Alfonso Maruccia

Qualcomm, multa milionaria dell'antitrust coreano

Le autorità asiatiche si accaniscono sul designer di chip USA parlando di violazione delle regole per la concorrenza. Qualcomm pronta a ricorrere in appello

Roma - La Korean Fair Trade Commission (KFTC) ha imposto a Qualcomm una multa da un migliaio di miliardi di won (pari a circa 815 milioni di euro) per la violazione delle regole in difesa della concorrenza. È l'ennesimo "schiaffo" antitrust che il designer statunitense deve subire in Corea del Sud e non solo, anche se l'azienda si dichiara "innocente" e spera di schivare l'obbligo del pagamento che scatterà a breve.

La multa imposta dalla KFTC arriva a conclusione di un'indagine avviata nel 2014 sulle pratiche commerciali di Qualcomm, azienda specializzata - al pari della locale Samsung - nello sviluppo di design per chip SoC ARM da vendere ai produttori di gadget mobile e nella raccolta di royalty per i suoi molti brevetti tecnologici.

In questi anni l'antitrust sudcoreano ha quindi ascoltato quello che i concorrenti (Intel, AMD e altri) e i clienti di Qualcomm (la stessa Samsung, LG) avevano da dire sulla faccenda, e ha quindi deciso di imporre l'ennesima multa all'azienda dopo quella del 2009 per la raccolta di royalty "discriminanti" in merito allo sfruttamento dei brevetti sulla tecnologia di comunicazione CDMA.
Prevedibilmente, Qualcomm non ha accolto con favore la decisione della KFTC parlando di una multa "in contrasto con i fatti e la legge" e una violazione dei diritti stabiliti dall'accordo di libero scambio tra Corea e USA (KORUS). Non ci sono prove di violazioni, sostiene la corporation, e la multa è in ogni caso "irragionevole" se si prendono in considerazione le dimensioni del mercato sudcoreano.

Qualcomm ha intenzione di appellarsi all'Alta Corte di Seoul per far valere le sue ragioni, anche se al momento esiste l'obbligo di "saldare" la multa nel giro di 60 giorni. Non che l'azienda americana non sia estranea ai rapporti con le autorità antitrust, visto che a febbraio di quest'anno ha dovuto pagare quasi un miliardo di dollari in Cina e se l'è cavata con un non luogo a procedere in un'indagine europea chiusa nel 2009.

Alfonso Maruccia
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