche parole:
    gente che non ha niente da fare nella vita, annoiata dai troppi soldi e dagli 0 problemi che per evitare il suicidio dovuto alla noia si inventa qualcosa da fare per rompere le scatole al prossimo e scatenare il proprio ego smisurato
    non+autenticato
  • - Scritto da: Vitalij

    > ma non toccano i temi che
    > interessano di più il
    > pubblico.
    >
    > Parlo del movimento Emo, delle barre di
    > scorrimento che compaiono anche in TV (MTv)
    > (cambiamento copernicano: non è internet che
    > riflette la realtà, ma la realtà che riflette
    > internet), del Gaga-style

    ...seguendo le tue associazioni, pensa alla serie televisiva Mad Men! Li' e' proprio raccontato per il grande pubblico quello a cui mi riferisco citando il fenomeno di Madison Avenue negli anni 50-60.

    ciao,

    Tatiana
  • Ho guardato Mad Men un po', penso di aver capito meglio cosa tu intenda per arte disruptiva.
    Forse è simile alla fulgoratio, quando «due sistemi indipendenti fra loro vengono messi in collegamento reciproco, [...] allora sorgono anche caratteristiche del tutto nuove del sistema, che prima non esistevano, e che non erano nemmeno accennate.» Konrad Lorenz, L'altra faccia dello specchio, p. 64.
    I due sistemi indipendenti sarebbero gli artisti ed i pubblicitari e la fulgoratio o disruptive art è ciò che emerge dalla loro interazione complessa. Nel web 2.0 è l'interazione tra i pubblicitari e l'utente-artista-creatore di contenuti.
    Giusto?
    non+autenticato
  • - Scritto da: Vitalij
    > I due sistemi indipendenti sarebbero gli artisti
    > ed i pubblicitari e la fulgoratio o disruptive
    > art è ciò che emerge dalla loro interazione
    > complessa. Nel web 2.0 è l'interazione tra i
    > pubblicitari e l'utente-artista-creatore di
    > contenuti.
    > Giusto?

    Ciao!

    Non necessariamente l'interazione e' fra gli artisti e i pubblicitari. Negli anni '50 e '60 quello che e' successo nel campo dell'advertising ha creato azione disruptiva all'interno del mercato, anticipando nuovi scenari sociali e culturali e una rottura con la tradizione. Questo elemento di rottura si ritrova anche in alcuni aspetti del movimento del '68, che comunque agiva nell'ambito politico e con fini ben diversi. A sua volta, molte istanze del movimento sono state assimilate di nuovo dalla cultura pop e dal mercato, vedi Nike, Diesel e Coca Cola che spesso hanno usato e riadattato un certo immaginario per propri fini commerciali.
    E' un circolo vizioso di appropriazione e di innovazione...

    La mia analisi e' che il web 2.0 e i media sociali stanno utilizzando un certo modo di pensare utilizzato da hacker e attivisti nella prima fase della cybercultura. Ora il mercato ha assimilato questo linguaggio (vedi openness, Do It Yourself, libera circolazione delle informazioni in rete, creazione di comunita', networking, freedom, ecc). La sfida a mio parere per gli artisti - ma non solo - e' quella di rispondere dall'interno del mercato, in qualche modo ri-appropriandolo, comprendendolo e creando innovazione disruptiva.

    Con la consapevolezza che si fa parte di un ciclo potenzialmente infinito, ma che al momento reputo importante e necessario riattivare per rispondere criticamente a una tendenza che sta rendendo la nostra vita sempre piu' automatizzata e sempre piu' dettata da leggi di mercato, anche nel piano delle relazioni interpersonali - soprattutto per quelli come noi che lavorano con la tecnologia e la comunicazione, ma il discorso si puo' allargare a livello piu' generale coinvolgendo molte piu' persone.

    Saluti!

    Tatiana
  • - Scritto da: Tatiana Bazzichelli
    > La sfida a mio parere
    > per gli artisti - ma non solo - e' quella di
    > rispondere dall'interno del mercato, in qualche
    > modo ri-appropriandolo, comprendendolo e creando
    > innovazione disruptiva.

    Ciao!

    In alcuni casi quando comprendi bene un fenomeno riesci ad essere molto più competitivo. In altri casi il fenomeno è talmente tanto variabile che nel momento in cui su qualcosa è stato scritto un numero sufficiente di articoli e libri su di esso, questo è cambiato completamente e bisogna ricominciare daccapo.
    Un'altra strategia possibile è fare un'analisi di massima e diversificare tantissimo i prodotti in modo che la probabilità che almeno un prodotto colpisca il target (che forse in questo momento ancora non esiste) è più alta.

    > Con la consapevolezza che si fa parte di un ciclo
    > potenzialmente infinito, ma che al momento reputo
    > importante e necessario riattivare per rispondere
    > criticamente a una tendenza che sta rendendo la
    > nostra vita sempre piu' automatizzata e sempre
    > piu' dettata da leggi di mercato, anche nel piano
    > delle relazioni interpersonali - soprattutto per
    > quelli come noi che lavorano con la tecnologia e
    > la comunicazione, ma il discorso si puo'
    > allargare a livello piu' generale coinvolgendo
    > molte piu'
    > persone.
    >
    > Saluti!
    >
    > Tatiana

    E' quello che Georg Simmel ne 'La filosofia del denaro' chiama "il denaro come stile di vita", che avviene quando i valori religiosi e tradizionali di una società vengono completamente sostituiti da valori legati all'economia.
    Non a caso c'è una grande riscoperta di Buddhismo e yoga che ripropongono filosofie di vita diverse. Anche l'islam trova molta della propria forza opponendosi al "consumerismo".

    Saluti!

    Vitalij
    non+autenticato