Mirko Zago

USA, tecnocontrollo poliziesco

Le forze dell'ordine statunitensi hanno sfruttato il sistema di monitoraggio della startup Geofeedia per reperire dati su manifestanti, seguirne gli spostamenti ed entrare prontamente in azione. È ora che Facebook, Twitter, Instagram vietino queste intrusioni. Il monito è dell'ACLU

Roma - L'ACLU (American Civil Liberties Union) del Nord Carolina ha reso noto di aver ottenuto dei documenti che testimoniano come Twitter, Facebook e Instagram abbiano fornito accesso ai dati degli utenti a una società di social media monitoring. Si tratta di Geofeedia, proprietaria di una piattaforma che sarebbe stata impiegata in accordo con le autorità per identificare e seguire gli spostamenti di chi ha partecipato a manifestazioni di protesta in molto luoghi del Paese.

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Da Baltimora a Ferguson, sono numerosi i casi in cui l'acquisizione indebita di dati dai social network avrebbe scaturito l'intervento della polizia (o probabilmente aiutato a fornire una "copertura" in casi che hanno visto coinvolti manifestanti neri). Proprio nella prima città, la polizia quest'anno avrebbe intercettato un gruppo di bambini con sassi e pietre negli zaini (ricordiamo che in questo contesto è avvenuta la morte di uno dei manifestanti). La soffiata fu resa possibile dal monitoraggio di una chat di una scuola vicina. A dimostrare la palese violazione della privacy vi sarebbe un documento acquisito dall'ACLU che si aggiunge ad altre email che testimoniano il coinvolgimento di Geofeedia.

A supporto di quanto avvenuto ci sono numerosi documenti acquisiti dall'ACLU a seguito di una richiesta di accesso agli atti in virtù del Freedom of Information Act. Facebook e Instagram, dopo la denuncia, hanno provveduto a chiudere gli accessi di Geofeedia ai messaggi pubblici degli utenti, mentre Twitter ha tentato di prendere misure anche più severe per tenere a freno lo strumento di monitoraggio, nonostante non siano ancora state chiarite le modalità. ACLU da sempre impegnata a proteggere l'uguaglianza e la libertà pretende che le aziende digitali offrano misure concrete per garantire la protezione dei dati agli utenti, di tutte le provenienze, impegnati nel dibattito politico e sociale. Con una lettera sottoscritta dal Center for Media Justice, l'ONG Color of Change e la stessa ACLU chiedono a Twitter (e con una lettera sostanzialmente simile anche a Facebook e Instagram) di assumersi le responsabilità relative alla necessaria tutela degli utenti.
Le richieste sono molto chiare:

  • Non fornire accesso ai dati agli sviluppatori di strumenti di sorveglianza in particolar modo se di mezzo ci sono le forze dell'ordine e nel monitoraggio rientrano informazioni sulla politica, religione, opinioni sociali, sfondo razziale;

  • Policy chiare, semplici e trasparenti: agli sviluppatori dovrebbe essere vietato utilizzare i dati per agevolare la sorveglianza e questo dovrebbe essere esplicitato nelle regole di utilizzo;

  • Supervisione degli sviluppatori: le aziende dovrebbero istituire meccanismi di controllo umani e automatici per identificare e bloccare potenziali violazioni sia da parte di sviluppatori che di utenti finali.


Facebook e Instagram non hanno vietato esplicitamente l'utilizzo di dati per fini di sorveglianza confermando però di aver inibito Geofeedia dall'accesso ai propri database lo scorso 19 settembre e rassicurando sul fatto che gli sviluppatori hanno avuto accesso solo ai dati che gli utenti hanno scelto di rendere pubblici. Non un modo per lavarsene le mani, ma per richiamare ancora una volta l'importanza di adottare misure cautelative sulla propria privacy online.

I social network ormai da tempo hanno gli occhi dei governi puntati addosso. Questi rappresentano una fonte incredibile di dati sull'utente e proprio per questo negli USA recentemente è stata presentata una proposta di legge per autorizzare la verifica dei profili sui social network all'interno delle procedure per l'ottenimento del visto. Sono di diverso parere le autorità europee da sempre attente alla protezione dei dati degli utenti. Basti pensare che proprio per la tutela negli scambi di informazioni tra USA e UE è stato introdotto uno "scudo" chiamato Privacy Shield. In Russia nel frattempo è stata di recente approvata la legge Yarovaya che obbliga gli ISP a fornire la massima collaborazione (con pene che non lasciano alternative) nell'ottenimento di informazioni sugli utenti con finalità di prevenzione di atti terroristici. La sicurezza nazionale si scontra ancora una volta con i diritti degli utenti e con il rischio di utilizzo indebito di informazioni personali. Gli effetti collaterali del tecnocontrollo sembrano aver già superato la soglia di guardia. Dallo smascheramento dell'opera di spionaggio dell'NSA nel 2013 nessuno è disposto a fingere che tutto vada bene.

Mirko Zago
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