massimo mantellini

Contrappunti/ E poi venne Wikileaks

di M. Mantellini - Assange e soci accerchiati, da nemici e quelli che un tempo erano amici. L'esperienza Wikileaks è forse al capolinea. Ma è pronta a rinascere, come fenice, come da tradizione in Rete

Contrappunti/ E poi venne WikileaksRoma - Al termine di un lungo percorso molto prevedibile siamo giunti alla crocifissione a mezzo stampa di Julian Assange. Le tappe precedenti della storia di Wikileaks sono note e degne della trama di un film di le Carrè. L'hacker ossessivo e disturbato che si inventa una casella Internet per i tanti segreti indicibili del potere. Una idea che gli vale una improvvisa, istantanea attenzione mondiale.

Dopo la rapida ascesa va in onda la altrettanto celere caduta: incarcerato Assange in Inghilterra con cronometrico tempismo per uno strano duplice stupro (in realtà una scandinava questione di preservativi messi e levati e poco più), in attesa da mesi della estradizione in Svezia, i destini della sua associazione sembrano ogni giorno più incerti. Le raccolte fondi per Wikileaks bloccate da numerose aziende americane (banche e fornitori di servizi come Amazon che non vogliono avere a che fare con i traditori della patria), Bradley Manning (la gola profonda di molti segreti di Wikileaks) sbattuto ventitreenne in fondo ad una cella di isolamento a Quantico fra sevizie ed imbarazzi nei confronti dei quali nemmeno Barack Obama ha potuto molto.

Un elenco discretamente indecoroso di tentativi di zittire il progetto che potrebbe continuare a lungo. Fra questi la diaspora fra l'egocentrico Assange ed il suo vice Daniel Domscheit-Berg (che da perfetto sconosciuto trova in un attimo editori che pubblicheranno le sue memorie in tutto il mondo, rapidissimo libello nel quale racconta ovviamente peste e corna dell'ex-socio), la famelica caccia all'uomo da parte di Sarah Palin e di molti altri politici americani che vorrebbero prelevare Assange ovunque egli sia, caricarlo a forza sul primo aereo per gli USA e "fargliela pagare".
Poco importa se tutto quello che il fondatore di Wikileaks ha fatto è stato pubblicare sul web documenti che altri gli hanno fornito, testimonianze importanti, nelle quali, per esempio, i "danni collaterali" della guerra erano civili e bambini mitragliati da un elicottero Apache. Eventi descritti dalla crudeltà delle immagini e delle imprecazioni dei piloti, voci ed immagini che il governo USA aveva per mesi tentato di nascondere al mondo ed alla stampa mentendo e insabbiando.

Per un po' di tempo la salvezza di Wikileaks è nelle mani della migliore Stampa mondiale: un accordo saggio ed inedito concede a giornali di tutto il mondo di accedere alle informazioni raccolte da Wikileaks prima della loro diffusione. Per un certo periodo New York Times, Guardian, Der Spiegel ed altri accedono alle verità imbarazzanti della diplomazia mondiale, le controllano come e quando possono e poi le pubblicano, insieme a Wikileaks, con grandi squilli di trombe in quasi perfetta sincronia. Per qualche tempo sembra il matrimonio perfetto: chi sa parla - spessissimo si tratta di informazioni sconvolgenti - Julian raccoglie, il giornalismo controlla e diffonde.

Ma il bel gioco dura poco: Assange è permaloso, diffidente oltre ogni misura, incarcerato nel maniero della campagna inglese dai magistrati del profilattico; Wikileaks è osteggiata più o meno da tutti, continuamente descritta come una pericolosa organizzazione eversiva da politici ed amministrazioni di tutto il mondo, stressate dalla diffusione di migliaia di cablogrammi che descrivono, senza possibilità di smentita, le miserie ed i finti sorrisi della diplomazia internazionale. Così alla fine è il turno della stampa, che vive con sempre maggior fastidio la subalternità alle paranoie del biondo australiano. Come direbbe Tremonti, i giornalisti ad un certo punto dicono "game over".

