
Il filo conduttore non si ferma qui, ed arriva anche ai social network. Piattaforme la cui interazione con l'utente inizia proprio attraverso la richiesta di "consegnare" dati anagrafici e personali, ambiti di interesse professionale e preferenze ludiche. Un patto relazionale che l'utente instaura con i gestori dei social network, offrendo i propri dati e ottenendo connettività. Ma al di là delle pesanti implicazioni e conseguenze a livello di privacy, quello che riceviamo in cambio è anche un'opportunità per giocare con l'identità, con il concetto di anonimato e multipli e con la pratica di social hacking. Ma fino ad ora pare che lo abbiano capito solo in pochi...
C'è chi ha raccolto la "sfida" e ha dimostrato che non sempre queste piattaforme sono blindate come mostrano di essere, e che permettono di giocare e sperimentare per sottolinearne i limiti, senza entrare necessariamente nell'illegalità (affronterò più diffusamente il tema della legalità/illegalità nei prossimi appuntamenti).

Alla fine del 2008 Anna Adamolo fa la sua apparizione sul social network Facebook. Una identità collettiva e fittizia nata per protestare contro la legge 133 della riforma Gelmini. Anna Adamolo è l'anagramma di Onda Anomala, il movimento degli studenti, ricercatori e precari che ha invaso le piazze italiane nell'autunno 2008. Con la richiesta di "diventare Anna Adamolo", molte persone hanno cambiato la propria identità su Facebook, adottando le sembianze di questa figura collettiva. Una figura che, nell'immaginario di chi in quei giorni protestava contro la riforma Gelmini, rappresentava il nuovo Ministro Onda a tutela dei precari (l'opposto del Ministro ombra). Ma non solo: la comparsa di Anna Adamolo avviene anche all'interno di Facebook. Viene creato un
fake (finto) account di Facebook di Gelmini che, il giorno della manifestazione nazionale a Roma il 14 novembre 2008, viene trasformato in quello di Anna Adamolo (giorno anche del lancio del
sito clone del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, che raccoglierà nelle settimane successive molte testimonianze delle voci della controriforma). Un gesto che segna la nascita di Anna Adamolo come nuovo personaggio collettivo in cui immedesimarsi - presto diventato simbolo del movimento per il ritiro della Legge 133 e della legge Gelmini, come descritto nel suo
blog e nell'
articolo che vi invito a leggere per approfondire il contesto dell'operazione.
Circa un anno dopo, altri due progetti che giocano sulle identità nei social network si diffondono in Facebook e in rete:
Seppukoo, creato da
Les Liens Invisibile e
Web 2.0 Suicide Machine, creato dal collettivo
Moddr.net. Ambedue i progetti invitano gli utenti di Facebook (e nel caso della Suicide Machine anche di LinkedIn, MySpace, e Twitter), a commettere un simbolico suicidio virtuale, rimuovendo il proprio profilo dal social network. Ambedue si basano sulla possibilità di sperimentare con le applicazioni, sviluppate esternamente al server centrale, che si possono implementare indipendentemente e offrire come possibilità aggiuntiva di interazione per gli utenti registrati. Le application sono infatti un ambito di ricerca interessante nei social media, perché come la storia dei due progetti ci dimostra, permettono di analizzare i limiti e i bug dei sistemi centrali, e le loro strategie non evidenti a tutti gli utenti. Per esempio, una volta registrati su Facebook non è possibile cancellare la propria presenza del tutto, e pur se decidiamo di rimuovere il nostro profilo, tutti i nostri dati, foto, video e testi, rimarranno per sempre nel server di Facebook - basterà solo un click per riattivare il nostro account e riavere tutti i nostri dati a disposizione, come Seppukoo ci dimostra.
Ma ambedue i progetti ci dimostrano anche che piatteforme come Facebook non sono cosi liberali come sembrano, e la conseguenza per gli autori di Seppukko e Suicide Machine è stata quella di ricevere una lettera di
cease & desist da Facebook Inc (
qui la lettera ricevuta dal gruppo Les Liens Invisibles). La motivazione? La tutela della privacy degli utenti e dei loro dati, quando nessuno dei due progetti aveva in nessun modo utilizzato i dati contrariamente alla volontà degli utenti stessi, e si è apertamente dichiarato come progetto di net art.
L'intervento legale di Facebook è un paradosso che ci fa sorgere la domanda: a chi appartengono i nostri dati personali se, una volta immessi nei server di queste piattaforme, perdiamo anche il diritto - e il piacere - di sperimentare con la nostra identità? E soprattutto, se la nostra identità diviene una merce da rivendicare come proprietà attivando una battaglia legale, qual è il prezzo che paghiamo per la nostra presenza nei social network?
Tatiana Bazzichelliwww.tatianabazzichelli.comFonte immagini:
"Neoist Altar": disegno di Pete Horobin, ottavo festival di appartamento del Network Neoista, Londra, maggio 1984.
San PrecarioAnna Adamolo