Gaia Bottà

Spotify, arma a doppio taglio

Se da un lato lo streaming contribuisce a ridurre i download pirata, dall'altro minaccia le vendite di musica. L'impatto sul mercato, secondo uno studio preliminare, per ora si dimostra neutro

Roma - La disponibilità di brani in streaming, da fruire in ogni dove e in qualsiasi momento, riduce la necessità di approvvigionamento di possedere la musica, ottenuta tanto per vie lecite quanto per vie illecite. Necessariamente parziali, ma significativi per la comprensione dell'evolvere del mercato, i risultati di uno studio condotto in seno alla Commissione Europea.

La ricerca condotta dall'Institute for Prospective Technological Studies, dal titolo Streaming Reaches Flood Stage: Does Spotify Stimulate or Depress Music Sales? e volta ad indagare l'impatto dei servizi di streaming nell'attuale contesto dell'economia digitale, guida l'interpretazione dell'avanzata di Spotify, percepita al tempo stesso come una minaccia alle tradizionali dinamiche di mercato e come una soluzione capace di incoraggiare il consumo legale di musica.

La ricerca muove da un bacino di dati parziale: le vendite di musica digitale settimanali per 21 paesi relative al biennio 2012-2013 rilevate da Nielsen, i dati sulle vendite settimanali aggregati per musica fisica e digitale negli States nel periodo 2013-marzo 2015, i 50 brani più ascoltati ogni settimana su Spotify tra aprile 2013 e marzo 2015, i dati relativi ai consumi pirata per le opere di 8mila artisti nel periodo 2012-2013. Per questo motivo i ricercatori considerano lo studio un "primo passo" nello studio dell'impatto dei servizi di streaming sul mercato musicale, che necessita di ulteriori dati per restituire un quadro completo del panorama in evoluzione.
Una prima evidenza emersa dallo studio è relativa alla corrispondenza tra vendite settimanali dei singoli brani e brani ascoltati in streaming: ogni 14 ascolti su Spotify si registra una vendita in più. I ricercatori, sulla base dell'analisi, non possono stabilire se sia lo streaming a incoraggiare le vendite determinando la popolarità di un brano oppure se la relazione tra i due modelli di business rifletta semplicemente la proporzione in cui questa popolarità si misura. Lo stesso ragionamento sembra valere per la pirateria: c'è una corrispondenza tra i brani degli artisti presi in considerazione scaricati illegalmente e le loro opere ascoltate in streaming, ma non c'è modo di stabilire il tipo di relazione che intercorre tra i dati.

L'elaborazione dei dati aggregati mostra invece risultati più interessanti. Confrontando il consumo pirata settimanale con le classifiche di Spotify, i ricercatori rilevano che 47 ascolti in streaming si traducono in un download pirata in meno. Si tratta di dati che, pur relativi ad un periodo limitato, sembrano confermare le rassicurazioni offerta dalla piattaforma di streaming all'industria della musica: offrire alle platee connesse un servizio legale che risponda alle loro esigenze contribuisce a dissuaderli dal ricorrere alle fonti illegali. Una tendenza, però, che evidentemente risente di altri fattori: se in Norvegia il consumo pirata si è pressoché esaurito con il passare degli anni, lo stesso non si può dire per il resto del mondo.

La disponibilità di brani in streaming, allo stesso modo, va di pari passo con la contrazione delle vendite tradizionali di musica digitale e fisica osservata ormai da anni a questa parte. Lo studio stima che 137 ascolti in streaming corrispondono a una vendita in meno.

Se questi numeri possono risultare già di interesse, per l'industria a contare sono i bilanci. I ricercatori, a tale proposito, prendono in esame la media di quanto Spotify paga all'industria per ogni brano ascoltato dagli utenti, calcolata in 0,007 centesimi di dollaro, e la confrontano con la media di ciò che l'industria incassa dalla vendita di ogni brano, stimata in 0,82 centesimi: il bilancio delle perdite e delle nuove entrate, si spiega nello studio, è sostanzialmente neutro. Per l'industria, tra i soggetti impensieriti dall'avanzata dello streaming e gli attori più ottimisti rispetto al cambio del modello di fruizione, i dati potrebbero costituire un punto di partenza per affrontare l'evoluzione del mercato e soppesare le proprie strategie nel negoziare i contratti con le piattaforme.

Gaia Bottà
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