Guido Scorza

Leggi di carta contro l'informazione di bit

di G. Scorza - Impossibile riprodurre il prezioso distillato degli operatori tradizionali della informazione. Impossibile copiare, impossibile linkare e indicizzare. Non prima di aver negoziato con gli editori. Il DDL Butti

Roma - "Il presente disegno di legge intende garantire la tutela della proprietà intellettuale dell'opera editoriale sia nelle forme tradizionali (carta stampata) sia nelle forme digitali (diffusione via internet). Le nuove tecnologie informatiche e di comunicazione, il diverso ruolo in cui si atteggiano le piattaforme che mediano tali contenuti informativi, le peculiarità di alcuni sistemi di distribuzione e di categorizzazione delle notizie (tra cui, in primis, i motori di ricerca) rendono, infatti, necessario ed improrogabile un intervento del legislatore. L'inosservanza dei diritti di utilizzazione economica dell'opera editoriale danneggia le imprese editrici i cui giornali, da prodotto di una complessa e costosa attività produttiva ed intellettuale, diventano oggetto di illecita riproduzione".
È questo l'incipit della Relazione con la quale il Sen. Alessio Butti (PdL) ha presentato al Senato un disegno di legge attraverso il quale intende vietare "l'utilizzo o la riproduzione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, di articoli di attualità pubblicati nelle riviste o nei giornali, allo scopo di trarne profitto" in assenza di un apposito accordo tra chi intenda utilizzarli e le associazioni maggiormente rappresentative degli editori.

Dopo un periodo di relativa serenità nel rapporto tra Internet ed editori, il disegno di legge Butti suona come un'autentica ed inequivocabile dichiarazione di guerra indirizzata dal mondo dei vecchi giornali di carta a quello della Rete, degli aggregatori di news e persino dei motori di ricerca. Un ritorno al passato. Un disegno di legge che sembra uscito dalla penna di un uomo che non ha vissuto l'ultimo decennio, né seguito la rivoluzione del mondo dell'informazione che si sta consumando sotto gli occhi di tutti.
Le leggi di carta contro la rivoluzione digitale.

Ci si potrebbe fermare qui e lasciare che ciascuno si formi la propria idea, semplicemente leggendo la relazione di accompagnamento al DDL Butti e l'unico articolo che lo compone. Ma il tema è tanto delicato e complesso che val la pena di andare con ordine e provare a leggere tra le righe della relazione di accompagnamento e del testo del disegno di legge per comprendere perché l'ultima iniziativa legislativa dei nemici del web è sbagliata, inopportuna ed inattuabile.
Cominciamo dal principio.
Il disegno di legge prevede che sia vietato "l'utilizzo o la riproduzione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo di articoli di attualità pubblicati nelle riviste o nei giornali, allo scopo di trarne profitto".
Che significa, in Rete, "utilizzare" un articolo in qualsiasi forma e modo? Indicizzarlo? Richiamarlo attraverso un link in un post o in un altro articolo? Inserire il link in un elenco di fonti allo scopo di creare una "bibliografia" su un certo argomento?
La genericità dell'espressione cui si è fatto riferimento, in uno con il suo accostamento alla parola "riproduzione", con la conseguente necessità di attribuire alla prima un significato diverso dalla seconda, impongono di rispondere affermativamente a tutte le domande che precedono.
Nella relazione al disegno di legge, peraltro, si fa esplicito riferimento ai motori di ricerca, con la conseguenza di non lasciare dubbio alcuno sulla circostanza che, secondo gli estensori del DDL, anche l'indicizzazione andrebbe considerata una forma di "utilizzazione" degli articoli.

Ogni forma di utilizzo degli articoli di giornali e riviste pubblicati online, dunque, secondo il Sen. Butti e gli altri firmatari del disegno di legge, dovrebbe essere preclusa in assenza di apposita autorizzazione. Ciò, almeno, ogni qualvolta l'utilizzo avvenisse "allo scopo di trarne profitto". Al riguardo sembra tuttavia opportuno ricordare che il concetto di "profitto" è tanto ampio da indurre a ritenere che il relativo scopo debba essere considerato sussistente ogniqualvolta si raccolga pubblicità sulle pagine web attraverso le quali vengono "utilizzati" - nell'accezione di cui sopra - articoli pubblicati online su giornali o riviste.

