Claudio Tamburrino

Facebook: PR pagati, ma non per mentire

Continua la coda al veleno per il social network che ha cercato di portare sulle prime pagine le mancanze di Google sul tema privacy. Finendo per trascinare se stesso al centro dell'attenzione

Roma - Facebook ha sì confermato di essere dietro la società di PR Burson-Marsteller che suggeriva alla stampa storie su Google e privacy: ma ha cercato di spiegare che non si tratta di una macchina del fango, ma solo della volontà di portare all'attenzione pubblica situazioni da essa ritenute pericolose per la privacy degli utenti. In ogni caso, ha ammesso che potendo tornare indietro si comportarterebbe in maniera diversa.

"Nessuna macchina del fango è stata autorizzata o voluta - ha detto il portavoce di Facebook - ma volevamo semplicemente che terzi verificassero l'utilizzo fatto dei dati caricati dagli utenti su Facebook da parte di Google Social Circles. Allo stesso modo avevamo già condannato simili utilizzi in passato". Per porre all'attenzione dell'opinione pubblica tali situazioni, quindi, era stata assunta Burson-Marsteller, e non per montare notizie false o tendenziose. L'agenzia di PR, peraltro, non ha perso occasione per dire, pur non spiegando perché ha accettato il caso, che si è limitata a seguire gli ordini anche se contravvenivano al suo codice di comportamento. Le due al centro del polemiche, insomma, stanno cercando di scaricarsi reciprocamente addosso le responsabilità.

Che l'intero episodio rappresenti di fatto un enorme errore di comunicazione da parte di Facebook, in ogni caso, l'hanno capito anche a Palo Alto: per quanto potessero avere o meno un fondo di verità, le storie sul nuovo tentativo di social newtork di Google Social Circle sono state accantonate per concentrare l'attenzione mediatica sul metodo scelto dal social network per diffonderle. Eppure qualche dubbio il servizio lo lascia sicuramente aperto, soprattutto se si pensa a tutte le problematiche conseguenti a Google Buzz e al suo includere gli utenti in una rete sociale automatica.
FB, d'altronde, avrebbe avuto tutta la forza e la capacità di comunicazione per sferrare un "attacco diretto" all'avversario e il suo stesso portavoce ha ammesso che avrebbero "dovuto agire in maniera trasparente e seria". Avrebbe, insomma, fatto meglio a fare come adesso, invitando a valutare da sé, con il proprio account Google aperto, il link del servizio che fornisce automaticamente in un'unica pagina tutti i contatti dell'utente. O almeno tutti quelli autonomamente rintracciabili online con differenti ricerche. Con questo servizio Google si macchierebbe inoltre, dice adesso direttamente Facebook, di scarse previsioni a tutela della privacy.

Sbagliata, insomma, la valutazione iniziale, ribadita da Burson-Marsteller, per cui si era scelto di agire in questo modo per permettere agli utenti una valutazione autonoma della vicenda, senza cioè che fosse considerata una disfida Google-Facebook.

Ora è invece evidente che la scelta di FB di un "sotterfugio" abbia generato negli osservatori la convinzione che il sito in blu stesso stia sul chi vive: sia nei confronti di un nemico giudicato sempre più pericoloso anche nel proprio regno, quello del social network, sia perché l'argomento che viene contestato alla concorrente diretta, la gestione della privacy e dei dati degli utenti, non si può certo definire il suo punto di forza, tanto che è stato più volte costretto a riformare le proprie policy in materia e a sottoporsi ad una revisione periodica da parte delle autorità. Insomma, alcuni osservatori hanno parlato senza mezzi termini di bue che dice cornuto all'asino.

A queste valutazioni si aggiunge la considerazione per cui quella che appariva come una guerra fredda tra i due giganti ICT si sia sempre più surriscaldata. Forse, quest'Internet è diventata "troppo piccola" per tutte e due le aziende che ormai si pestano in piedi su advertising, email, social network, mobile e, con l'accordo FB-Miscrosoft, anche sulla ricerca online.

Claudio Tamburrino
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