Gaia Bottà

Grooveshark, il caricamento che affonda

Alle origini del catalogo del servizio di streaming, un passato P2P in cui erano i dipendenti a dover mettere a disposizione la musica senza l'autorizzazione dei detentori dei diritti. L'industria presto presenterà il conto

Roma - Aveva l'ambizione di offrirsi sul mercato come la prima piattaforma di streaming supportata da advertising e sottoscrizioni, dopo un trascorso da piattaforma P2P per il download di musica messa a disposizione dai propri utenti e teoricamente supportata da un sistema di licensing che avrebbe dovuto soddisfare l'industria del copyright. Grooveshark, dal lancio nel lontano 2006, è cresciuto per numero di utenti e per vastità del catalogo, e gli apprezzamenti per la novità del modello di business hanno spesso cozzato con le condanne da parte dell'industria: la piattaforma è stata ora messa di fronte alle leggerezze che hanno caratterizzato la sua gioventù, e la giustizia non è stata clemente.

La Corte distrettuale di Manhattan, sede presso cui si è consumato uno degli scontri legali con Universal Music Group e sodali, ha analizzato con attenzione l'evoluzione della piattaforma e della gestione messa in atto da Escape Media: "Invece di attendere di ottenere le licenze prima di lanciare Grooveshark - si legge nella decisione del tribunale - Escape ha deciso di lanciare il suo servizio basandosi su contenuti in violazione del diritto d'autore, con lo scopo di crescere più velocemente e nel tentativo di stipulare accordi di licenza più favorevoli". In particolare, Escape avrebbe meditato di raccogliere informazioni riguardo alle abitudini e ai gusti dei propri utenti, da usare come merce di scambio con le etichette in una successiva fase di negoziazione, così da rendere meno onerosi i costi delle licenze che rappresentano il maggiore capitolo di spesa per i soggetti che si sono misurati con il business della musica legale.

Per poter offrire alle major questa merce di scambio, Grooveshark, nei primi anni di attività, necessitava di contare su un catalogo folto e variegato: per fare in modo che il meccanismo della condivisone da parte degli utenti ingranasse, così da poter analizzare i comportamenti del pubblico, Escape ha dunque chiamato i propri dipendenti alla collaborazione. A testimoniarlo di fronte al giudice, un messaggio del CTO Joshua Greenberg rivolto ai dipendenti di Escape: "Per favore, condividete più musica possibile da macchine al fuori dell'ufficio - così scriveva Greenberg nel 2007 - e lasciate accesi i vostri computer il più tempo possibile. Questa base di contenuti è quella che ci aiuterà ad avviare il nostro network". I dipendenti avrebbero dovuto "scaricare il maggior numero di MP3 possibile e aggiungerli alle cartelle condivise su Grooveshark", e anche il CEO Samuel Tarantino non risparmiava moniti minacciosi nei confronti dei dipendenti che non avessero collaborato alla creazione di un primo nutrito catalogo di brani.
Con l'evolvere dell'infrastruttura verso un modello centralizzato, con il passaggio, nel 2008, al sistema di streaming disponibile tuttora, tutti i file caricati sono stati trasferiti su un nuovo server. E la dirigenza ha continuato a fare pressione sui dipendenti, invitandoli a mettere a disposizione le proprie collezioni di musica.

Con il successo della piattaforma, insieme alle prime strette di mano con le major, si sono moltiplicate anche le richieste di rimozione da parte dei detentori dei diritti: Grooveshark, scaricando la responsabilità degli upload sui propri utenti, si è sempre divincolata assicurando il takedown, salvo poi tornare a mettere a disposizione i file rimossi. A dimostrarlo, i log delle attività condotte sulla piattaforma, nonostante i tentativi di insabbiamento da parte della dirigenza di Grooveshark, che avrebbe provveduto a cancellare i record relativi all'attività di Greenberg e di alcuni dipendenti denunciati dall'accusa. Il giudice ha riconosciuto un totale di 5.977 file caricati in violazione del diritto d'autore, fruiti dagli utenti 36 milioni di volte senza l'autorizzazione dei detentori dei diritti.

La corte ha dunque stabilito che i vertici di Grooveshark sono da ritenersi responsabili di violazione del copyright indiretta, per aver utilizzato i propri dipendenti come ingranaggi per popolare il catalogo, incoraggiandoli alla violazione e agendo deliberatamente contro la legge, nel nome del profitto. Indurre i dipendenti alla violazione, sotto la velata minaccia del licenziamento, è inoltre considerata dal giudice un atto di violazione diretta del diritto d'autore, che va a sommarsi alle condivisioni illegali a cui Greenberg e Tarantino hanno provveduto autonomamente.

Il giudice ha raccomandato alle parti di presentare delle proposte per chiudere rapidamente il caso, per compensare i detentori dei diritti delle violazioni. Grooveshark, che ha nel frattempo aggiornato il proprio modello di business sanando i debiti e stipulando accordi con le etichette, medita di ricorrere in appello. Il conto che l'industria potrebbe presentare rischia di rivelarsi più salato di un accordo di licenza.

Gaia Bottà
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