Claudio Tamburrino

Apple, rassicurazioni per lavorare in Cina

Cupertino parla dei suoi partner e li avverte: devono rigare dritto se non vogliono perdere le commesse. L'ammonimento è soprattutto per i fornitori cinesi

Roma - "Se le aziende vogliono lavorare con noi, devono sempre agire eticamente ed equamente": così Apple è voluta tornare sull'argomento del controllo dei propri partner commerciali e sulla mancanza di normative sindacali e di diritti sul posto di lavoro che spesso caratterizzano i Paesi asiatici dove molti di essi sono dislocati.

Apple, dunque, ribadisce che tra le sue priorità vi è quella di combattere lo sfruttamento della forza lavoro e che attraverso il codice di condotta che i fornitori devono rispettare si prescrive loro di non eccedere - a parte che in casi eccezionali - le 60 ore di lavoro settimanali, di non adottare manodopera minorile e di avere determinati standard nelle procedure di assunzione, in particolare rispetto ai diritti degli stagisti e nel ricorso ad agenzie interinali integerrime.

Cupertino è tornata sull'argomento con l'ottavo rapporto annuale sulle responsabilità dei fornitori: l'ultimo lo aveva divulgato a gennaio e in quell'occasione aveva annunciato l'interruzione di un contratto di collaborazione con un'azienda cinese che aveva mancato di rispettare quanto prescritto dal codice di condotta per i fornitori. Apple spiega, inoltre, di aver adottato programmi di monitoraggio nei confronti di diversi suoi produttori: solo nel 2012 sono stati controllati gli orari di più di un milione di lavoratori a settimana, con dati pubblicati mensilmente e che mostrano come la media di ore lavorative sia inferiore alle 50 a settimana e che il 92 per cento delle aziende rispetta il limite imposto. Un numero di aziende in regola che arriva al 95 per cento nel 2013.
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Le aziende locali, naturalmente, non vogliono rischiare di perdere un cliente importante come Apple: se dei controlli effettuati da Apple bisogna fidarsi, è interessante scoprire che il produttore maggiormente al centro di polemiche, Foxconn, stia tentando di rifarsi un'immagine e da ultimo abbia iniziato ad investire per aprire nuove fabbriche proprio negli Stati Uniti, dove avrà a che fare certamente con diverse normative in materia di lavoro.

Anche Apple ha peraltro tutto l'interesse a continuare a collaborare con i partner cinesi: oltre ai margini di prezzo che riesce ad ottenere da loro, sembrerebbe aver concluso un accordo con China Mobile, in base al quale, a partire dal prossimo 18 dicembre, la telco potrà offrire gli iPhone ai suoi oltre 700 milioni di abbonati, un numero 7 volte maggiore a quello del carrier più grande degli Stati Uniti, Verizon.

Cupertino finora non si era fidata della rete 3G di China Mobile, ma il suo pubblico potenziale potrebbe permettere ad Apple di vendere 1,5 milioni di iPhone al mese e ottenere 20 milioni di nuove attivazioni per il 2014: numeri che se fossero confermati nei fatti significherebbero una crescita del 17 per cento delle sue vendite e magari un bel colpo per recuperare il terreno su Samsung (e Android).

Proprio la coreana, peraltro, è al centro di un'indagine di China Labor Watch (CLW), l'associazione newyorchese che ha spesso chiamato in causa per gli stessi motivi proprio Apple.

Nella nuova inchiesta CLW porta alla luce diverse violazioni dei diritti dei lavoratori all'interno delle fabbriche che producono componenti Samsung: in particolare, oltre a insufficienti misure di sicurezza, regolari abusi verbali da parte della dirigenza e ritmi disumani, ha individuato straordinari non pagati per un totale di 84mila dollari al mese.

Claudio Tamburrino
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