Luca Annunziata

L'ultima trovata di Steve Jobs

di L. Annunziata - Lasciare adesso, quando la situazione è tranquilla e le borse sono giù. Minimizzare l'impatto della sua partenza e magari far intendere che tutto filerà liscio. Cosa perde e cosa guadagna Apple

Roma - Un piccolo capolavoro, fino a questo punto: Steve Jobs sembra riuscito a trasformare anche le sue dimissioni da CEO di Apple in un momento topico e nodale dell'esistenza dell'azienda che ha contribuito a plasmare, rilanciare, che ha portato al successo. Jobs lascia in un momento critico dell'economia globale, in cui le borse faticano e la sua azienda nonostante tutto tiene e guadagna: fino a questo momento, dopo circa 30 minuti dall'avvio delle contrattazioni a Wall Street, i numeri gli danno ragione.

Qualche tempo fa, gli analisti facevano a gara nel tentare di valutare l'importo delle perdite in borsa dopo l'eventuale uscita di scena dell'amministratore delegato e fondatore di Apple. Chi diceva 10, chi 20, chi si spingeva oltre il 30 per cento: un tracollo, forse la fine di un marchio. La verità è che da 3 anni a questa parte, da quando nel 2008 erano ricominciate le frequenti visite dal dottore per tenere sotto controllo la sua malattia, Steve Jobs ha passeggiato sempre meno nei corridoni dell'Infinite Loop a Cupertino: e, nonostante questo, la sua azienda ha macinato un record dopo l'altro.

Basta guardare ai numeri relativi ai consumi dell'aereo offertogli in dotazione da Apple: negli ultimi mesi Jobs non ha volato affatto, non è stato in giro per il mondo come era solito fare per controllare fino all'ultimo spillo, dettaglio, di ciascuna delle attività che la sua azienda ha intrapreso. Vic Gundotra, vicepresidente Google, ricorda come nel 2008 abbia ricevuto una telefonata alla domenica da uno Steve Jobs preoccupato per il colore giallo di una scritta Google in una icona da piazzare nella home screen di un iPhone: piccolezze che un tempo erano tra le preoccupazioni di Jobs e che hanno fatto grande la sua Apple, ma di cui probabilmente oggi Steve fa a meno.
Al suo posto ci penserà lo stuolo di manager che lui stesso ha fin qui diretto, affiancato, allenato: gente capace, come quel Tim Cook che oggi prende le redini. Con lui a fare le veci di Jobs, Apple è stata in grado di lanciare tablet, sistemi operativi, fronteggiare diverse cause in tribunale e nel frattempo sviluppare tutto quanto verrà da oggi in avanti. Il titolo in borsa si è rafforzato, le vendite sono cresciute, gli introiti pure: qualche battaglia legale è andata meglio, qualcuna peggio, per le altre si vedrà. Steve continuerà a farsi vivo di tanto in tanto, magari anche al lancio autunnale dei prodotti iOS, e se tutto andrà come deve ci sarà la prova provata che Apple è in grado di sopravvivergli tranquillamente.

Resta il fatto che al momento (ore 16:00) Apple viaggia attorno al -2 per cento, esattamente come fa il suo listino di riferimento (il NASDAQ). Nokia, un'azienda che potrebbe in teoria avvantaggiarsi della sua uscita di scena, perde più o meno lo stesso, Motorola è piatta, Google in crescita. Non è successo niente di eccezionale perché i mercati sanno che non succederà niente di eccezionale: la catena di montaggio Apple è in fermento, ci sono in dirittura d'arrivo prodotti hardware e software che portano impresso il marchio di Jobs. Ma, soprattutto, quelli che seguiranno saranno creati e realizzati seguendo gli stessi principi, applicando le stesse tecniche, le stesse menti e le stesse mani si industrieranno per la loro creazione.

Apple perde un capo visionario, ma guadagna la certezza di avere lavorato in questi anni in previsione di quanto accaduto oggi: sono letteralmente anni che Jobs è dato in partenza, anni nei quali il CEO si è tolto la soddisfazione di buttarsi in nuovi territori (iPhone, iPad) da dove è uscito primo vincitore, e gli altri gli sono dovuti andare dietro, in altri casi (Mobile Me, Ping) è andata peggio. Applicando però sempre la stessa filosofia, quella del minimalismo: piccole cose, piccoli passi, niente di superfluo, viaggiare leggeri e progredire con costanza. Una lezione che gente come John Ive, Scott Forstall, Tim Cook, Phil Schiller (solo per citare i 4 più famosi e che più si sono spesi in questi anni in pubblico) hanno imparato alla perfezione.

La lezione, poi, è semplice: Jobs gli ha dovuto semplicemente insegnare che meno è meglio, che è più facile gestire, sviluppare, portare al successo un progetto che non perde di vista i suoi obiettivi (mettere in comunicazione le persone, sincronizzare dei dispositivi tra di loro, vendere musica) mentre tenta di aggiungere un'altra feature o di accontentare una nicchia di utenti con una soluzione ad-hoc. Steve Jobs è quello ritratto da Diana Walker nel 1982 quando era alla guida della prima Apple: seduto nella sua casa con attorno una lampada, un giradischi e i suoi vinili, con una tazza in mano. Quanto bastava a chiamare "casa" quella casa, a sopravvivere una notte in più per ributtarsi il giorno dopo famelico nell'arena per tentare di strappare un'altra vittoria.

Sono le 16:30, sono passati 60 minuti dall'entrata in contrattazione del titolo Apple a New York: -1,70 per cento. Comunque vada, sarà un successo.



Luca Annunziata
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