Alfonso Maruccia

Silk Road, i federali corrotti si dichiarano colpevoli

Carl Force e Shaun Bridges ammettono di aver perseguito i loro personali interessi durante le indagini sul famigerato marketplace di Tor, oltre che di essersi appropriati di un bel malloppo sotto forma di Bitcoin

Roma - Giunge a compimento lo scandalo dei due agenti corrotti della Silk Road Task Force, investigatori al lavoro per il governo federale USA e contemporaneamente impegnati a rastrellare i Bitcoin sottratti all'omonimo mercato nero di Tor per il loro esclusivo vantaggio personale.

Carl Force e Shaun Bridge sono comparsi davanti al giudice distrettuale Richard Seeborg nella loro tutina arancione da carcerati, hanno riascoltato le gravi accuse pendenti nei loro confronti e alla fine si sono dichiarati colpevoli di tutte le accuse loro ascritte.

Particolarmente grave la posizione di Force, ex-agente della Drug Enforcement Agency (DEA) reo confesso di reati di estorsione, riciclaggio di denaro sporco e ostruzione all'azione giudiziaria. L'uomo aveva tentato di ricattare il boss di Silk Road ("Dread Pirate Roberts") per ben tre volte, con tre account diversi (Nob, French Maid, Death From Above) e riuscendo a estorcergli un minimo di 100mila dollari sotto forma di BTC.
Ancora, Force era gravato da conflitti di interesse particolarmente evidenti vista l'esistenza di un contratto con 20th Century Fox (dal valore di 240mila dollari) per la realizzazione di un film basato sulla sua indagine, e il lavoro svolto per una società (CoinMKT) specializzata nell'analisi dei trascorsi criminali: in quest'ultimo caso l'investigatore era anche azionista della società, aveva confiscato 370mila dollari da un utente del servizio - apparentemente per conto di DEA - e se ne era intascati 343mila.

La sentenza del giudice Seeborg è attesa per il prossimo ottobre, e Force ha anche accettato di versare 500mila dollari al governo USA come compensazione per i suoi crimini: 150mila sono già stati corrisposti e l'uomo ha tutta l'intenzione di prendersi la responsabilità delle proprie azioni, almeno stando a quanto sostiene il suo avvocato.

Alfonso Maruccia
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