Gaia Bottà

Revenge porn, prima condanna

Aveva pubblicato un'immagine intima della ex compagna, nel tentativo di denigrarla di fronte al datore di lavoro. La giustizia californiana l'ha condannato, ma non solo per porno vendicativo

Roma - Trascorrerà un anno in carcere, sconterà tre anni di libertà vigilata: questa la pena inflitta nei confronti del cittadino che per primo è stato giudicato colpevole di aver violato la legge contro il revenge porn, approvata in California lo scorso anno.

Noe Iniguez, 36enne di Los Angeles, ha cercato la propria vendetta dopo la fine della propria relazione: le autorità spiegano che è stato ritenuto colpevole di aver perseguitato la propria ex partner fin dal 2011, violando le misure cautelari già disposte a favore della sua vittima, e in seguito pubblicando in Rete un'immagine intima della ex compagna.

La legge californiana punisce coloro che rendano pubblici senza autorizzazione scatti che raffigurino delle "parti intime del corpo", con lo scopo di umiliare il soggetto riconoscibile nella foto. L'intento di Iniguez non era affatto celato: approfittando di uno pseudonimo, ha cominciato con il pubblicare sulla pagina del datore di lavoro della propria compagna dei commenti denigratori nei confronti della donna. Nel mese di marzo 2014, he reso altresì pubblica una fotografia della ex partner, immortalata in topless: con questo scatto invitava il datore di lavoro della donna a licenziarla chiamando in causa con volgarità una presunta libertà di costumi della donna e la sua condotta riprovevole, apostrofandola come sgualdrina e beona.
La legge californiana che agisce contro il revenge porn prevede per questo tipo di abuso un massimo di sei mesi di carcere: Iniguez è stato condannato a un anno di carcere per la pubblicazione della foto, ma anche per la violazione delle ordinanze di allontanamento dalla propria ex partner.
La chiarezza delle intenzioni dell'uomo non mette la legge a confronto con i dubbi circa la sua incostituzionalità: da più parti si è lamentata la potenziale ambiguità di questo tipo di norme, che potrebbero essere impugnate per sopprimere la libertà di espressione. Proprio nei giorni scorsi l'Arizona ha scelto di bloccare l'applicazione della propria legge, in attesa che venga affinata e resa meno generica: nei mesi scorsi una coalizione di librerie, biblioteche, editori, giornali e fotografi rappresentata dall'American Civil Liberties Union (ACLU) aveva denunciato come la mano del legislatore, appesantita dall'impatto mediatico della questione da regolamentare, avesse vergato un testo che, nella sua vaghezza, avrebbe potuto condannare la pubblicazione di immagini importanti per la cronaca o di opere d'arte.

Gaia Bottà
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