Assange non ha tutti i torti quando accusa i giornali di pubblicare solo alcune notizie. Quelle che interessano loro e non altre. È così ovviamente: la Stampa non è l'hard disk di un computer collegato alla rete dentro il quale le informazioni galleggiano ed ogni lettore può decidere se pescarne un paio oppure tutte. La Stampa è un potere come tanti altri: sceglie cosa dire e quando dirlo, molto spesso parla non pubblicando, non sempre (nemmeno nei casi di eccellenza dei quotidiani citati) il lettore è il suo primo referente. Questo Assange, che tanto ingenuo non è, e che viene da vaste esperienze di attivismo e di hacking informativo in Rete, lo sa probabilmente fin dall'inizio: questa sorta di cinismo dei dati, per cui le informazioni hanno valore indipendentemente dal canale che le trasmette era ed è la sua forza ma è stata anche la sua grande debolezza.

Così oggi i cavalieri senza macchia dell'informazione professionale, con quattro righe di biasimo vergate di comune accordo, raccontano ai loro milioni di lettori che il cattivo Julian ha pubblicato in Rete i cablogrammi con i nomi ed i cognomi di riferimenti e agenti, che loro certo non lo avrebbero mai fatto e si rammaricano per la bella storia di collaborazione sul viale del tramonto. Poco importa se la password per renderli noti l'ha diffusa un giornalista del Guardian in un suo libro. Gridano, tutti in coro, allo scandalo del cattivo giornalismo senza scrupoli degli hacker senza morale che usano Internet come il tubo della posta pneumatica, e dimenticano il piccolo particolare che quelle informazioni, che loro non hanno avuto e che Wikileaks ha raccolto, sono il centro del problema.

Scordano che tali dati sono serviti più a loro che a Wikileaks, trascurano il piccolo particolare che le notizie diffuse hanno avuto un enorme valore informativo prima per i lettori che non per chiunque altro. Una cosa che normalmente non succede. Tutto il resto è contorno e cortine fumogene e acque sempre più torbide, agitate ad arte perché sia chiara la vittima sacrificale, la cattiva organizzazione dell'australiano pazzo dai capelli sbiancati - si dice - da una strana seduta di raggi X.

Domandarsi come mai i giornali non sono più fonti privilegiate ed affidabili e come mai le informazioni sempre più spesso vengono diffuse in Rete potrebbe essere per esempio una buona domanda per comprendere le furibonde polemiche di questi giorni. Chiedersi se Wikileaks, il cui meccanismo di diffusione delle notizie certo non finirà con Assange, è una degenerazione dell'ambiente informativo o se invece si tratta di un segnale della progressiva perdita di autorevolezza del giornalismo, potrebbe essere un'altra domanda. Ma soprattutto, a monte di tutto questo, resta l'evidenza della grande distanza fra l'etica hacker, quell'idea secondo la quale il bene pubblico può e deve essere declinato attraverso gli strumenti tecnologici senza alcun compromesso, ed il sistema sociale circostante che vegeta come noto su meno gloriosi principi.

Se, per citare il nostro anarchico di riferimento, davvero "non esistono poteri buoni", la battaglia goffa e antistorica di trasparenza di Wikileaks e di Julian Assange era, già dall'inizio, destinata alla sconfitta, non solo per colpa di eccessi di protagonismo, priapismi e megalomanie varie. Oggi quel momento non sembra tanto lontano ma non è improbabile che, come previsto dalla logica delle reti, mille altre Wikileaks distribuite si stiano per affacciare all'orizzonte.

