OLPC, fine dei giochi?

Il sito di riferimento che da tempo informa la community annuncia la morte del progetto, ma di fatto c'è chi ancora lavora al sogno di fornire dispositivi low cost ai bambini dei paesi più poveri. C'è un futuro per OLPC?

Roma - "OLPC è morto": tre parole che non lascerebbero spazio a interpretazioni, tre parole che segnano il fallimento di uno dei progetti più ambiziosi che abbiano interessato il settore hi-tech. A otto anni dal lancio, è stata decretata la fine per il piano One Laptop Per Child, organizzazione non profit nata per ridurre il divario tecnologico tra i paesi più ricchi e quelli più poveri con l'obiettivo di fornire un computer portatile a un gran numero di bambini meno fortunati attraverso dispositivi a basso prezzo che avrebbero facilitato gli acquisti in grandi dimensioni dei vari stati. L'entusiasmo della prima ora è andato gradualmente scemando, tanto che l'annuncio della fine arriva da OLPC News, megafono della comunità che ha da sempre supportato il progetto e che stavolta non lesina critiche all'operato svolto, che avrebbe fatto naufragare un piano partito con molte buone intenzioni.

Elementi determinanti per fare pensare che il sipario sia calato su OLPC sono la chiusura della sede centrale di Boston e l'atteggiamento del fondatore Nicholas Negroponte, sempre più defilato e occupato in altre faccende. Ma a livello pratico l'organizzazione continua a operare.

La divisione di stanza a Miami, per esempio, prosegue il lavoro e ha da poco distribuito gli ultimi dispositivi in zone remote di Uruguay, Ruanda e Perù. Seppur proceda a rilento, non si è fermata neppure la distribuzione del tablet XO, anche se il dispositivo lanciato al CES 2013 e da poco disponibile anche in Italia e negli USA grazie alla licenza rilevata da Sakatar/Vivitar si configura come uno delle tante tavolette low cost (200 dollari, neanche poi tanto low) concepite per i più piccoli. Ad ogni modo gli aggiornamenti non si fermano e per monitorarli basta seguire il blog o la pagina Google+ di OLPC.
Mentre in Rete è partita la caccia al colpevole del presunto fallimento, con una valanga di accuse ai vari protagonisti, la speranza di molti è che questa scossa funga da leva per riprendere il filo seguendo un percorso diverso e soprattutto più efficace che, oltre agli accordi internazionali e a una proposta economicamente abbordabile, tenga conto della velocità con cui cambia il panorama della tecnologia.

Alessio Caprodossi
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