Proviamo a fare un parallelo, parlando di agronomia, di genetica e di sementi terminali.
In agricoltura, un modo (almeno entro certi limiti) di perseguire il benessere di tutti è quello di aumentare qualità e quantità dei raccolti. Il miglioramento delle sementi, con l'introduzione di maggiori rese per ettaro, di caratteri nutrizionali e di resistenza ai parassiti, è stato e continua ad essere uno dei modi principali per ottenere questi effetti. Poco importa qui se per ottenerli si fa ricorso alla semplice selezione mendeliana od alle tecniche di ingegneria genetica.
Negli ultimi anni è stata però l'ingegneria genetica a produrre la maggior parte delle nuove sementi, ed i loro prezzi sono stati controllati con gli stessi metodi usati per i medicinali; non cioè legati ai costi di produzione, ma regolati come per le opere dell'ingegno, che danno per definizione ai produttori un monopolio.
E' noto che uno dei mezzi ritenuti vincenti per proteggere il diritto d'autore è quello di rendere difficile od almeno costosa la
"copia"; trattandosi qui non di cd-rom ma di semi, sono state inventate le sementi terminali, o potremmo dire
"copy-protected".
Di cosa si tratta? Semplice, si tratta di sementi
"migliorate" che, accanto a caratteri desiderabili, posseggono una proprietà aggiuntiva, cioè quella di generare piante sterili; i semi del raccolto non germinano più, ed il contadino, che potrebbe
"piratare" l'opera dell'ingegno "copiando" i semi che ha regolarmente acquistato (come si è fatto da sempre) si troverà costretto a riacquistare, in condizioni di debolezza contrattuale, gli stessi semi dalla stessa fonte per sempre.
Chiunque venga a conoscenza per la prima volta di questi fatti si sente indignato; non è un caso perciò che l'argomento, che ogni tanto compare a margine dei dibattiti sugli OGM (questi sì sterili) ma che ha effetti economici di vasta scala, venga così poco amplificato.
Bene, se generare artificialmente dipendenza e carestia nel terzo mondo, dove la fame è il normale stato d'essere della grande maggioranza della popolazione, ci fa indignare, perché generare carestia intellettuale e fame di cultura in tutto il mondo non dovrebbe suscitare in noi la stessa reazione ?
Perché all'alba di un'era di abbondanza a costi (marginali) zero del cibo per la mente dovrebbe essere giustificabile contrastare anche solo debolmente questo progresso, invece di corrervi incontro?
Perché si dovrebbe lasciare anche solo un angolo di buio nella mente di un bambino del terzo mondo?
E poco importa se la luce di sua scelta sarà Omero o Topolino, Heidegger o Marilyn Manson, Omar Khayyam o Bin Laden; perché limitare od impedire di conoscere e scegliere quando tutti possono vivere nell'abbondanza e nella scelta?
Ma perché gli autori devono vivere !
Perché la cultura, la musica, il cinema, il software, non verrebbero fatti se chi li realizza non avesse la certezza di poterne ricavare un giusto profitto !!
La proprietà intellettuale e le sue varie manifestazioni ed evoluzioni (diritto d'autore, brevetti ecc.) sono una creazione recente della cultura occidentale ed industriale, le cui intenzioni erano, e rimangono lodevoli. Nel corpus legislativo degli Stati Uniti si parla, giustamente, di un bilanciamento tra le esigenze ed i diritti dell'autore e le esigenze ed i diritti della società nel suo complesso; nell'800 un diritto esclusivo e non cedibile di sfruttamento per 15 anni dalla produzione dell'opera era il punto di equilibrio che la legge aveva individuato.
Paradossalmente, l'evoluzione sempre più rapida della società, invece di abbreviare, ha mostruosamente allungato questo termine a 90 anni dalla morte dell'ultimo co-autore (mediamente 140 anni dalla produzione dell'opera), ed ha messo le opere dell'ingegno in balia dell'arbitrio assoluto di chi detiene i cosiddetti "diritti di sfruttamento commerciale" che non sono mai i meritevoli autori originali, ma multinazionali specializzate che senz'altro lavorano per il bene dei propri azionisti, ma non necessariamente per la produzione della cultura o per il bene dell'umanità in generale.
Che dire; non si tratta di manifestare simpatia per gli scambisti (nel senso del P2P, ovviamente) e disapprovazione per i colpi di coda di un dinosauro come la RIAA, che non si è ancora accorto di essere morto, od almeno un relitto del passato.
Si tratta invece di andare dal politico di turno e provare a spiegargli che le leggi sulla proprietà intellettuale, senza rigide
limitazioni legislative sulla durata e sulla trasferibilità dei diritti, hanno l'effetto di distruggere la cultura dell'umanità come la conosciamo oggi.
Si tratta di porre, al politico, al conoscente, all'interlocutore, a noi stessi, una domanda semplice
- Da che parte stai, da quella della fame o da quella dell'abbondanza ?
Tutto qui.
Marco Calamari
Progetto Winston Smith