Massimo Mantellini
Manteblog

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  • Il 2 settembre WikiLeaks ha pubblicato integralmente i 251 mila cablo della diplomazia statunitense in suo possesso senza interventi editoriali ("unredacted"), cioè non omettendo i nomi di collaboratori e attivisti la cui esistenza ora, accusano in molti, sarebbe a repentaglio. Diversi commentatori, anche molto autorevoli, hanno parlato di una decisione scellerata da parte dell’organizzazione di Julian Assange. Micah Sifry, per esempio, ha paragonato quest’ultimo a Icaro, volato talmente in alto da finire bruciato. Tom Watson, ma non solo, ha parlato di "fine di WikiLeaks". Gli ex media partner, Guardian, New York Times, Der Spiegel, El Pais e Le Monde hanno addirittura emanato un duro comunicato congiunto che, dopo aver condannato l’"innecessaria" pubblicazione dei dati integrali, ha scaricato interamente la colpa su Assange: la decisione sarebbe stata "sua e solamente sua".

    Ma le cose non stanno a questo modo. E se WikiLeaks non può del tutto dirsi estranea a quanto accaduto, le vere colpe stanno altrove. E, più precisamente, nella decisione del giornalista del Guardian David Leigh di pubblicare nell’intestazione del capitolo 11 del suo libro WikiLeaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy (Febbraio 2011) e di nuovo alle pagine 138 e 139 la password consegnatagli da Assange a luglio 2010. Una password che secondo Leigh gli sarebbe stata presentata come "temporanea" dallo stesso Assange e che avrebbe aperto un file crittografato con il sistema PGP (Pretty Good Privacy) che Assange aveva precedentemente creato (il 9 giugno) e caricato sul server di WikiLeaks.

    La pubblicazione il 25 agosto da parte di Der Freitag, confermata da Der Spiegel il 29 dello stesso mese, di un articolo in cui si rivela che quella password, a sette mesi di distanza, apra ancora un file, z.gpg, contenente una versione completamente "unredacted" dell’intero set dei cablo (cables.csv) circolante in rete dopo essere stata diffusa, insieme con tutti gli altri file posseduti da WikiLeaks, su BitTorrent dai sostenitori dell’organizzazione in seguito all’attacco al suo sito di fine novembre – inizio dicembre 2010.

    Cioè quando i primi 220 cablo sono stati pubblicati proprio dai suoi media partner. Non si capisce ancora chi abbia rivelato a Der Freitag che era possibile mettere insieme password e file criptato, e come farlo. Molti (WikiLeaks, ma non solo – Der Spiegel, per esempio) hanno immediatamente pensato a Daniel Domscheit-Berg, ex numero due dell’organizzazione e ora suo acerrimo rivale. Non sarebbe infatti un caso che Der Freitag sia un media partner della sua piattaforma di leaking digitale OpenLeaks (rivale di quella di Assange) né che il caso sia scoppiato a pochi giorni di distanza dalla sua espulsione dal Chaos Computer Club e dalla conseguente feroce polemica per la distruzione da parte del tedesco di 3.500 file appartenenti a WikiLeaks.

    Ma questo è terreno di speculazione, e al momento non c’è modo di confermare né smentire le accuse rivolte a Domscheit-Berg. Quello che invece si può dimostrare, e le considerazioni tratte dagli eccellenti articoli di Matt Giuca, Nigel Parry e Glenn Greenwald lo testimoniano a suon di (buoni) argomenti, è che il Guardian invece di fare la parte della vittima inconsapevole avrebbe il dovere professionale di fare pubblica ammenda.

    Nel seguito del post cercherò schematicamente di illustrarne le ragioni, senza tuttavia tralasciare le critiche più solide che possono – e devono – essere mosse a WikiLeaks. Dal bilancio mi auguro non se ne deduca un semplice e poco fruttuoso gioco delle colpe, ma una rivalutazione della sensatezza delle azioni di Assange. E una migliore comprensione della scelleratezza delle scelte del Guardian e dei media tradizionali che, acriticamente, ne hanno avallato le ragioni. Come detto, gran parte del materiale argomentativo è prelevato dai pezzi di Giuca, Parry e Greenwald. Ne specificherò, in ogni caso, la paternità argomento per argomento. Laddove non vi sia specificazione, si tratterà di argomenti e considerazioni originali prodotte dal sottoscritto.

