Pirateria e brevetti: i rischi

di F. Penco. Il brevetto sul software è un grande paradosso. Nato per evitare che il segreto industriale impedisse la diffusione della conoscenza, pone barriere alla circolazione delle idee

Web - La recente cronaca giudiziaria ha portato alla ribalta il problema della tutela penale del software, che come molti sapranno, nel nostro paese e nell'ordinamento comunitario, ad oggi, è sottoposto alla disciplina del diritto d'autore e dalla legge assimilato ad un'opera dell'ingegno. Da ciò si può arguire come si sia voluto seguire una strada differente da quella che negli Stati Uniti d'America vede invece la possibilità di brevettare il software, sottoponendolo ad una tutela solo superficilamente comparabile a quella europea.

E ' necessario fare un poco di chiarezza sull'argomento: quella che viene comunemente chiamata "pirateria informatica", cioè la pratica di produrre copie di software commerciale per rivenderlo senza il permesso del titolare del diritto, è una condotta penalmente rilevante ai sensi dell'art 171bis della legge 633/1941 introdotto dall'art.10 del D.lgs. 518/1992, a sua volta emanato in attuazione della direttiva comunitaria CE 91/250.

Eccone uno stralcio:
"Art. 171-bis - 1.chiunque abusivamente duplica a fini di lucro, programmi per elaboratore, o, ai medesimi fini e sapendo o avendo motivo di sapere che si tratta di copie non autorizzate, importa, distribuisce, vende, detiene a scopo commerciale, o concede in locazione i medesimi programmi, è soggetto alla pena della reclusione da tre mesi a tre anni e della multa da L. 500.000 a L. 600.000.
Innanzi tutto bisogna rilevare ciò che è quasi banale, ma a molti negli ultimi giorni è sfuggito: la normativa chiamata in causa non risale al 1941! Solo la legge nella quale l'art. 171bis è stato inserito può vantare tale data di promulgazione. In effetti in quella decade termini quali informatica e software non avrebbero trovato posto neppure nella letteratura fantascientifica, figuriamoci in quella legislativa e giudiziaria!

Più interessante è andare a valutare i riflessi della normativa sull'argomento. Nei primi anni di applicazione della norma sembrava pacifico per ogni interprete che l'utilizzo di un programma su più terminali servendosi di una sola licenza d'uso rientrasse nella fattispecie incriminata, potendosi ravvisare in tale condotta una detenzione di copie non autorizzate di software col chiaro scopo di non pagare le ulteriori licenze necessarie per servirsene su più macchine.

Adesso, pochi giorni fa, una pronuncia del giudice di Torino smentisce questo orientamento, causando clamore nell'ambiente e le ire della BSA, che invece vorrebbe un atteggiamento più severo nei confronti dello sfruttamento non autorizzato del software e della pirateria in generale. Ma in realtà, per chi segue da tempo il tema in questione, la pronuncia del giudice di Torino non ha nulla di innovativo: già una sentenza del pretore di Cagliari del 3 dicembre 1996 sottolinea qualcosa che, a parere di chi scrive, avrebbe dovuto evincersi pacificamente dalla semplice lettura del testo legislativo. (continua)