Gabriele Niola

WebTheatre/ Senza casa e senza lavoro

di G. Niola - Uno spaccato del presente, mostrato senza edulcoranti e senza il lieto fine. La serialitÓ per la rete arriva laddove cinema e serie tv non si sono mai spinte

Roma - Chi segue e guarda costantemente cosa si produca in rete e per la rete non può fare a meno di notare come questo tipo di racconti sappiano parlare del presente. Questa è la missione che in genere si pone il cinema in quanto forma di racconto principale (per importanza e influenza) della contemporaneità. Come si possa capire e mostrare ciò che sta accadendo nel (quasi) tempo reale che richiede girare, montare e distribuire un film è l'impresa che gran parte dell'industria del cinema (italiana come americana) insegue, riuscendoci solo parzialmente e non sempre tempestivamente o correttamente.
La televisione di contro, nonostante l'emergere e il continuo crescere della popolarità e della qualità dei suoi prodotti seriali, non sembra essere interessata a questo, racconta storie fantastiche o molto contingenti, senza però cercare di ancorarle ad un momento storico. In linea di massima potrebbero accadere in qualsiasi posto e in qualsiasi tempo.
Solo le webserie dimostrano sempre di più di avere un attaccamento alla realtà più forte di qualsiasi altro tipo di racconto audiovisuale. Questo perché da una parte sono facilitate dalla rapidità produttiva, dall'altra sono realizzate da persone che vivono la condizione dominante, cioè le cosiddette "persone comuni".

Ecco perchè probabilmente le serie che raccontano, con più o meno dedizione, della nuova situazione dell'America contemporanea aumentano di mese in mese. Stando a Dexter, Grey's Anatomy, Walking Dead o True Blood non si ha l'impressione che gli Stati Uniti siano un paese dall'economia in ginocchio e che i suoi cittadini siano per la maggior parte in reali, concrete difficoltà. Stando alla maggioranza dei film prodotti (qualche notabile eccezione c'è) non si percepisce il senso di reale paura che le generazioni più giovani (quelle con i lavori più incerti) provano, al cinema al massimo si perde qualche lavoro, si maledice la crisi, ma poi alla fine ce la si fa e si vive comunque in belle case con bei vestiti. È la fabbrica dei sogni, del resto.
Probabilmente è per questo che la crisi trova così tanti sbocchi, tante possibilità di racconto e tante storie in rete, dove non si fabbricano mai sogni ma si fa quel che si può per ridere delle vite che facciamo, una dinamica che qui già avevamo parzialmente raccontato. Ma oltre alle storie che basano la loro trama sulle difficoltà economiche dei protagonisti c'è anche un mondo di altre produzioni che non parlano direttamente di crisi ma mostrano un mondo economicamente in difficoltà.

A fare da esempio recente di come ci siano storie, personaggi e interazioni da raccontare che nessuno racconta mostriamo due webserie. La prima è Self Storage, ospitata da un sito di produzione tra i più lungimiranti, Koldcast.tv, ed è il racconto umoristico (ovviamente) di due ragazze sbattute fuori di casa, senza reddito e senza lavoro ("Vallo a trovare con questa crisi!") che decidono di vivere in una "storage unit", ovvero quei box che negli Stati Uniti si possono affittare e che solitamente sono usati per tenerci oggetti, scatoloni o materiale che non si sa dove mettere.
Oltre alle due protagoniste ci sono il gestore dello storage lot (quel Pee Wee Herman che fu al centro del primo film di Tim Burton e poi di un terribile scandalo), lo stupidissimo ragazzo di una delle due e la varia umanità che incontrano. Sebbene non siamo a livelli di scrittura e di comicità eccelsi, sembra comunque di trovarsi di fronte ad uno di quei prodotti impensabili su altre piattaforme: una serie in cui sebbene i toni siano solari, scherzosi e sempre ironici, non c'è un briciolo di sfarzo estetico, anzi sembra ricerca volutamente il brutto e il disperato.
Self Storage


Di segno opposto è invece Stay-at-home-Dad, una delle webserie meglio scritte e più divertenti di tutto l'anno. Un broker che ha perso il lavoro a causa della crisi finanziaria si trasforma in Padre-a-casa dei suoi due figli piccoli, una condizione sempre più emergente negli Stati Uniti (anche per merito dei molti licenziamenti) che trasforma forzatamente persone non adatte al lavoro casalingo in macchine da spesa e feste di bambini.
Così è la condizione del protagonista. Il divertente però non sta tanto nelle situazioni che si creano, quanto nelle battute. Scritta, realizzata e interpretata dal duo The Milkmen (Adam Jones e Brandon Williams, il primo dirige, il secondo interpreta ed entrambi scrivono), la serie è ospitata da Atom.com che, nel suo tentativo di focalizzarsi sulle produzioni comiche per diventare il punto di riferimento del genere, mette a segno uno dei colpi migliori possibili.
La durata minuscola (sempre inferiore ai 3 minuti), le situazioni sempre diverse, la presenza scenica di Williams e le chiuse sempre esilaranti, rendono Stay-at-home-dad uno dei contenuti di cui il sito di produzione più dovrebbe andare fiero. Come se non bastasse The Milkmen riescono a sfornare un episodio ogni settimana, con dei valori produttivi fuori da ogni canone.

SELF STORAGE - EPISODIO 2


STAY-AT-HOME-DAD - WHÒS YOUR DADDY?


STAY-AT-HOME-DAD - HOLYDAY NUTS


Gabriele Niola
Il blog di G.N.

I precedenti scenari di G.N. sono disponibili a questo indirizzo
Notizie collegate