    ARGOMENTI CONTRO IL GUARDIAN

        Rivelare informazioni di qualunque tipo su come Assange formuli le sue password può avere implicazioni negative in una qualunque delle altre miriadi di aree sensibili con cui ha a che fare WikiLeaks. Dunque la diffusione di una password, per quanto temporanea, è comunque errata (Parry).
        Non ha senso incolpare WikiLeaks per aver reso pubblico un file criptato, perché è perfettamente normale rendere pubblici file criptati. Il punto della crittografia è tutto lì: poter rendere circolanti in chiaro testi criptati. "Per definizione, un messaggo criptato inviato ‘in chiaro’ non è ‘in chiaro’ ma criptato", scrive Giuca. E ancora: "l’assunto di base della crittografia è che un testo criptato non è qualcosa che devi tenere al sicuro". E questo perché un secondo assunto è che non si debba rendere pubblica la chiave per decrittarlo. Perciò WikiLeaks è nel giusto per aver diffuso un testo criptato, sotto l’assunzione che la chiave resterà privata (Giuca).
        Ma aveva senso quell’assunzione da parte di Assange nei confronti di Leigh? Secondo Giuca, è irragionevole accusare Assange di non aver previsto l’incapacità di Leigh, a capo della sezione investigativa di uno dei quotidiani più importanti al mondo e partner fidato, di distinguere una password temporanea da una chiave PGP e, più in generale, la sua completa ignoranza in materia di sicurezza (il che suscita anche la domanda se ciò sia ancora opportuno, nel 2011). Leigh ribatte, come si è detto, che Assange gli abbia esplicitamente parlato di una password temporanea. Non sapremo mai se glielo abbia davvero detto o meno, tuttavia date le competenza degli attori in questione (nessuna da parte di Leigh, mentre Assange ha addirittura inventato un sistema di crittografia, il Rubberhose file system) è più ragionevole ipotizzare che Leigh sia cascato in una incomprensione piuttosto che Assange abbia pronunciato una impossibilità tecnica. In ogni caso, Assange aveva perfino preso l’ulteriore precauzione di lasciare una parola non scritta sul biglietto che gli ha consegnato con la password, dicendola solo a voce. Leigh ha trascritto anche quella, sul libro. Senza chiedersi il motivo di tante attenzioni per una password «temporanea». Se anche Assange dunque avesse parlato di una password valida per pochi giorni, Leigh avrebbe avuto più di qualche indizio per dubitarne, o quantomeno chiederne conferma (Giuca).
  • Tenendo conto che Leigh sapeva di avere per le mani alcuni tra i documenti più scottanti della storia recente, avrebbe potuto se non proprio dedurre l’imprudenza di pubblicare una password tanto importante quantomeno premurarsi di verificare di aver ben compreso quanto detto da Assange. Perché Leigh, in altre parole, non gli ha fatto nemmeno una telefonata o inviato una mail per avvisare Assange che avrebbe pubblicato la password in un libro destinato alla massima diffusione, o almeno per chiedergli conferma della temporaneità della password stessa?
        Leigh non ha mai pronunciato alcuna scusa, nemmeno timida: «difficile rispettare una persona che fa un casino così grosso e poi spende tutto il suo tempo a dare la colpa agli altri» (Parry).
        La replica del Guardian («hanno avuto sette mesi [dalla pubblicazione del libro, cioè da febbraio 2011 a settembre 2011] per rimuovere il file. Che non l’abbiano fatto mostra chiaramente che il problema non è stato causato dal libro del Guardian») mostra chiaramente una tragica e profonda incomprensione della questione. Perché, scrive Giuca, ormai era troppo tardi. A febbraio 2011 quello con i cablo «unredacted» non era un file localizzato solamente su un server di WikiLeaks ma in una sottocartella contenuta in un pacchetto condiviso tramite BitTorrent su un numero indefinito di «mirror» creati in reazione agli attacchi subiti da WikiLeaks dopo lo scoppio del Cablegate per scongiurare il rischio che conducessero alla distruzione di documenti. WikiLeaks, in altre parole, alla data di uscita del libro non aveva già più il controllo del file. Inoltre, fino a febbraio 2011 non aveva alcun motivo di aspettarsi (come già dimostrato) che quella password diventasse di dominio pubblico (Giuca).
        Difficile, se non impossibile, giustificare l’affermazione di James Ball secondo la quale è stata WikiLeaks ad «attirare attenzione» sui documenti «unredacted».

