Alfonso Maruccia

DDoS, per business e per attivismo

Possono essere un affare, più o meno lecito. O possono essere la disobbedienza civile del terzo millennio. Bloccare un sito non è più soltanto un atto di vandalismo, pare

Roma - Una volta gli attacchi di distributed denial of service attack (DDoS) rappresentavano un problema da risolvere, ma nella Internet moderna questo genere di attività ha diverse facce e serve propositi molto diversi l'uno dall'altro.

Uno di questi propositi "alternativi" è il business degli stress test per siti e infrastrutture telematiche, una nuova frontiera dell'imprenditorialità grey hat illuminata da un post del solito Brian Krebs: l'ex-giornalista del Washington Post si è messo in contatto con un "booter", un giovane cittadino statunitense specializzato nel testare a pagamento la robustezza di server e reti.

Lo smanettone/imprenditore dice di aver messo in piedi un servizio perfettamente legale che non ha nulla a che vedere con gli attacchi DDoS - anche se gli "stress test" ci assomigliano molto - talmente legittimo che l'FBI gli permette di continuare senza problemi il suo lavoro.
In cambio, ovviamente, il bureau statunitensi riceve l'accesso completo ai log di tutte le attività dei clienti del servizio. Oltre all'autorevolezza propria di Krebs, a confermare la veridicità del tutto arriva la il blocco delle comunicazioni da parte del giovane imprenditore dopo una telefonata dell'FBI in merito alle domande poste dal "ficcanaso" reporter specializzato in sicurezza&affini.

All'altro capo dello spettro degli usi "innovativi" degli attacchi DDoS si pone la tesi di uno studente del MIT riguardo all'hacktivismo politico, una forma di dissenso che si servirebbe appunto dei DDoS come replica virtuale di quelle proteste forti che nella vita reale prendono la forma di disobbedienza civile, marce, occupazioni e sit-in. In precedenza era stato il collettivo Anonymous a chiedere la depenalizzazione dei DDoS alla Casa Bianca, in quanto nuova forma di liberta di espressione.

Alfonso Maruccia
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