Gaia Bottà

Data retention, scossoni europei

All'indomani dell'attacco a Charlie Hebdo, Merkel vorrebbe conservare tutte le tracce dei cittadini, così come la Danimarca, nonostante le raccomandazioni UE. Nei Paesi Bassi c'è invece chi si batte perché l'individuo non sia ritenuto un sospetto

Roma - L'ondata di terrore suscitata dai fatti di Parigi ha indubbiamente scosso i Palazzi dei paesi europei, pronti ad incardinare nei rispettivi quadri normativi strumenti di tecnocontrollo che possano salvaguardare la sicurezza nazionale. L'ipotesi di restituire lustro alle pratiche di data retention è una delle opzioni più ventilate, nonostante la decisione emessa la scorsa primavera dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, nonostante i dubbi espressi in un recente studio voluto dalla Commissione Europea.

A tale proposito si espresso il cancelliere tedesco Angela Merkel: nel contesto di un aggiornamento delle regolamentazioni a favore di una più stringente sorveglianza dei cittadini, Merkel ha comunicato la necessità della "conservazione dei dati almeno per un periodo minimo", e per questo motivo ha invocato la "rapida revisione della direttiva promessa dalla Commissione europea" affinché "la si possa implementare nella legge tedesca". L'Europa, però sta ancora meditando sulle conseguenze dell'invalidazione della data retention così come era configurata dalla direttiva 2006/24/CE: la Corte di Giustizia ne ha determinato l'abrogazione, in quanto manchevole di adeguate garanzie nei confronti dei cittadini, e ora il panorama legislativo UE è tornato a doversi confrontare con la direttiva e-privacy (2002/58/CE) che non impone la data retention ma la ammette qualora si configuri come "misura necessaria, opportuna e proporzionata all'interno di una società democratica per la salvaguardia della sicurezza nazionale (cioè della sicurezza dello Stato), della difesa, della sicurezza pubblica; e la prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento dei reati, ovvero dell'uso non autorizzato del sistema di comunicazione elettronica". Il dibattito politico in Germania ferve: lo stesso Ministro della Giustizia Heiko Maas si è schierato contro la conservazione dei dati, ritenuta poco utile e pericolosa per la privacy, e dunque capace di comprimere la spontaneità dei cittadini nell'esercitare la libertà di espressione.

Anche la Danimarca medita di reintrodurre per il 2015 l'imposizione della data retention: la legge che obbligava i fornitori di servizi di telecomunicazioni a conservare i dati relativi alle comunicazioni e alle operazioni online dei cittadini era tramontata con la fine del 2014. Il Parlamento danese sta ora lavorando per proporre una nuova versione del testo: secondo gli attivisti di IT-Pol, gli aggiustamenti previsti non basterebbero a giustificare la reintroduzione della pratica, dimostratasi utile in una sola occasione, a supportare le indagini riguardo a una violazione ai danni dei sistemi di una banca.
Forze che agiscono in controtendenza si stanno invece manifestando nei Paesi Bassi. Il governo, dopo la sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, aveva scelto di mantenere in vigore le proprie leggi sulla data retention, introducendo dei ritocchi che riteneva sufficienti ad assicurare ai cittadini il complesso equilibrio tra tutela della sicurezza e diritto alla privacy. La scelta aveva suscitato l'indignazione di numerose associazioni che in Olanda si battono per i diritti civili, convinte che la conservazione dei dati contribuisca a creare una società di sospetti. Per questo motivo si sono mosse per chiedere l'abrogazione della norma che la regolamenta: un tribunale de L'Aia ascolterà le loro ragioni nel mese di febbraio.

Gaia Bottà
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