    ARGOMENTI A DISCOLPA DEL GUARDIAN

        Nonostante quanto detto sopra, rimane ragionevole ipotizzare la buona fede di Leigh. Che in passato si è speso ripetutamente, così come il Guardian, contro la pubblicazione dei documenti «unredacted». Difficile dunque ipotizzare che, pubblicando quella password, stesse consapevolmente consegnando a qualcuno la possibilità di diffondere i cablo senza alcun intervento editoriale. Le responsabilità restano, ma per ignoranza più che per cattiveria. Ai lettori decidere se si tratti di un’aggravante o un’attenuante.
        Se effettivamente Assange gli ha detto si trattasse di una password temporanea, parte della colpa potrebbe trasferirsi (ma, come detto, solo parte) su di lui.

    ARGOMENTI CONTRO WIKILEAKS

        Assange non avrebbe dovuto fidarsi di Leigh (ma come detto, le sue aspettative erano ‘razionali’), o avrebbe potuto informarsi sull’effettiva competenza di Leigh e sulla sua capacità di mantenere segreti i file consegnati prima di affidarglieli.
        Assange non avrebbe dovuto lasciare i cablo, pur crittografati, all’interno di un torrent circolato in rete (ma questo è perfettamente normale in crittografia, si è detto); o almeno, non avrebbe dovuto farlo per sbaglio (cioè dimenticandolo, come secondo alcune ricostruzioni, nel server; tuttavia anche qui: molto probabilmente non si sarebbe mai scoperto che quel batch di file è aperto proprio da quella password senza che qualcuno, mosso da intenti malevoli verso WikiLeaks, avesse segnalato che era possibile fare uno più uno). Assange, inoltre, avrebbe dovuto rimuovere il prima possibile il file dal server (tuttavia il tempo per cui il file crittato è rimasto online conta poco, perché dopo poche ore Assange può benissimo aver assunto che ormai il file sarebbe stato comunque di pubblico dominio. Certo, se l’avesse prelevato immediatamente dopo sarebbe stato meglio) (Giuca).
        WikiLeaks avrebbe potuto utilizzare una sequenza di caratteri priva di senso invece di una password composta da una frase di senso compiuto. Di certo, dal punto di vista di Leigh, non avrebbe avuto senso riportarla nel libro, perché non avrebbe avuto alcun impatto narrativo (tuttavia prendere precauzioni di questo tipo da parte di Assange sarebbe stato irragionevole. Perché suppone un ragionamento del tipo «Se scrivessi la password in un inglese di senso compiuto Leigh potrebbe essere tentato di scriverla nel suo libro») (Giuca).
        Assange non avrebbe dovuto dire a Leigh che la password era temporanea (ammesso che l’abbia detto, le responsabilità restano parziali come spiegato sopra) (Giuca).
        Assange ha da sempre voluto pubblicare tutto «unredacted». Vero che dopo gli Afghan Logs aveva mutato strategia, ma solamente con una mossa a effetto come quella di pubblicare tutto senza filtri avrebbe potuto mantenere alta l’attenzione, altrimenti declinante, su WikiLeaks e su di sé - il che, con un processo in Svezia e uno potenzialmente in arrivo negli Stati Uniti non guasta - (ma questo suppone che Assange non fosse conscio della cattiva pubblicità derivante da un simile gesto, cosa di cui è lecito dubitare vista la sua profonda conoscenza delle strategie d’attacco dei media tradizionali).
        I rischi per le fonti individuate restano (tuttavia, ammonisce Greenwald, meglio essere cauti nel parlare di «sangue sulle mani» di WikiLeaks: finora niente di tutto questo è accaduto dopo gli Afghan Logs, pur controversi. Inoltre, senza che questo diminuisca le responsabilità di alcuno, gli Stati Uniti sono a conoscenza del leak da oltre un anno e quindi hanno già avuto modo di allertare le fonti e metterle in guardia da potenziali rischi).
  • ARGOMENTI A DISCOLPA DI WIKILEAKS

