Luca Annunziata

Btjunkie, le prime ricostruzioni

Quanto accaduto potrebbe senz'altro fare giurisprudenza. Ma è altrettanto certo che occorrerà attendere che si posi il polverone per fare chiarezza. Punto Informatico ha sentito le parti coinvolte

Btjunkie, le prime ricostruzioniRoma - Una vicenda complessa, difficile da dipanare a caldo: la questione che coinvolge NGI e Fastweb, che secondo le notizie comparse sulle agenzia di stampa risulterebbero indagati per favoreggiamento dalla Procura di Cagliari in merito alla mancata inibizione del sito Btjunkie, sarà probabilmente il banco di prova per testare l'effettiva responsabilità dei provider nella delicata questione del P2P. Le entità coinvolte al momento non si sbilanciano, ma è indubbio dalle informazioni raccolte da Punto Informatico che, più che una questione di interpretazioni giuridiche delle norme, quella che si profila sarà una battaglia a suon di carte bollate e che metterà al centro il rispetto di ruoli e procedure.

Vale la pena tentare di ricostruire quanto fin qui sarebbe accaduto. Al termine di un indagine soprannominata "Poisonous Dalhia", il sostituto procuratore Giangiacomo Pilia aveva inviato lo scorso 21 aprile un fax ai provider operanti sul suolo italiano per avviare le procedure di inibizione dei domini btjunkie.com e btjunkie.org. La procedura solitamente prevede che, una volta ricevuto il fax, gli operatori provvedano ad attuare le disposizioni prescritte: il caso in questione, già singolare di per sé vista la decisione del procuratore di emanare un provvedimento senza passare dal giudice, puntava a rendere non raggiungibile tramite DNS dei provider nostrani e IP noti il sito in questione (in questo caso un servizio di indicizzazione di torrent).

È in questa fase che si sarebbe creato il presupposto per l'annuncio a mezzo agenzia di ieri: i due provider tirati in ballo, che negano ogni responsabilità, si sarebbero resi colpevoli di mancata osservanza delle prescrizioni. Stando a quanto riferito dal procuratore Pilia, sentito al telefono questa mattina da Punto Informatico, in un primo momento Fastweb avrebbe addotto motivazioni tecniche dietro la decisione di non rispettare per intero l'ordine di inibizione. La stessa Procura aveva quindi ordinato una perizia che, basata anche sull'esperienza maturata in un caso precedente, aveva escluso ogni possibile impedimento. Conclusione che sarebbe confermata anche dalla successiva immediata inibizione dei siti, dopo la diffusione della notizia dell'indagine in corso.
I provider interessati, NGI e Fastweb, da parte loro hanno già fatto sapere di aver avuto da subito tutta l'intenzione di osservare l'ordinanza della Procura, e di aver prontamente disposto i blocchi (NGI addirittura specifica di aver provveduto entro 24 ore). Resta da capire, poi, quali siano stati i passi percorsi dalla Procura di Cagliari per accertare l'inosservanza da parte degli indagati del provvedimento: Pilia afferma che il consulente informatico della Procura ha verificato autonomamente tale inosservanza, ma a quanto risulta a Punto Informatico senza che fossero coinvolti direttamente i provider stessi. Quale sia stata la metodologia applicata in questo caso, dunque, è materia destinata a venire chiarita in seguito quando le carte non saranno più coperte dal segreto istruttorio.

Resta anche da capire, inoltre, se effettivamente ci siano state le iscrizioni nel Registro degli Indagati per i rappresentanti legali delle società: il procuratore Pilia non conferma né smentisce, anche se lascia intendere che quanto si legge sulle agenzie corrisponde alla realtà. Le indiscrezioni che filtrano dai potenziali indagati, che comunque al momento mantengono il più stretto (e comprensibile) riserbo, non sono in grado di confermare l'avvenuta notifica dell'indagine (ovvero il ricevimento dell'Avviso di Garanzia). Che, tra l'altro, almeno in un caso parrebbe riguardare un nominativo da anni non più coinvolto nelle attività societarie dell'azienda.

La questione, come detto, appare prettamente procedurale. Poco ortodossa la formula scelta dal procuratore per inibire BtJunkie, in un contesto dell'ordinamento che è denso di aree grigie ed è costantemente al centro del dibattito. Le verifiche che Punto Informatico ha tentato di effettuare per ricostruire l'accaduto indicano un certo distacco tra la versione della Procura e quella degli indagati: mentre la prima riferisce di aver caldeggiato ripetutamente l'osservanza dell'inibizione da parte degli interessati, in maniera scritta e orale tramite la Guardia di Finanza, i secondi dicono di aver appreso come fulmine a ciel sereno dalla stampa dell'avvenuta iscrizione nel Registro degli Indagati, non essendoci stata fino a quel momento alcuna avvisaglia di quanto stava per accadere.

Resta da chiarire, inoltre, quali siano a oggi le norme da far rispettare in questo caso, e quale sia l'effettiva portata dell'eventuale responsabilità dei provider. Una delle poche considerazioni possibili, al momento, è relativa semmai alle modalità di comunicazione tra le parti: un fax per regolare una questione delicata come questa appare uno strumento inadeguato nell'epoca della posta elettronica, tanto più che le conseguenze sul piano penale a questo punto iniziano a farsi significative. E tanto più che, come noto agli addetti ai lavori, il tipo di blocchi proposti (DNS e IP), su un sito comunque collocato fuori dal territorio nazionale, sono facilmente aggirabili per qualunque utente in possesso delle informazioni o delle competenze necessarie.

Fermo restando la buonafede di tutte le parti interessate, sarebbe probabilmente opportuno che un atto ufficiale venisse comunicato con strumenti adeguati (magari elettronici? e la PEC?) ad accertare il buon fine della comunicazione e l'avvenuta notifica ai diretti interessati di quello che si profila come un provvedimento giudiziario a tutti gli effetti.

Nel frattempo, il procuratore Pilia ha anticipato a Punto Informatico che altri sviluppi della faccenda ci saranno questa settimana, con la probabile emissione di un'ulteriore ordinanza di inibizione.

Luca Annunziata
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