Letta così - ed è davvero difficile leggerla diversamente - la norma lascia spazio solo a due possibili scenari, entrambi anacronistici ed inattuabili. La nascita di una rete - da scriversi rigorosamente con la "r" minuscola - nella Rete, dedicata alla sola informazione veicolata attraverso i giornali e le riviste (inutile indagare sul significato di queste espressioni nel 2010) di tipo sostanzialmente autoreferenziale, perché nessuna altra fonte di informazione in Rete ne "utilizzerebbe" - nel senso ampio, caro al Sen. Butti - il contenuto. O, viceversa, l'esigenza generalizzata della più parte degli attuali operatori dell'informazione (cioè dai gestori dei motori di ricerca, a quelli degli aggregatori di news, sino ad arrivare alla blogosfera) di perfezionare accordi con le associazioni di categoria degli editori di giornali.
Difficile scegliere quale dei due scenari sia peggiore.
Ma andiamo avanti.

La disposizione che il DDL Butti mira ad introdurre - ironia della sorte proprio nel Capo V della legge sul diritto d'autore relativo alle "eccezioni e limitazioni" ai diritti degli autori - non tiene in alcun conto delle altre libere utilizzazioni accordate ai fruitori di articoli da diverse disposizioni della stessa legge sul diritto d'autore. L'art. 70, ad esempio, prevede che "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".
Anche tale libera utilizzazione rischia di rimanere travolta da un'iniziativa legislativa che appare dettata dall'unica finalità di proteggere e rimpinguare il portafoglio dei soliti noti dell'editoria di un tempo, ovvero, nella più parte dei casi, di quei soggetti ai quali l'attuale disciplina già accorda centinaia di milioni di euro l'anno di provvidenze.

La delicatezza e complessità della questione impone di esser chiari per evitare ogni equivoco che potrebbe avere per effetto quello di acuire una dialettica ed un confronto che, negli anni, ha spesso trasceso il limite dell'accettabile: nessuno propone o suggerisce di lasciare l'editoria - specie online - alla mercé dell'altrui cannibalizzazione o di disapplicare in Rete i principi alla base della legge sul diritto d'autore. Ma neppure può ipotizzarsi - come per contro accade con il DDL Butti - di riscrivere ex lege le dinamiche della circolazione dell'informazione online.

La principale ragione per la quale il DDL Butti non convince, tuttavia, è rappresentata proprio dalla filosofia che lo anima, filosofia che muove da un radicale ripensamento dell'equilibrio tra libertà di informazione e diritti patrimoniali dell'autore o, meglio, ormai, dell'editore. I firmatari del disegno di legge propongono infatti di posizionare l'asticella di tale equilibrio tutta spostata dalla parte degli editori ai quali, ultimi, toccherebbe la scelta di decidere se, quanto, a quali condizioni e con quali modalità l'informazione possa circolare.
All'indomani dell'eventuale approvazione del disegno di legge, pertanto, potremmo ritrovarci tutti più poveri in termini di libertà ad essere informati ed ad informare, solo per garantire, a pochi, di non diventare meno ricchi.

Non è questa - almeno a mio avviso - la posizione di equilibrio tratteggiata dal legislatore con la legge sul diritto d'autore.
Libertà di informazione, diritto di cronaca e di critica, assieme alla ricerca, l'educazione ed ad altri interessi, infatti, dovrebbero rappresentare un limite - o almeno un elemento di contemperamento - effettivo ai diritti patrimoniali degli editori anche nel contesto digitale.
Sin qui, le questioni di principio.