    (Oltre a quanto già scritto tra parentesi nella sezione precedente)

        Le precauzioni aggiuntive che Assange avrebbe potuto prendere sarebbero costate enorme fatica e avrebbero aumentato di poco la sicurezza dei documenti, srive Giuca; senza contare che quelle già prese sarebbero state sufficienti sotto l’assunto, ragionevole, che la password fosse al sicuro. E se quell’assunto non tiene allora «game over anyway».
        Assange non poteva fare altrimenti: una volta verificatosi l’errore di Leigh (sommato alla rivelazione della combinazione di file e password – che sia stato da parte di Domscheit-Berg o di chi per lui) «non aveva scelta». La combinazione di errori e volontà di nuocere all’organizzazione potrebbe infatti aver dato immediato accesso ai documenti ai servizi di intelligence di tutto il mondo, ma non a giornalisti, ai whistleblower e agli attivisti identificati al loro interno. A quel punto WikiLeaks, di fronte al dilemma, ha deciso «ragionevolmente» di dare accesso ai documenti «unredacted» a tutti (per esempio, per intraprendere mosse per proteggere le fonti svelate). Ma la pubblicazione è stata del tutto «non intenzionale» (tanto è vero che WikiLeaks ha mantenuto il rigoroso silenzio sulla password contenuta nel libro fin da febbraio, come ha dichiarato il primo settembre, proprio per non portarla al centro dell’attenzione) (Greenwald).

    CONCLUSIONI

    Senza dubbio la vicenda nuoce a tutti. In primo luogo a chi dovesse essere identificato dai dati sensibili rivelati, certo. Ma anche ai whistleblower, che si sentono meno sicuri; all’immagine di WikiLeaks, nuovamente sotto il tiro del grosso dei media tradizionali e – novità – di tutti i suoi ex media partner; alla credibilità del progetto OpenLeaks (se proprio gliene era rimasta); al Guardian, la cui imperizia digitale viene a galla forse per la prima volta.

    Ancora. Una delle cose che dimostra questa storia è che sarebbe bene che i giornalisti d’inchiesta avessero almeno una infarinatura di base di crittografia. Una seconda è che non è ragionevole assumere ne abbiano, nemmeno se sono a capo del dipartimento investigativo di uno dei quotidiani più autorevoli al mondo.

    Da ultimo, WikiLeaks non è certo una organizzazione perfetta, e questa vicenda lo conferma. Eppure senza un blocco finanziario ingiustificato che dura da oltre sei mesi (e che dunque impedisce il ripristino della sua piena funzionalità) e senza l’incredibile errore di Leigh avrebbe forse i tanti problemi di cui si è detto (riguardo alla personalità di Assange, ai suoi guai giudiziari, ad altre accuse rivoltegli da Domscheit-Berg, Ball e altri), ma ora nessuno starebbe a parlare di «fine di WikiLeaks».

    Il problema di fondo tuttavia resta: la domanda «è possibile mantenere un segreto?» vale non solo per governi e corporation di tutto il mondo, ma anche per WikiLeaks e tutte le altre organizzazioni che cerchino di guardare al loro interno. Fino a oggi il metodo aveva funzionato, nel bene o nel male. In questi giorni abbiamo scoperto che nessuno è invulnerabile. E che, forse, il concetto stesso di segreto fa già parte del passato. Anche di WikiLeaks.

    Articolo di Agorà vox:

    http://www.agoravox.it/DOSSIER-Cablegate-2-non-e-c...

    Licenza CC
  • Molto interessante, grazie
    Funz
    13000
  • - Scritto da: Funz
    > Molto interessante, grazie

    Vero? anch'io l'ho trovato molto interessante e un po' tecnico, molto adatto a punto informatico (ringrazio la redazione di non avere cancellato un articolo di un giornale concorrente).

