Claudio Tamburrino

Jelly, il social network che fa il motore di ricerca

Biz Stone, ex-Twitter, ha presentato la sua idea di social-search. Invece di impiegare complessi algoritmi per scandagliare il web, si affida alla conoscenza degli utenti. Funzionerà?

Roma - Biz Stone, cofondatore di Twitter, ha presentato la sua nuova startup: si chiama Jelly e vuole essere il motore di ricerca più umano esistente.

Jelly, in pratica, svolge la stessa funzione di un "motore di ricerca convenzionale, nel senso che permette di cercare risposte alle domande che vi si pongono", ma le analogie si fermano qui: intende assolvere allo scopo sfruttando le connessioni dell'utente e le immagini. In pratica, nella migliore delle ipotesi può essere visto come uno strumento per la raccolta in crowdsourcing delle risposte, nella peggiore come una sorta di versione via app, aggiornata e perfezionata, di Yahoo Answers: gli utenti possono porre domande alla propria cerchia di contatti oppure a tutti gli utenti del servizio.

L'app dà anche la possibilità di condividere fotografie, così da risolvere dubbi legati magari al nome di una pianta o da offrire il contesto di una determinata domanda. Sulle foto gli utenti possono intervenire: rimpicciolendole, ingrandendole o disegnandoci sopra attraverso le funzionalità interne dell'app.
Tecnicamente, dunque, Jelly è tutto qui: proprio la sua peculiarità (l'essere più un network di persone che un vero e proprio motore di ricerca) è al momento fonte di forti dubbi. Secondo alcuni osservatori, infatti, affidarsi agli amici (o agli amici degli amici) per avere una risposta non risolve sempre la questione, non assicura affidabilità e non è il massimo dell'efficienza anche in termini di tempo.

Altro dubbio legato a questo fattore di collaborazione umana è, infine, se vi sia effettivamente spazio per un altro social network: i tentativi e le difficoltà incontrate da ultimo da Google dimostrano come quello dei servizi social sia un mercato terribilmente vicino alla saturazione.

Biz Stone, come detto uno dei cofondatori di Twitter, ha lasciato il servizio di microblogging a giugno 2011 per "dedicarsi ad altri progetti": si era già impegnato in Obvious Corporation, azienda IT che raccoglie altri ex del tecnofringuello, tra cui Evan Williams e Jason Goldman.

Claudio Tamburrino
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