Quanto, poi, all'attuabilità del disegno tratteggiato nella recente iniziativa legislativa, non mi sembra difficile rendersi conto - e sorprende che la circostanza sia sfuggita ai proponenti - che l'idea di pretendere che chiunque, prima di utilizzare anche un singolo stralcio di articolo, debba raggiungere un accordo con le associazioni più rappresentative degli editori è a dir poco inverosimile.
L'ostinazione a perseguire tale strada, sotto il profilo pratico - ed anche a prescindere dagli aspetti economici - finirebbe con il determinare due conseguenze, egualmente non auspicabili: imbriglierebbe la circolazione delle informazioni in Rete nelle maglie della burocrazia, perché è ben difficile ipotizzare che un blogger concluda un accordo con un'associazione degli editori per citare o linkare qualche decina di articoli e, ad un tempo, consegnerebbe le chiavi dell'informazione in Rete a pochi soggetti ovvero agli editori tradizionali ed a quanti dispongono di struttura e risorse per negoziare e concludere accordi per "l'utilizzazione" di un articolo "in qualsiasi forma".
È davvero un peccato che mentre in Islanda ci si pone il problema di come rendere più libera l'informazione attraverso la Rete, in Italia si tenti, ogni strada, per sforzarsi di ricondurre il timone dell'informazione nelle mani dei soliti noti.
La sensazione è che si stia, davvero, perdendo una grande occasione.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
www.guidoscorza.it
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154 Commenti alla Notizia Leggi di carta contro l'informazione di bit
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  • Davvero, legge a parte, ma adattandovisi, io proporrei a TUTTI i gestori di motori di ricerca di cambiare le loro politiche di indicizzazione con un bell'opt-in, esplicito.

    il classico robots.txt non dovrebbe più dire "non indicizzarmi" quanto invece "indicizzami!"

    Non lo metti? Ti ignoro.

    Ora, vorrei vedere tutti questi fantastici autori ed editori SCOMPARSI da internet. Pregherebbero in uruguayano per tornare. E a quel punto farei scattare della splendida burocrazia al contrario: domanda in carta bollata per essere indicizzato, e SE NE HO VOGLIA ti indicizzo, dato che in effetti è un esercizio commerciale.

    Quando era intelligente, era meglio. Ma dato che vogliono vederla solo come moneta ... che si arrangino.
    non+autenticato
  • >
    > il classico robots.txt non dovrebbe più dire "non
    > indicizzarmi" quanto invece
    > "indicizzami!"
    >
    > Non lo metti? Ti ignoro.

    risolveresti il problema del "non devi indicizzare i miei contenuti", peccato che il 90% dei siti non mettendolo non verrebbe indicizzato con sommo fastidio dei motori di ricerca.

    Molto facilmente i motori di ricerca darebbero un compenso ai siti che inseriscono questi file per essere indicizzati.
  • - Scritto da: pippo75
    > >
    > > il classico robots.txt non dovrebbe più dire
    > "non
    > > indicizzarmi" quanto invece
    > > "indicizzami!"
    > >
    > > Non lo metti? Ti ignoro.
    >
    > risolveresti il problema del "non devi
    > indicizzare i miei contenuti", peccato che il 90%
    > dei siti non mettendolo non verrebbe indicizzato
    > con sommo fastidio dei motori di
    > ricerca.
    >
    > Molto facilmente i motori di ricerca darebbero un
    > compenso ai siti che inseriscono questi file per
    > essere
    > indicizzati.

    Molto piu' facilmente vedresti questi siti correre ad inserire il robot.txt e a pagare pure qualcosa per poter avere un range un po' meglio del niente che hanno adesso.

    Se non sei su google non esisti.
    E tu non esisti.
    Fattene una ragione.
  • Se non è dittatura questa allora cos'è? parlano tanto male della cina per quanto riguarda i diritti, ma qui in italia non mi pare molto differente a parte la pena di morte,
  • - Scritto da: carletto69
    > Se non è dittatura questa allora cos'è? parlano
    > tanto male della cina per quanto riguarda i
    > diritti, ma qui in italia non mi pare molto
    > differente a parte la pena di
    > morte,

    prova ad andare nelle piazza italiane a parlare male di tutto il governo/parlamento/opposizione, parlare di democrazia, del Dalai Lama, di tutti i personaggi legati alla democrazia e alle libertà.