    Peccato che è lunghissimo e che pochissimi hanno la pazienza di leggere un testo così lungo e dettagliato.

    La cosa che mi sento di dire è che si fa presto ad essere imbrogliati: anch'io, pur sapendo diverse cosette di crittografia, ho creduto che una password possa essere temporanea come stampato nero su bianco dal Guardian e da tutto il mainstream.

    Bastava un ragionamento elementare per capire che le password di un file crittografato (messo su un server e esposto su Internet che è ancora peggio) sono sempre definitive. È l'abc della crittografia ma l'influenza dei giornali importanti è notevole anche su di me...:)

    Invece i giornali parlano di un ossimoro "password temporanea", la password è definitiva oppure il file non ha senso crittografarlo.
  • - Scritto da: Sandro kensan
    > - Scritto da: Funz
    > > Molto interessante, grazie
    >
    > Vero? anch'io l'ho trovato molto interessante e
    > un po' tecnico, molto adatto a punto informatico
    > (ringrazio la redazione di non avere cancellato
    > un articolo di un giornale
    > concorrente).
    >
    > Peccato che è lunghissimo e che pochissimi hanno
    > la pazienza di leggere un testo così lungo e
    > dettagliato.
    >
    > La cosa che mi sento di dire è che si fa presto
    > ad essere imbrogliati: anch'io, pur sapendo
    > diverse cosette di crittografia, ho creduto che
    > una password possa essere temporanea come
    > stampato nero su bianco dal Guardian e da tutto
    > il
    > mainstream.
    >
    > Bastava un ragionamento elementare per capire che
    > le password di un file crittografato (messo su un
    > server e esposto su Internet che è ancora peggio)
    > sono sempre definitive. È l'abc della
    > crittografia ma l'influenza dei giornali
    > importanti è notevole anche su di
    > me...:)
    >
    > Invece i giornali parlano di un ossimoro
    > "password temporanea", la password è definitiva
    > oppure il file non ha senso
    > crittografarlo.

    La password è tanto temporanea quanto il file, e se il file finisce sul P2P...
    Funz
    13000
  • - Scritto da: Funz

    > La password è tanto temporanea quanto il file, e
    > se il file finisce sul
    > P2P...

    Infatti. Però non si può dare per scontato che il file crittografato sia passato solo in mani sicure altrimenti non ha senso crittografarlo.

    Collaboratori di Assange potrebbero averlo avuto in mano e potrebbero non essere stati collaboratori affidabili, poi la transizione del file da wikileaks al Guardian non è detto sia stata fatta con un canale sicuro (anche qui se il canale è sicuro non ha senso crittare il file), in fine colleghi del giornalista del Guardian che hanno avuto tra le mani il file non è detto siano affidabili completamente.

