Gaia Bottà

Spotify, musica rubata alla pirateria

I servizi di streaming non competono con l'industria tradizionale delle musica, si limitano ad assecondare le esigenze di un pubblico cambiato dalla Rete. Il CEO di Spotify snocciola numeri per smontare falsi miti

Roma - Due miliardi di dollari pagati agli artisti, ai detentori dei diritti: uno tra il 2008, anno del lancio di Spotify, e lo scorso anno, l'altro dal 2013 ad oggi, quando è cominciata l'ascesa della musica consumata come servizio. Risponde così il CEO del servizio di streaming a tutti gli artisti che ancora temono di affidare le proprie opere ad una piattaforma che sembra soddisfare le esigenze delle platee degli appassionati, che potrebbe rappresentare il grimaldello per valorizzare la leggerezza e l'immaterialità della musica digitale ai danni della pirateria.

Nel momento il cui i servizi di streaming stanno dimostrando tutto il loro potenziale, anche rispetto alla soluzione dei download e agli attori più importanti del settore, nel momento in cui tutta l'industria della musica sta tentando di convertirsi rapidamente allo streaming per accogliere la domanda dei cittadini della Rete, il CEO di Spotify Daniel Ek è intervenuto per abbattere le resistenze di coloro che affidano la propria carriera a certi "falsi miti" che aleggiano intorno al servizio.

Per dissiparli, il CEO Ek li analizza uno per uno. A partire dall'incomprensione che regna sulla musica fruibile gratuitamente: "non tutta la musica gratuita è uguale - spiega Ek ai detentori dei diritti - su Spotify la musica fruibile gratuitamente è supportata dalla pubblicità, e paghiamo per ogni ascolto". Spotify, secondo il suo CEO, è la perfetta mediazione tra i servizi fruibili solo su abbonamento e la pirateria: un modello freemium che prevede di affiancare l'advertising alla musica permette di attirare l'attenzione degli utenti con un assaggio delle funzioni e della qualità che il servizio a pagamento propone loro, senza per questo svendere le opere degli artisti, che vengono puntualmente retribuiti con una quota delle entrate garantite dagli inserzionisti. "Abbiamo 50 milioni di utenti attivi, 12,5 milioni dei quali hanno sottoscritto un abbonamento per 120 dollari all'anno - ricorda Ek - è tre volte tanto quanto un consumatore medio di musica spendeva all'anno in passato": l'80 per cento di questi abbonati sono stati utenti del servizio gratuito, la maggior parte di loro ha meno di 27 anni, è cresciuta negli anni d'oro della pirateria, "non si sarebbe mai aspettata di pagare per la musica".
La seconda credenza che Ek tenta di smontare con i numeri è quella secondo cui Spotify non garantirebbe un adeguato sostentamento economico gli artisti che ospita, una convinzione radicata anche presso artisti come Thom Yorke, che da tempo si scaglia contro mediatori troppo avidi per ricompensare opportunamente gli artisti. "Poniamo che una canzone venga ascoltata su Spotify 500mila volte - questo il paragone tracciato dal CEO della piattaforma - e che venga suonata da una stazione radio statunitense che abbia 500mila ascoltatori": negli States, dove a differenza di altri paesi del mondo non si prevede un meccanismo di pagamento delle royalty per i diritti connessi degli interpreti, l'esecutore non guadagnerebbe nulla dal passaggio in radio, mentre 500mila ascolti su Spotify garantiscono una cifra fra i 3mila e i 4mila dollari. Taylor Swift, e l'esempio non è casuale dopo che il management dell'artista ha scelto di ritirare il suo catalogo da Spotify, sarebbe stata vicina a superare i 6 milioni di dollari all'anno: cifre che potrebbero raddoppiare, se le tendenze che animano il mercato dello streaming non subissero battute di arresto. "Paghiamo una enorme quantità di denaro alle etichette e alle edizioni a favore degli artisti e degli autori - spiega Ek, confermando stime già elaborate nel mesi scorsi - e decisamente più di quanto facciano altri servizi di streaming"i. Ek elegantemente non sottolinea quello che Bono, frontman degli U2 attivamente impegnato sul fronte della musica digitale, afferma esplicitamente: "Le persone criticano Spotify e si limitano a dire che dà solo il 70 per cento delle entrate ai detentori dei diritti, ma quello che le persone non sanno è dove davvero vanno a finire questi soldi, perché le etichette non sono mai state trasparenti".

Ek seziona poi la terza accusa che certa parte dell'industria della musica muove contro Spotify, che porta lo stesso stigma della pirateria, responsabile delle mancate vendite: il successo del servizio di streaming e i cali delle vendite di musica, sia fisica che digitale, non sono legati da una relazione direttamente causale, sostiene il CEO di Spotify, ma sono determinati dalle esigenze del pubblico. A dimostrazione di ciò, Ek cita l'esempio del Canada: i download languono, e Spotify non si è ancora affacciato su questo mercato. Spotify non serve il Canada, ma esistono numerosissime risorse per il consumo di musica in streaming: dalla pirateria al modello scelto ora da un attore dal passato turbolento come Grooveshark, dai servizi in evoluzione di Soundcloud a YouTube, importante fonte di approvvigionamento di musica in Rete, è chiaro che gli utenti stanno scegliendo di consumare la musica senza impegnarsi nell'acquisto del singolo album, della singola traccia di successo, distaccandosi dalle dinamiche distributive imposte per anni dall'industria tradizionale.

Il mercato dello streaming non è dunque uno scenario nel quale è pensabile misurare il proprio successo con parametri tradizionali quali i record di vendite, né sembra prestarsi ad accogliere modelli di business ibridi che cerchino di replicare i meccanismi a finestre che scandiscono il mercato dell'intrattenimento tradizionale: Spotify risulta dunque ben più di un esperimento, come lo ha definito Taylor Swift, scegliendo di non prendervi parte, ma è uno dei numerosi interpreti delle esigenze di un pubblico radicalmente cambiato dall'abitudine alla Rete.

Gaia Bottà
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