    Poi fai lo stesso in Cina.

    Magari si scopre che hai ragione.

    certo che confondere diritto d'autore con pena di morte c'è proprio da essere dei dritti.
  • Fai un giro in cina e capirai cosa intendono Sorride

    Prima di sparare, pensa... XD (la citazione può essere fatta XD)
    non+autenticato
  • Ma questa gente chiede consulenza a qualcuno del settore informatico prima di proporre 'ste cose e se si a chi e quanto ne tengono conto?
    Perchè mi sembra impossibile che un testo del genere potrebbe venir fuori tenendo conto di una valida consulenza di persone competenti!
    non+autenticato
  • - Scritto da: Lorenzo
    > Ma questa gente chiede consulenza a qualcuno del
    > settore informatico prima di proporre 'ste cose e
    > se si a chi e quanto ne tengono
    > conto?

    Tengono conto solo del padroncino di turno a cui devono
    leccare i piedi.
    non+autenticato
  • Lo sanno tutti, se i giornali volessero chiudere i link sarebbe banalissimo, i motori evitano le pagine che uno vuole siano evitate.
    Cosi come banale e' chiudere l'accesso ai non abbonati. ma chi ci ha provato ha perso quasi tutti i lettori, e la conseguente pubblicita'.

    Ora questo genio vorrebbe proibile i link, in italia, posto interessante dove fare questo esperimento di novita mondiale: e' dove la gente legge meno gionali al mondo e come internet siamo pure messi male..
    Ovviamente i link li leggeremo dai siti esteri immagino, quindi una legge eludibilissima ma sicuramente fastidiosa (e burocraticamente costosa, ma tanto paga sempre pantalone!!), per cui poi posso contrattare qualcosina in piu per evitarami il fastidio, una spettacolare filosofia della legge che immagino il mondo ci invidiera'.

    Francamente non capisco come non ci si renda conto del costo che tali iniziative hanno sulla societa italiana, su internet ne sono state dette e fatte di tutti i colori, dalla proibizione dei wifi, i siti come testate giornalistiche.. a quando la proposta della chiusura informatica delle frontiere?
    non+autenticato
  • Secondo me bisogna stare anche attenti a quei casi in cui alcuni siti hanno a lungo invitato gli utenti ad utilizzare gratis alcune loro risorse, attraverso il download di documenti che adesso hanno scoperto possono comercializzare come e-books. Se io link una risorsa palesemente gratuita, facendogli una gran promozione adesso non possono (Tucows e CNET lo fanno da molto) non possono pensare ora che sia illegale.
    Per altro verso tuttora molti editori (o anche bloggers che si vogliono far conoscere) indicano in modo chiaro sotto i loro articoli 'share on facebook', o 'share on twitter', che significa 'condividi', dove condividere un titolo (come di solito è in effetti), ha senso su twitter, non altrettanto su social media dove vi è spazio per inserire interi articoli. Tale equivoco, in parte, sviluppa una certa mentalità!
    Altro aspetto che è forse utile segnalare è che nei regolamenti di alcuni ordini regionali dei giornalisti è indicato che i giornalisti non possono ripubblicare gli articoli scritti (e venduti all'editore per cui scrivono) prima di 15 gg. dalla loro pubblicazione. Ora se non fosse per le laute sovvenzioni di cui alcuni editori godono anche grazie all'impegno dei giornalisti, per quale motivo un normale sito dovrebbe pagare un articolo che dopo 15, posto sul blog di un giornalista, sottrarrebbe accessi al suo sito?
    Mi pare evidente che in questo modo molti giornalisti siano convinti che dopo n giorni gli articoli di un qualsiasi sito non abbiano più valore!
    Per loro la condivisione di risorse è una manna che cade dal cielo (questo anche all'estero). Essi hanno bisogno di continua propmozione e quindi cercano di far girare i loro articoli il più possibile anche se di fatto gli articoli non sono più loro nel momento in cui li hanno venduti ad un editore! Questo fatto può non importare a chi ha le sovvenzioni, ma agli altri forse un pò importa.
    non+autenticato
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