    Per tutte queste ragioni la password è definitiva o il file non ha senso crittografarlo.
  • John le Carré (che in realtà è lo pseudonimo di David John Moore Cornwell) è uno scrittore, non un regista, quindi non esistono "film di le Carrè" (che per inciso si scrive Carré, con l'accento acuto), solo film TRATTI da libri di le Carré (e diretti da altri).
    Tra i tanti libri di John le Carré mi permetto di consigliare "Il sarto di Panama".Sorride
  • Complimenti, un bel articolo con una buona analisi della realtà creata dalla competizione sfrenata tra vari poteri che lottano per il controllo del pubblico.
    non+autenticato
  • Giusta analisi, i giornalisti sono al servizio dei loro padroni e raccontano quello che fa piacere al capo.
    non+autenticato
  • Secondo me il caso wikileaks e' emblematico di un sistema talmente ipocrita che ha la faccia tosta di prendersela con chi divulga cio' che e' stato fatto e non con chi ha agito realmente.
    L'america o gli altri stati non hanno subito danni di immagine o di "sicurezza nazionale" per colpa delle notizie, ma per colpa del loro operato: per aver ammazzato innocenti, per aver scatenato una guerra su falsi presupposti costruiti ad arte, per aver violato i diritti fondamentali dell'uomo, per aver fatto il doppio gioco e il teatrino con le ambasciate straniere, ecc.
    Non dimentichiamoci che queste informazioni riguardano la nazione, non sono dati privati di un cittadino sbandierati ai 4 venti. Sono cose che un governo non dovrebbe mai nascondere ad un popolo, e quando saltano fuori bisognerebbe portare in trionfo chi le ha rese pubbliche e azzannare alla gola i responsabili dei misfatti. Invece qui il crimine e' aver fatto sapere, aver rovinato la menzogna governativa, e chi e' stato smerd... ha la faccia tosta di alzare la voce anziche' di fare mea culpa e cercare di giustificarsi.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Kriev
    > Secondo me il caso wikileaks e' emblematico di un
    > sistema talmente ipocrita che ha la faccia tosta
    > di prendersela con chi divulga cio' che e' stato
    > fatto e non con chi ha agito
    > realmente.
    > L'america o gli altri stati non hanno subito
    > danni di immagine o di "sicurezza nazionale" per
    > colpa delle notizie, ma per colpa del loro
    > operato: per aver ammazzato innocenti, per aver
    > scatenato una guerra su falsi presupposti
    > costruiti ad arte, per aver violato i diritti
    > fondamentali dell'uomo, per aver fatto il doppio
    > gioco e il teatrino con le ambasciate straniere,
    > ecc.
    > Non dimentichiamoci che queste informazioni
    > riguardano la nazione, non sono dati privati di
    > un cittadino sbandierati ai 4 venti. Sono cose
    > che un governo non dovrebbe mai nascondere ad un
    > popolo, e quando saltano fuori bisognerebbe
    > portare in trionfo chi le ha rese pubbliche e
    > azzannare alla gola i responsabili dei misfatti.
    > Invece qui il crimine e' aver fatto sapere, aver
    > rovinato la menzogna governativa, e chi e' stato
    > smerd... ha la faccia tosta di alzare la voce
    > anziche' di fare mea culpa e cercare di
    > giustificarsi.

    i cablogrammi che scrivono i vari diplomatici usa sparsi per il mondo non sono niente o meglio sono una cosa normalissima per uno stato.
    Vi siete mai chiesti perchè nessuna nazione al mondo ha mai detto qualcosa su questi cablogrammi? quasi tutte hanno etichettato wikileaks comme un sito pertegolo
    che non merita attenzioni.
    Saluti
    non+autenticato
  • Non sono d'accordo, i cablogrammi danno tracce interessanti su alcuni obiettivi emetodi propagandistici...

    Devi però anche capirne il senso "inverso"... Ossia le verità "nascoste" all'interno...
    iRoby
    9147
  • - Scritto da: iRoby
    > Non sono d'accordo, i cablogrammi danno tracce
    > interessanti su alcuni obiettivi emetodi
    > propagandistici...
    >
    > Devi però anche capirne il senso "inverso"...
    > Ossia le verità "nascoste"
    > all'interno...

    sicuramente i cablogrammi sono interessanti per la gente comune ma non di certo per chi fa politica e altro.
    non+autenticato
  • A me danno importanti informazioni invece, su qual'è la propaganda messa in atto dagli USA (e l'alleanza atlantica in genere).

    Per esempio Chavez o Ahmadinejad demonizzati, è ovvio che non è pensiero del console USA in Venezuela o Iran, e manco la verità. È una linea comune ai rappresentanti degli USA per poi giustificare interventi nei confronti di quei paesi per scopi imperialisti.

    Dalle bugie nei cablogrammi ci individui molti metodi propagandistici.
    È ovvio che la loro riservatezza è bassa, e proprio per questo era previsto che fossero intercettati e distribuiti.
    Fa parte del gioco occidentale... Anche Wikileaks fa parte di tale gioco... Lasciare che diffonda la medesima propaganda...
    iRoby
    9147
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