Gli economisti parlano di
"economia della scarsità" e di
"economia dell'abbondanza", descrivendo i due metodi con cui chi controlla i mezzi di produzione di un certo bene in un dato mercato cerca di massimizzare i suoi legittimi profitti
- od alzando i prezzi di un bene, che porta ad un mercato di dimensioni ristrette con alti margini di profitto
- oppure abbassando i prezzi ed ampliando al massimo le dimensioni del mercato, con bassi margini di profitto ma grandi volumi economici.
Da un punto di vista economico le due situazioni possono portare agli stessi risultati in termini di profitto, ma cosa significa questo in un contesto più ampio, cioè che prenda in considerazione, oltre al profitto, il benessere della società e degli individui ?
Per fare un parallelo, pensiamo a quello che è successo, in termini di benessere, prima e dopo la rivoluzione industriale, che ha portato con se diminuzioni generalizzate dei costi di produzione; produrre un bene, un pezzo di pane, una casa od un libro, prima della rivoluzione industriale aveva un costo in termini di manodopera e di materie prime molto più alto di oggi.
Il caso più interessante (vedremo poi perché) è quello del libro; da bene alla portata di pochi, impiegato prevalentemente come memoria storica, è divenuto un bene di largo consumo, utilizzabile per migliorare enormemente la diffusione del sapere ed il tenore di vita intellettuale, e quindi materiale, di gran parte della popolazione.
Bene, se un semplice abbassamento dei costi di produzione dei libri (o più esattamente del costo marginale di produzione) ha potuto così tanto, cosa potrebbe provocare un suo azzeramento ?
Una breve parentesi tecnica; il costo marginale di produzione di un oggetto è il costo che si deve sostenere, dopo aver prodotto un certo numero di questi oggetti, per produrne uno in più. In situazioni classiche questo costo tende ad un limite definito e diverso da zero, dovuto ai costi delle materie prime, della manodopera, dell'energia e dei capitali; il miglioramento delle tecniche di produzione ha l'effetto di ridurre questo costo, che resta però sempre molto diverso da zero.
La rivoluzione digitale e telematica, ha messo tutti, economisti e semplici consumatori, di fronte ad una situazione in cui il costo marginale di produzione di un libro (ma potrebbe essere un film, una canzone od un software) è esattamente zero; produrre una pagnotta od un'auto in più ha un costo minimo, non ulteriormente riducibile, ma produrre un e-book, un mp3 od un avi in più costa zero.
Esattamente zero.
Zero fino all'ultima cifra decimale.
A mio parere gli economisti, e con loro i politici ed i legislatori, non hanno compreso a fondo, né tanto meno utilizzato la portata di questa rivoluzione; continuano ad impiegare modelli economici e comportamenti nati con costi marginali diversi da zero, in una situazione che è fondamentalmente diversa.
La possibilità di distribuire beni immateriali, informazioni, dati, musica, libri, film, cultura, a costi marginali zero dovrebbe portare necessariamente all'applicazione del modello economico dell'abbondanza. Non si tratta ovviamente di privare gli autori dei loro guadagni; distribuiti su numeri altissimi questi guadagni darebbero comunque luogo a costi bassissimi per l'utente.
Da un punto di vista filosofico e di benessere della società, una così semplice massimizzazione della diffusione del sapere dovrebbe rendere
"politically un-correct" qualunque discorso volto ad una sua anche minima restrizione.
Da un punto di vista economico dovrebbe essere evidente (ma qui, seppur convinto, mi sento molto meno preparato) che contrastare un mutamento epocale invece di assecondarlo è un ben povero mezzo per tentare di produrre, e meno che mai di mantenere, profitti.
Ma è da un punto di vista morale, che la situazione é tanto evidente quanto poco dibattuta. Il perché rimane per me un mistero.