Luca Annunziata

IBM: noi non collaboriamo con NSA

Armonk vuole mettere le cose in chiaro. I suoi rapporti con l'intelligence sono pari a zero. E Big Blue ha anche un'idea precisa di come cambiare la legislazione sulle intercettazioni

Roma - "I governi dovrebbero agire per recuperare credibilità": Robert Weber, vicepresidente IBM con delega agli affari legali, mette nero su bianco sul blog aziendale la posizione di Big Blue riguardo l'affaire Datagate e lo scandalo delle intercettazioni indiscriminate portate avanti dall'intelligence. "Per decenni, i clienti di tutto il mondo hanno dato fiducia a IBM per i loro dati. Crediamo di aver meritato questa fiducia" scrive Weber: che ci tiene a precisare che in nessun caso l'azienda ha fornito informazioni o accesso alle informazioni con cui è entrata in contatto.

Secondo quanto scritto, IBM non ha mai preso parte al programma PRISM svelato da Edward Snowden, né ha fornito informazioni alla NSA: i dati dei clienti di Armonk non hanno mai lasciato, per azione di IBM, i server su cui sono archiviati, e ancora IBM non avrebbe fornito alcuna backdoor o chiave per decifrare le informazioni ad alcun interlocutore governativo. Big Blue rispetta la privacy e le leggi che la regolano, in tutti i paesi in cui opera, e dunque questa condotta è stata - a detta di Weber - coerente e costante in tutto il globo. Infine, IBM ci tiene a precisare che il suo business non si basa sui dati e sulle comunicazioni tra privati, quanto piuttosto su basi di dati di proprietà di aziende grandi e piccole: i contratti in essere con queste aziende regolano esplicitamente il tipo di trattamento delle informazioni a cui Big Blue è autorizzata, e un servizio di intelligence che volesse ficcare il naso dovrebbe rivolgersi ai suoi clienti invece che a IBM stessa.

Per il prosieguo, Weber ha le idee chiare (e quindi le ha anche IBM): in nessun caso, sicurezza nazionale o meno, Armonk intende accondiscendere alle richieste del governo USA senza discuterle in tribunale, e si aspetta che comunque eventuali richieste per informazioni custodite in server dislocati in patria (nei confini USA) o fuori seguano comunque i normali iter legali attraverso richieste ufficiali nei canali preposti. Non convince Big Blue l'idea di obbligare le aziende a custodire entro i confini nazionali i dati relativi ai loro servizi, nè costringere le aziende stesse a consegnare le chiavi della cifratura dei dati: la politica ha bisogno di ristabilire il rapporto di fiducia con la popolazione, e per farlo non può adottare iniziative miopemente liberticide, con risvolti discutibili per la privacy personale e la riservatezza delle informazioni aziendali.
Per Weber, e per IBM, c'è bisogno di maggiore trasparenza: e Big Blue è solo l'ennesimo grande marchio dell'IT a fare appello al governo USA per una riforma dell'intelligence, frutto di un'ampia consultazione pubblica e della più ampia condivisione dei principi ispiratori.

Luca Annunziata
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